Astronomi contro giardinieri (robot)

Creato il 21 aprile 2015 da Media Inaf

Un furgone dell’INAF attrezzato per la radioprotezione e la localizzazione di fonti d’interferenze

Non c’è solo l’inquinamento luminoso, ad accecare i telescopi e preoccupare gli astronomi. Assai meno noto, ma forse ancora più subdolo, è l’inquinamento elettromagnetico dovuto a onde ben più lunghe di quelle visibili: parliamo delle onde radio e delle microonde. E se nemmeno un mese fa veniva inchiodato come colpevole il “cuoco” – arma del delitto, un forno a microonde – del radiotelescopio australiano di Parkes (lo stesso utilizzato da Marta Burgay per scoprire la prima doppia pulsar), ora la minaccia arriva dai “giardinieri”. Per la precisione, da un sistema per tagliaerba robotizzati, simili in tutto e per tutto ai robot aspirapolvere che da qualche anno s’aggirano in autonomia sui pavimenti delle nostre abitazioni.

Il progetto “incriminato” è stato presentato per approvazione alla FCC (la Federal Communication Commission, ovvero la commissione per le telecomunicazioni degli Stati Uniti) dalla iRobot Corporation – la stessa che produce il celebre robot-aspirapolvere Roomba – a fine gennaio. Tempo poche settimane, ed ecco che alla stessa FCC è giunto un appello formale da parte della NRAO, il National Radio Astronomy Observatory americano, affinché garantisca che il progetto proposto dalla iRobot non vada a interferire con i radiotelescopi e rispetti i limiti della cosiddetta National Radio Quiet Zone, una zona appunto di “silenzio radio”.

Ma cos’hanno di così minaccioso, agli occhi (o meglio, alle antenne) dei radioastronomi, i tagliaerba ideati dalla iRobot? A preoccuparli, in realtà, non sono i robot, ma il sistema proposto per delimitarne il campo d’azione. Per garantire che il futuro giardiniere elettronico non vada a tosare l’erba – se non peggio – del vicino, i progettisti hanno ipotizzato una sorta di “recinto virtuale”, delimitato da piccoli radiofari mobili da piantare ai confini della proprietà quando il robot è in azione. Radiofari che lavorerebbero, qui sta il problema, fra i 5.9 e i 7.2 GHz.

Apriti cielo! Quella è una finestra di frequenze protetta, sono subito insorti i radioastronomi dell’NRAO. Protetta per cosa? Perché proprio in quell’intervallo si trova la firma spettroscopica del metanolo (sì, quello dello scandalo del vino adulterato, proprio lui, formula chimica CH3OH), molecola abbondante nelle regioni ad alto tasso di formazione stellare e dunque marker di cruciale importanza per tracciare l’evoluzione delle galassie.

iRobot Definitely Developing Robot Lawn Mower, Astronomers Very Upset http://t.co/MncmDuznp6 pic.twitter.com/EBwKGa6IJJ

— Mark Brian (@markbrian) April 14, 2015

«La banda di frequenza intorno ai 6660 MHz richiesta dalla iRobot», conferma a Media INAF Pietro Bolli, ricercatore all’Osservatorio astrofisico di Arcetri dell’INAF e delegato nazionale del CRAF (il comitato europeo per le frequenze radioastronomiche), «è una di quelle riservate, a causa dell’interesse astronomico legato all’emissione della riga del metanolo. Il radiotelescopio SRT, per esempio, ha effettuato la sua prima luce, nell’agosto del 2012, proprio in questa banda».

Com’è evidente, il problema è complesso. Non si tratta solo di frequenze, ma anche d’intensità del segnale e di distanze, per esempio. I tecnici dell’NRAO hanno fatto qualche conto, arrivando a concludere che per rispettare la zona di sicurezza i “radiofari” della iRobot dovrebbero mantenersi ad almeno 89 km dai radiotelescopi: insomma, un’area enorme, altro che not in my backyard.

Dal canto suo, contattata da Media INAF, la iRobot precisa d’aver «preso in esame le obiezioni sollevate dalla NRAO, e di ritenere che la possibilità che il sistema di RLM [robotic lawn mower, ovvero tagliaerba robotico] proposto possa avere un impatto sulle misure radioastronomiche sia infinitesimale. Il personale dell’FCC ha tutte le competenze per dirimere questi aspetti tecnici e stabilirà se ci saranno ripercussioni negative per radioastronomia. Confidiamo che l’FCC prenderà la decisione giusta».

Insomma, la “guerra delle onde” è appena cominciata, e ancora nessuno sa come andrà a finire. Ma non è certo la prima volta che accade. «Si tratta d’una tipica controversia che sempre più spesso emerge tra la comunità radioastronomica e il proliferare di nuovi gadget elettronici sempre più alla portata di tutti. I radiotelescopi», spiega Bolli, «sono congegnati in maniera estremamente sofisticata (enormi antenne, ricevitori raffreddati a temperature prossime allo zero assoluto, sistemi di acquisizione digitali allo stato dell’arte), così da permettere di ricevere i segnali celesti provenienti dalle regioni più remote dell’Universo. Essi “però” osservano le sorgenti astronomiche nella banda radio, ovvero da decine di MHz fino a centinaia di GHz, quindi proprio nella banda in cui nuovi dispositivi, di cui questo tagliaerbe robotico è un esempio, fanno l’ingresso nel mercato della grande distribuzione. Un altro esempio attuale sono gli short-range radars presenti nelle autovetture: pur trasmettendo bassi livelli di potenza, un loro effetto cumulativo potrebbe eccedere i livelli di potenza dettati dalla normativa delle telecomunicazioni, rischiando di “accecare” i radiotelescopi, o comunque anche solo di creare un’interferenza al segnale astronomico».

«Naturalmente i radioastronomi non pretendono l’utilizzo esclusivo di tutta la banda radio», conclude Bolli, «né sono contrari alle nuove tecnologie, che anzi spesso vedono la luce grazie alla ricerca scientifica di base tra cui anche quella astronomica. Si tratta quindi di sfruttare una risorsa finita, quale è la banda radio dello spettro elettromagnetico, trovando un coordinamento tra servizi con caratteristiche completamente speculari».

Per saperne di più, guarda il documentario di INAF TV sulla protezione delle frequenze radioastronomiche:

Fonte: Media INAF | Scritto da Marco Malaspina


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