BANDITE! Brigantesse e partigiane

Creato il 26 novembre 2012 da Stampalternativa

Con questo libro Pino Casamassima torna sul famoso luogo del delitto: dopo "Donne di piombo" (Bevivino), in cui ricostruisce le storie di undici terroriste, l'autore de "Il libro nero delle Brigate rosse" (Newton&Compton) e "Gli irriducibili" (Laterza) affronta nuovamente il tema delle donne in armi. La prima parte di "Bandite!" - il cui titolo dispregiativo riverbera l'aggettivo col quale i nazifascisti chiamavano i partigiani - è composta da storie di brigantesse: non "drude" al seguito di briganti, ma esse stesse ricercate come autrici di sequestri e omicidi. Capobanda diventate tali dopo l'uccisione o la cattura del loro uomo. Ormai rotto l'equilibrio individuale e sociale che ne contestualizzava comunque l'esistenza in territori dominati dalla sopraffazione e l'ingiustizia, la donna che raccoglie il fucile per proseguire in armi una lotta destinata all'inevitabile sconfitta, diventa ancora più feroce nella sua azione rispetto ai briganti maschi, e questo perché la rottura di quell'equilibrio ha determinato la svestizione della sua femminilità per indossare gli abiti maschili della violenza, diventando più "maschia" dei maschi. Cioè più brutale, più violenta, incurante della pietà. Maria Oliverio, detta Ciccilla, tagliava disinvoltamente le orecchie dei suoi sequestrati per convincere le famiglie a pagare il riscatto, evirava i soldati catturati e mutilava i cadaveri. Donne senza futuro, finite massacrate coi loro corpi nudi e martoriati esposti nelle pubbliche piazze o sepolte vive in prigioni che le avrebbero uccise con agonie lunghe anni. Alcune riuscirono a sopravvivere: rimessa in libertà, Maddalena de Lellis, detta Padovella, tornò nella sua comunità, gestendo una specie di asilo infantile, con le mamme che le affidavano i figli mentre loro andavano a lavorare nei campi.
La seconda parte di questo libro che - come indica il sottotitolo - affronta "il ruolo delle donne col fucile in spalla", riporta le testimonianze raccolte da Casamassima in Valsabbia: luoghi montani sovrastanti quella Salò che ospitò la Repubblica Sociale. Nell'ospedale della cittadina fino a quel momento nota per aver dato i natali a Gasparo, l'inventore del violino, fu portato un partigiano poi destinato alla fucilazione: per liberarlo, perse la vita il ventenne Ippolito Boschi, la cui azione partigiana fu ereditata da sua sorella Maria: una delle donne presenti in questo libro. La sua narrazione - lucida e priva di qualsiasi concessione alla facile suggestione emotiva - ripercorre le giovinezze interrotte di due fratelli, uniti da un destino comune ad altri coetanei. Come Elsa Pellizzari, ora instancabile ottuagenaria in costante "tour" nelle scuole "perché i giovani devono sapere", allora ragazzotte quindicenni, sedicenni, che inforcavano la bicicletta per oltre trenta chilometri con le bombe a mano nascoste sotto la sella ("guai a prendere una buca: saltavi per aria. Ai posti di blocco facevamo le smorfiose con i soldati tedeschi che così ci facevano andare via") e i messaggi per i partigiani cuciti nei risvolti delle gonne. "La guerra era finita, i tedeschi in fuga, ma ai Tormini, in cima a Salò, resisteva una truppa con una mitragliatrice. Dopo tante discussioni riuscii a farmi mandare come messaggera, a dire loro che se se ne andavano via subito, avrebbero avuto salva la vita. Mi tremavano le gambe. Parlai duramente. Loro se ne andarono, io corsi indietro a piedi, senza fermarmi mai finché mi sentii al sicuro". A una domanda precisa sul loro ruolo, una di esse risponde "Non abbiamo fatto la guerra, noi. Abbiamo fatto solo le donne".

Di Redazione. 26 novembre 2012 | Archiviato in Echi quotidiani

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