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Apologo sul lavoro di laboratorio

Creato il 29 maggio 2010 da Meandy
Venerdì parlavo con un collega che lavora allo stesso piano, precisamente il settimo, dell'istituto londinese con cui collaboro da gennaio.
Il pretesto per iniziare la conversazione è stata la mia totale incapacità di avviare la giusta stampante tra le dieci (si, dieci) disponibili al piano stampanti. Questa mia inabilità causa occhiate feroci da tutto il piano, e un pedinamento visivo ogni volta che mi alzo, probabilmente per paura che distrugga qualcosa.
Il caro collega, con garbo e pazienza, mi ha spiegato il funzionamento, il range di colori, la specializzazione di ognuna, terminando la dissertazione con " Sei interessata a un depliant informativo della Hewlett Packard? E' davvero utile, posso inviartelo via email".
Interessata? Alle stampanti?
Non sapevo come dirgli che non poteva fregarmene meno, che non volevo sprecare neanche un minuto della mia vita cercando di capire come funzionano quelle macchine polverose e che, fosse per me, neanche stamperei, ma mi mancano già 9 gradi ad entrambi gli occhi, e vorrei partecipare, da vedente, anche ai prossimi mondiali.
Ma poi l'ho guardato.
Lavora tutto il giorno sulle Drosofile, i moscerini dell'aceto e della frutta, per analizzarne il comportamento genetico. Tutto il giorno in un laboratorio. 12 ore davanti a delle bestioline impalpabili, per comprenderne la vita molecolare. Che la gente come lui alla fine scopre perchè i bambini si ammalano di malattie genetiche, o almeno per tutta la vita ci prova. Che al massimo della sua carriera forse potrà occuparsi di pecore, e allora lì sarà la svolta, festeggiata con un aperitivo di ufficio. Con un altro sfondo del suo macbook pro. Con un altro soggetto per la maglietta " Jesus loves Drosophiles".
E allora ho risposto " Si, grazie".

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