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"Aspetti e Significati Esoterici del Parsifal di Wagner"

Da Risveglioedizioni
Risveglio Edizioni, Libri, Spiritualità, Meditazione, Medicina, Cosmologia, Arte, Filosofia, Ufologia, Federico Bellini, Ambra Guerrucci, Osho, TV La stessa idea di redenzione, fraintesa da Nietzsche come simbolo della cristianità trionfante, rappresenta quindi per Wagner un vero e proprio viaggio iniziatico durante il quale il puro folle si sottomette a diverse prove (un chiaro riferimento ai cerimoniali massonici del Rito Scozzese Antico e Accettato), come quelle che Parsifal deve affrontare nel corso del secondo atto dell’opera: nel richiamo carnale di Kundry e delle fanciulle-fiore e, soprattutto, nel duello con il malvagio mago Klingsor...
Anche la stessa leggenda del Graal assurge a un preciso significato esoterico, oltre a ereditare un determinato passaggio dalla volontà della materia, concepita nella tetralogia wagneriana, a quella dello spirito, presente appunto nel Parsifal. Si tratta, come ha brillantemente dedotto Pierre Legardien, uno dei pochi studiosi che abbia affrontato l’analisi dell’opera nell’ottica dell’interpretazione ermetica, di un «assorbimento spirituale della lotta per il tesoro dei Nibelunghi». Per Wagner, quindi, l’Anello della tetralogia e il sacro calice del Parsifal, fini di una determinata ricerca, rappresentano entrambi la via di un’iniziazione, la prima essoterica (il conseguimento di un potere fisico), la seconda esoterica (il raggiungimento di un potere metafisico). A questo punto, è interessante notare che se Mozart fu capace di comporre un’opera iniziatica, come Die Zauberflöte, attraverso l’esperienza diretta tra i liberi muratori con la sua adesione alla loggia Zur gekrönten Hoffnung (Alla speranza incoronata), avvenuta nel 1785, nella quale raggiunse il terzo grado della scala massonica, corrispondente a “Maestro”, Wagner, da parte sua, riuscì a creare l’intera struttura esoterica del Parsifal grazie alle testimonianze indirette e teoriche che riuscì a ottenere sulla completa gerarchia massonica. Ma questa iniziazione, oltre a fare debito riferimento all’ermetismo massonico, si avvale anche di una simbologia alchemica. I versi poetici del libretto, difatti, celano inequivocabili allegorie che richiamano alla mente i procedimenti usati dagli alchimisti per giungere alla conquista della Pietra filosofale, come viene intesa la piena realizzazione illuminata dell’essere umano, che abbandona lo status di profano per innalzarsi a quella di iniziato. Altri esempi possono aiutare a capire meglio tale concetto. Nel primo atto dell’opera, Wagner sostituì la scena della pesca, presente nel Parzival di Wolfram von Eschenbach, perché la ritenne inadatta al contesto sacrale del racconto. Al suo posto, invece, inserì la scena del bagno del Re (Amfortas, ferito al fianco dalla lancia scagliata da Klingsor, si bagna ogni mattina nelle acque del lago nel tentativo di lenire il dolore) che, nel linguaggio alchemico, indica la cosiddetta via umida della Trasmutazione. Cambiare per poter essere: un’altra prova iniziatica alla quale si sottopone inutilmente il re Amfortas per guarire dalla ferita, ossia dal suo peccato. Il bagno, in questo senso, assume la visione di un atto di purificazione, di redenzione che permette non solo di cancellare la colpa scaturita dal peccato, ma anche di accedere alla dimensione di iniziato. Ma, in questo caso, il sovrano non ottiene nessun risultato, come colui che affronta il sentiero alchemico, senza avere tuttavia la predisposizione e la capacità per farlo. Subito dopo, introdotto da un pauroso mutamento orchestrale, subentra l’episodio dell’uccisione del cigno per mano di Parsifal. Anche questo animale ha un significato fondamentale nella filosofia alchemica. Il cigno è il simbolo del mercurio, elemento volatile per eccellenza, che trasforma l’impuro in puro. Il significato di questa scena è quantomeno evidente: il puro folle, giunto sulle sponde del lago, uccide inconsapevolmente il cigno, animale sacro per i cavalieri del Graal. La sua folle purezza lo ha guidato in questo gesto, considerato sacrilego da tutti coloro che lo attorniano, a cominciare dal vecchio Gurnemanz che non si rende conto che il cigno, simbolo di trasmutazione, è morto per mano di colui che è destinato a redimere l’uomo, macchiato dal peccato e dall’impurità. Anche all’inizio del terzo atto, Wagner utilizzò il linguaggio alchemico per rendere evidente, ai pochi, il suo messaggio. Parsifal si mostra a Gurnemanz e a Kundry con un’armatura nera. Il vecchio cavaliere narra al reine Tor (il puro folle) come il regno del Graal sia immerso nel lutto per la morte di Titurel, padre di Amfortas e custode del sacro calice. Detto ciò, Gurnemanz e la bella selvaggia gli tolgono la corazza e il protagonista dell’opera mostra il corpo avvolto in una veste bianca. Gurnemanz lo battezza con l’acqua della fonte e lo conduce di fronte al Graal, nella sala del castello dov’è custodito. Una volta al cospetto del sacro calice, una luce rossa si diffonde nella sala. A prima vista, sembrerebbe una scena nella quale Parsifal, ormai conscio della propria missione redentrice, accetta il sacramento del battesimo e la conseguente liturgia cristiana esposta nel finale dell’opera, attraverso l’apoteosi del Graal, la guarigione di Amfortas e la redenzione di Kundry, finalmente libera da tutti i suoi peccati. Questo, però, è quanto giace sulla superficie del mare profano. Il vero significato di questa scena è nella corretta interpretazione dei tre colori, il nero, il bianco e il rosso, che si succedono in questo preciso ordine. Tale successione cromatica è alla base della cosiddetta Opera ermetica, scopo ultimo di ogni alchimista: il nero rappresenta la morte e il ritorno al caos indifferenziato che sfocia nel bianco, simbolo della purificazione e della conseguente rinascita spirituale, per giungere infine al rosso, che testimonia dell’avvenuta illuminazione interiore e del nuovo grado di iniziato. Questa disamina, che capovolge le interpretazioni e le analisi musicologiche sul Parsifal, ha provocato naturalmente anche contraddizioni e paradossi: è il rischio che può correre ogni opera ermetica, in balia di visioni e manipolazioni di ogni tipo. È proprio quanto è successo all’ultimo capolavoro wagneriano, quando il nazionalsocialismo prese il potere nel 1931. Potrà sembrare bizzarro, ma furono gli stessi nazisti, infatti, a esaltare, seppure in maniera del tutto distorta, la visione spirituale, di ricerca, di illuminazione presente nel Parsifal. Eppure, ci si è sempre chiesti come mai quest’opera, apparentemente agli antipodi rispetto alle dottrine e alla Weltanschaaung nazionalsocialista, abbia potuto interessare e affascinare Adolf Hitler e altri esponenti del regime. La risposta sta proprio nella sua dimensione profondamente antimodernista, nella ripresa di temi estremamente cari alle teorie hitleriane, quali il senso di “rinascita”, di “purificazione”, di condanna e soppressione di tutto ciò che è “impuro”. Il Führer, affascinato dalle teorie antisemite del compositore di Lipsia, dalle sue dottrine sul vegetarianismo e contro la vivisezione animale («Non si può comprendere il nazionalsocialismo, se non si conosce la musica di Wagner», ripeteva spesso Hitler), ebbe tra tutte le opere del musicista una vera e propria passione per il Rienzi, nel quale rivedeva se stesso, ma vide soprattutto nel Parsifal la pianificazione artistica del suo credo e delle sue teorie assolutiste. «Ciò che vi è celebrato [nel Parsifal, N.d.A.] non è la religione della compassione del cristiano Schopenhauer, ma il puro e nobile sangue, la cui purezza deve essere protetta ad ogni costo dalla confraternita di tutti gli iniziati», raccontò all’inizio degli anni Trenta Hitler al generale Hermann Rauschning, suo confidente dell’epoca. «Il re [Amfortas, N.d.A.] soffre di una malattia incurabile, causata dal suo sangue infettato. Ciò significa simbolicamente che l’incosciente e puro essere umano può lasciarsi tentare, perfino sottomettersi alla frenesia e ai piaceri della civiltà corrotta, rappresentata dal giardino magico di Klingsor, oppure può unirsi alla nobile schiera di cavalieri che custodiscono il segreto della vita, che ha in sé il sangue puro. Tutti noi soffriamo del male dato dal sangue corrotto e degenerato. Come possiamo dunque purificarci ed espiare questa colpa? Noti come la compassione, che conduce alla consapevolezza, riguardi esclusivamente l’uomo che è intimamente corrotto, vittima delle sue contraddizioni. E tale compassione porta a un solo risultato, quello di lasciare che il male conduca alla morte. Vita eterna, dunque, come viene concessa dal Graal, a coloro che sono veramente puri e nobili». Queste parole, che riconducono indubbiamente a una concezione elitaria e brutale, fanno comprendere meglio ciò che il nazismo volle assimilare dalla musica e dalla visione del mondo wagneriana. Anche Hitler, come Nietzsche, anche se su piani completamente diversi, si scagliò contro la compassione e la pietà degenerante, segni incontrovertibili presenti nei più deboli e in coloro che auspicavano una rappresentazione orizzontale, banale della vita. Contro tutti quelli che si sentivano come Amfortas, rassegnati e inermi contro la marea montante della civilizzazione, resi vittime «durch Mitleid wissend», “consapevoli attraverso la compassione”, per usare il verso poetico di Wagner e ripreso, di pari passo, da Hitler, si doveva opporre, secondo le teorie naziste, la legge del Blot, del sangue purificato, simboleggiato dalla parabola di Parsifal. Al di là di queste nefaste forzature, non si potrà mai mettere in discussione la vastità di intenti, le molteplici chiavi di approccio, la straordinaria profondità intellettuale e spirituale raggiunti dal Parsifal, un’opera che ha pochi eguali in tutta la storia della musica. Non si potrebbe altrimenti comprendere perché Wagner nel 1862, come ha ricordato giustamente Thomas Mann, quindi vent’anni esatti prima di porre fine al suo capolavoro e in piena elaborazione de Die Meistersinger von Nürnberg, in una lettera, indirizzata all’amico e collaboratore Hans von Bülow, scrisse che il Parsifal sarebbe stata sicuramente la sua ultima opera. Perfino lo stesso compositore di Lipsia, che per tutti i suoi settant’anni non si stancò mai di creare, distruggere, anticipare, precisare e spazzare via con la sua arte rivoluzionaria il mondo della cultura europea, si rese conto in quel frangente che, dopo un lavoro come il Parsifal, non avrebbe mai più potuto scrivere una sola nota e un solo verso poetico. Di Andrea Bedetti Fonte: www.classicvillage.net

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