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Belle & Sebastien

Creato il 27 febbraio 2014 da Af68 @AntonioFalcone1

1Presentato, fuori concorso, all’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, nella sezione autonoma e parallela Alice nella Città, dedicata alle nuove generazioni, Belle & Sebastien, diretto da Nicolas Vanier (anche sceneggiatore insieme a Juliette Sales e Fabien Suarez) rappresenta la prima trasposizione sul grande schermo, con rilevamenti adattamenti, dell’omonima raccolta di novelle scritte da Cécile Aubry, sulla cui base era già stata realizzata nel 1965 in Francia una serie televisiva (13 puntate in bianco e nero), alla quale seguì il più noto anime giapponese della Mk Company, 1981 (52 puntate, credo che molti, ragazzini all’epoca, sì, scrivente compreso, ricordino ancora i versi della sigla cantata da Fabiana: Belle è un cagnolone delicato, ma la gente spesso non lo sa- Sebastien un giorno l’ha incontrato, più nessuno li dividerà). Confesso di essermi accostato alla visione un po’ prevenuto, temevo in particolare la non remota possibilità di trovarmi dinanzi ad uno di quei film vagamente ricattatori sul piano sentimentale, che conducono lo spettatore, all’interno di un calcolato percorso a tappe, verso il sentiero della facile commozione, ma già dalla prima sequenza, un uomo cala con una fune un bambino da un crepaccio per recuperare un cucciolo di camoscio, la cui madre è stata uccisa da cacciatori senza scrupoli, ogni dubbio al riguardo si è subito piacevolmente dissolto.

Félix  Bossuet

Félix Bossuet

Vanier, valente documentarista (Il grande Nord, Le dernier trappeur, 2004) mette in scena la necessità di un recupero dell’originaria connessione fra uomo e natura, possibile soltanto una volta riscoperta quella purezza istintiva e primigenia propria di un fanciullo, così da ristabilire un opportuno dialogo, troppe volte arbitrariamente interrotto, con quanto ci circonda. Lo fa, in primo luogo, girando praticamente ad altezza di bambino, il piccolo orfano Sebastien (Félix Bossuet), sei anni, il quale, siamo nel 1943 ed è in corso di svolgimento la Seconda Guerra Mondiale, vive in un villaggio delle Alpi francesi insieme al nonno, acquisito, Cesar (Tchéky Karyo, i due sono i protagonisti della sopra descritta scena iniziale), e alla nipote di questi, Angelina (Margaux Châtelier). In seconda analisi Vanier assume la montagna stessa al ruolo di primo attore, sfruttandone scenograficamente ogni anfratto ed adeguando l’incedere narrativo ai suoi rumori e ai suoi silenzi, assecondando il cadenzare naturale proprio del succedersi delle stagioni.
Gli unici “artifici” tecnici sono costituiti da una suggestiva abilità di ripresa supportata da una più che valida fotografia (Éric Guichard e Laurent Charbonnier, quest’ultimo responsabile delle riprese relative agli animali), capace di non scadere mai nell’“effetto cartolina”.

Tchéky  Karyo e Bossuet

Tchéky Karyo e Bossuet

Dove il film presenta invece qualche incertezza drammaturgica ed un certo schematismo, relativo soprattutto alla caratterizzazione dei personaggi, è, mi aggiungo alle voci di molti, nel delineare le vicende relative alla Seconda Guerra Mondiale che coinvolgono gli abitanti del paesello, presidiato dalle truppe naziste, a conoscenza di come costituisca un punto di passaggio obbligato per la Svizzera da parte dei rifugiati ebrei. Pur se la narrazione al riguardo si rivela funzionale a mettere in evidenza come l’animo umano possa nascondere al suo interno le più varie intenzioni, ben diverse da quanto traspare al di fuori di esso, il suo incedere meccanico ed incerto ne fa quasi un altro film, tale è la distanza registica dalle sequenze, poetiche e realistiche in egual misura, volte a visualizzare il primo incontro fra Sebastien e “la bestia”, un cane inselvatichito cui Cesar e i pastori del paese danno la caccia, ritenendolo responsabile dell’uccisione di molte pecore. Egualmente appaiono felicemente risolti, da un punto di vista propriamente stilistico, sempre pervasi da una sottile linea poetica, i “pedinamenti” fra i due, sino alla reciproca conoscenza e all’assunzione di potersi fidare l’uno dell’altro o, meglio, dell’altra, visto che il cane in questione, uno splendido esemplare di Patou (Cane da montagna dei Pirenei), è una femmina, prontamente battezzata Belle dal bambino.

Belle e Bossuet

Belle e Bossuet

D’altronde il vero fulcro della pellicola, l’asse portante che ne fa un valido racconto morale, per l’infanzia e non solo, è, in sostanza, l’esternazione di un afflato al contempo edificante e “sanamente” commovente, piuttosto realistico dopo anni di dominio dell’effettistica digitale. Al suo interno più elementi prendono vita e generano un empatico scontro che evolverà in incontro, con i loro opposti (diversità- eguaglianza, diffidenza-solidarietà, paura- coraggio, bugia-verità), all’interno di un sentiero avventuroso e formativo.
L’aspro confronto di Sebastien con la realtà , la dolorosa riflessione sulle proprie origini, il superamento di vari ostacoli, vedrà assurgere in qualità di opportuno assunto finale il trionfo di una “grande illusione” (titolo dell’immenso film, La grande illusion, ’37, di Jean Renoir, non a caso citato nella sequenza conclusiva), in forma di anelata speranza. L’uomo, l’essere umano, non sarà mai solo una volta ripreso contatto con la parte più intima di sé, con i propri simili, rinato a nuova vita nel rispetto di quella natura di cui è parte integrante come ogni essere vivente, danneggiando la quale non fa altro che menomare se stesso, specie considerando la sua posizione in cima alla scala evolutiva, per quanto si trovi spesso distante da quella razionalità ed intelligenza che ne hanno permesso il posizionamento.

Belle

Belle

Un film da vedere, capace di scaldare e rendere sereni gli animi più gelidi e foschi, dove a risaltare non sono tanto le interpretazioni attoriali (su tutti, cane a parte, prevale Karyo), quanto la visualizzazione di un dialogo uomo- natura essenzializzato da Vanier anche offrendo elegiaco risalto a momenti silenti rispetto ai dialoghi, idoneo poi a far riscoprire quella capacità, da sempre propria del cinema, di mettere in atto una confluenza immaginifica fra realtà e finzione, che ha ancora molto da dire a quegli spettatori capaci di cedere, nel buio di una sala, al suo incanto affabulante.


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