Assalto al cielo

Creato il 16 dicembre 2010 da Fabry2010

di Pasquale Vitagliano

Maria Grazia Calandrone, Atto di vita nascente, Lietocolle

“L’Atto di vita nascente” di Maria Grazia Calandrone è un assalto al cielo. Infine il cielo, l’opera che si compie sui carri./ E’ la conformazione aerea del pensiero/ che si addensa, a delimitare l’altezza/ o la prudenza di una temporanea interruzione, l’abitudine fatta/ alle cadute acustiche dei voli. Il cielo tuttavia è troppo lontano dalla terra e non basta salire sugli alberi, innestarsi con essi, per toccarlo con un dito di stupore. C’è bisogno di un capovolgimento. Questo corpo cadendo farà musica. Il colloquio/ delle basse quote/ è conservato nei fiumi./ Come un riso che davvero comincia dagli angeli. Così il cielo viene messo a terra. Questi versi di una delle più apprezzate voci poetiche contemporanee costituiscono il “Documento celeste” di tale sovvertimento.

“Non mi ha finito”, ripete Edward di Tim Burton. Anche al corpo poetico di questa raccolta sembra che manchi qualcosa, per amputazione, però, non per incompletezza. Questa di Lietocolle è la silloge del “Primo Amore”, sono poesie che risalgono al 1996, strette tra il dialogo col dolore, de “La bestia bianchissima riposa” (luglio-settembre 1996) e l’invocazione finale alla compassione de “Kathleen e gli oggetti”, dedicata alla Mansfield. (…) C’era un silenzio vegetale, dava torto/ al mio viso accumulato secondo la minuziosa luce dell’acqua. Sotto le torri/ un vento/ d’ombra si addossa a un’erba senza colpa, e beve/ il sorso delle sue labbra terrene. La Calandrone non ha mani forbice. Le sue sono mani sono di pianta, come la sua anima dialoga la terra. (…) Riconosciamo i segni/ in un volo sull’acqua di mortali/ resistenze levate. Se l’aria prende l’immortalità dal tuo petto. La natura in queste poesie fornisce il testo, la tabula sulla quale ri-scrivere storie inaudite di uomini e di donne che riflettendosi su specchi infranti appaiono mostruosi.

Tutta l’estate mi hai chiamata, invano, tutta l’estate hai edificato nel bianco/ della stortura umana/ il bianco della bestia,/ il nome fatto/ dalla calce dei muri (…). Non c’è nulla di naturalistico o neo-gotico in questi versi. C’è piuttosto il tentativo riuscito di riparare gli specchi, di porre rimedio alla stortura umana, di addomesticare la bestia. Per nove notti e nove giorni ancora/ la luce dei sommersi/ forma l’errore,/ l’animale che aspetto. E più in là, chiude: Sento che avrò fortuna.

La stanza dedicata a Kathleen Mansfield viene introdotta dalla memoria di un fatto di cronaca del 1965, un doppio suicido nel Tevere. “Le ginestre poco prima del niente” sembra un’intrusione all’interno della silloge poetica. Testualmente può essere che lo sia. Ma la coerenza sta fuori del testo. Sta nell’anima della storia di Lucia e Pietro, amanti clandestini che trovano nella morte l’unico sbocco del loro amore impossibile, l’unica via per stare insieme. Questa storia viene dunque offerta alla compassione di tutti. E la compassione è la chiave musicale dei versi dedicati alla poetessa neo-zelandese, quale più alta facoltà dell’anima: la sua capacità di avvicinarsi.

(…) esposta per prima/ nelle calze/ e da una irragionevole felicità negli omeri, che stanno/ per affidarsi al nuoto, per allungarsi/ come radici, congedarsi. Questi sono gli ultimi versi della raccolta. La piccola frattura portata dalla cronaca si è ricomposta. Il doppio femminile Maria Grazia – Kathleen come una Alice capovolta ha portato a termine il proprio breve viaggio nelle meraviglie della compassione dell’eternità, combattendo la comune bestia del dolore. La nebbia porta maggiore vicinanza delle cose,/ l’assenza necessaria/ perché l’oggetto sia detto/ con la pietà delle minime visioni,/ capaci di evocare il sentimento/ delle cose perdute.

Dire l’oggetto non è cosa da poco. Maria Grazia Calandrone ci riesce con una metrica aperta e liberata, capace di far dialogare con efficacia poesia e prosa, esaltando le nuove potenzialità poetiche della scrittura “orale” e della drammatizzazione della narrazione. Ciò che ci resta però non è il testo, ma la cosa. Il punto zero che l’autrice ha raggiunto nel suo viaggio a ritroso. Di qui. Non vedo. Più niente, nella/ altitudine: più niente/ increspa la nativa/ attitudine/ alla felicità



Potrebbero interessarti anche :

Possono interessarti anche questi articoli :