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Arbitri fra errori e rispetto

Creato il 22 giugno 2010 da Astonvilla

Questa volta parliamo di arbitri e assistenti. Che Mondiali sono per loro? Dignitosi, direi. Qualche gol in fuorigioco, e almeno uno annullato per «fallo di confusione» (agli americani, contro la Slovenia: sarebbe stato il 3-2). Per tacere del doppio «maneggio» concesso da Stephane Lannoy a Luis Fabiano in occasione della seconda rete alla Costa d'Avorio.
Lannoy, francese come Henry: non vedere o non essere visti, proprio un vizio di famiglia. L'uniformità resta una pia illusione - penso al pignolissimo Undiano Mallenco di Germania-Serbia e alla manica larga di certi suoi colleghi - ma finora gli errori sono sembrati a tutti sopportabili, e come tali sono stati digeriti.
Probabile che il maliano Koman Coulibaly, quello di Stati Uniti-Slovenia, venga mandato a casa dopo la prima fase, ma questo rientra nella regole, non scritte, che orientano i pollici su o giù della Fifa. Senza arrivare alle pillole sacchiane («Il Mondiale è una festa, e non una guerra come il nostro campionato»), la cosa bella e diversa è che, spesso, sono i giocatori a dirigere le partite, salvo lasciare alle terne preposte i timbri sulle pratiche più scabrose (quasi mai, comunque, da Sant'Uffizio). Le moviole esistono solo in diretta, e sono generalmente molto caste.
Lavorare al largo dell'Italia significa vivere in un altro mondo. Qui, il dibattito dura lo spazio di un botta e risposta, e poi scompare. Altro che autopsia degli episodi. Finora è andata così. Finora Sepp Blatter può respirare, proprio lui che ha espulso i supporti tecnologici e rifiutato i giudici di porta. Possibile che la musica cambi dagli ottavi in poi, quando ogni fischio peserà tonnellate e non più, semplicemente, quintali. Ho notato con piacere e invidia molto rispetto e critiche mai urlate (Eriksson, per esempio). Le scintille di Brasile-Costa d'Avorio, con tanto di rosso a Kakà, hanno costituito il massimo della rissa. Se nel bene e nel male il calcio rimane umano, sarà sempre un calcio per cui vale la pena di battersi.
ROBERTO BECCANTINI

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