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Da Paride

Una frenata secca. L’auto che fa un mezzo testacoda, imperniata sul freno a mano; lo stridore delle ruote scuoiate dall’asfalto, l’odore leggero e pungente di gomma bruciata. Il rimbombo nelle orecchie di un clacson premuto con forza qualche istante prima. Il tempo si sfasa, rallenta, frena: lascia cadere in avanti il suono, con lo stesso aggetto dell’autista che viene spinto verso lo sterzo ,come un manichino; e strattonato contro il sedile dalla cintura.
La scena poco oltre la macchina non è così d’impatto, ma si dilata a fisarmonica l’istante prima dell’urto: una serie cinematografica di immagini scatta a fatica una storia senza soluzione di continuità, dal suo voltarsi al suo repentino cambiamento d’espressione, il modo in cui le sue pupille si restringono, gli angoli della sua bocca che si abbassano lasciandola semiaperta in un urlo vuoto; i capelli le sbattono sulla schiena per la sua frenata istintiva, i tendini sul collo si delineano, come se il suo corpo stesse faticando a voltarsi in avanti; ma lei non riesce a distogliere lo sguardo, e il blocco del tempo si incanala nei suoi occhi fissi e si proietta sulla macchina, che viene allontanata di mille frazioni di secondo, e riavvicinata in una sequenza strozzata in attimi infinitesimamente brevi fino all’impatto imminente NO! pensa lei, NO! grida lui, nello stesso preciso momento in cui la frattura del tempo si ricompone, e le due metà combaciano perfettamente in un colpo sordo che chiude la scena.
Aldo è un ragazzo strano, uno di quei ragazzi per cui si preferisce utilizzare il termine speciale, o quantomeno particolare; pronunciato così, con quell’accento iniziale che in un qualche modo sembra inclinare la parola mentre la si pronuncia a fior di labbra, quasi fosse infetta. Non è chiaro se sia muto dalla nascita o vagamente autistico; in ogni caso, ha il 100% di invalidità civile, così che a nessun familiare balena la speranza che un giorno Aldo lo delucidi in proposito.
E Aldo dà questo tipo di soddisfazioni, piccole abitudinarie soddisfazioni.
Oggi Aldo assiste a qualcosa di incredibile. La figlia del fornaio viene investita davanti ai suoi occhi da un’auto, mentre attraversa la strada in bicicletta.
Aldo aveva  passato sempre molto tempo ad osservare quasi maniacalmente alcune persone che lo colpivano. Tra queste figurava appunto Francesca, una sedicenne dai capelli mori e lo sguardo intenso.  La guardava davvero a lungo, e dava l’idea di pensare molte cose; impossibile capire se con malizia o meno, impossibile capire cosa.
Aldo non parla con gli occhi, nè con un block notes, nè con un ridicolo computer dalla voce artificiale e gli accenti improbabili. Aldo non parla e basta. Per lui comunque non è mai sembrato essere un problema. Sicuramente tanti, in un afflato poetico, avranno supposto che Aldo non parla perchè c’è più da apprendere che da dire, perchè tutto ciò che si può dire esiste già, e basta guardarlo; perchè non c’è bisogno di dare una forma ambigua e approssimata a qualcosa che già è, perfettamente, incomunicabilmente, sè stessa.
Probabilmente questa gente ha letto troppa critica artistica e letteraria per poter capire la vita fuori di metafora.
Ad ogni modo, Aldo resta folgorato da quello che vede, per caso, attraversando una qualsiasi via della periferia. Vede Francesca scomparire sotto una grossa auto nero corvino, nuova e elegante. Vede la borsa plastificata di Francesca liberarsi dalla tracolla e schizzare sull’asfalto, rotolare, punteggiata di sangue, aprirsi; dentro un grosso libro fotocopiato si sposta di poco, e due quaderni strisciano per qualche decina di centimetri, stropicciandosi. Un quaderno con la copertina di cartone grezzo si ferma poco lontano dai piedi di Aldo.
Ma Aldo non riesce a distogliere lo sguardo dal punto preciso in cui tutto si è concentrato in un solo istante. Continua a guardare come se anzichè conoscere l’epilogo della faccenda volesse rivederne l’inizio. Non c’è curiosità o ansia nel suo sguardo, soltanto una strana sbigottita meraviglia, che gli illumina gli occhi in un’impressione inquietante.
Vede un rigagnolo di sangue uscire da sotto le ruote, dove Francesca è sparita. I passanti hanno dei gesti molto torbidi e incerti, immediatamente prima del panico: poi urla, corse, il conducente è nell’auto: è in stato di choc: guarda fisso avanti, le mani ancora sul volante; e trema. Una donna scomposta sul balcone ha le mani tra i capelli sciatti e lancia un grido da soprano; ma Aldo non sa nemmeno chi sia, e probabilmente non lo sapeva nemmeno Francesca.
Passa un tempo che Aldo non saprebbe quantificare, oltre il quale si sentono delle sirene in lontananza e il conducente comincia lentamente a muoversi, ma attanagliato ora dal dubbio se a prevalere tra la folla sarà la rabbia o l’umantarismo.
In quel momento Aldo capisce che deve sbrigarsi, perchè si piega rapido a prendere il quaderno, gira i tacchi e va via a passo svelto: nessuno ha fatto caso a lui, o nessuno lo consiglierebbe come testimone: e comunque davanti all’insolito e al tragico senza colpa, tutti sono pronti a testimoniare, anche solo testimoniare che non c’erano, o tutt’al più che avrebbero potuto esserci.
Arrivato a casa, si chiude in camera, spegne la luce, accende l’abat-jour sul capezzale del letto, poggia il viso sul quaderno. Odora di paglia.
Inizia a leggerlo.

La noia seppellisce in un velo di vecchiaia ogni gesto, meccanico, di mia madre; mentre per l’ennesima volta apparecchia una tavola, nella tacita indifferenza di una casa ingrata, mentre la tv ronza qualche sonnolenta notizia di calciomercato, e suo marito progetta lavorazioni immaginarie di terreni con il genero; le pance che strabordano dalla cintura. Continuo a fissare mia madre, non le chiedo se ha bisogno di aiuto perchè trovo poetica la sua fatica sprecata e invisibile, i suoi sacrifici no profit. Lei nemmeno lo nota. Va avanti e indietro come un robottino, se morisse la scavalcheremmo per andare a prenderci da soli gli stuzzicadenti. Senza nessuna attenzione poggia al volo tre bicchieri sulla tavola, questi si piantano in verticale, col loro fondo pesante e tondo, e una goccia superstite di acqua di lavaggio inizia a scivolare verso il basso, come un’onta di vergogna per l’impeccabilità del quotidiano, e io la guardo scendere, indecisa e serpentina, cercare la tovaglia, col sottofondo vago di discorsi inutili, di gesti inutili, di inutili attenzioni.

Passa un mese. Aldo è nel cimitero di campagna della sua città, ha ancora in mano il quaderno di cartone.
Aldo prende questo foglio dalla sua tasca, lo poggia accanto alla foto di Francesca, incassata nel marmo; e dice: ” Sei stata bellissima.“.


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