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Bembo e la grammatica Italiana

Creato il 09 maggio 2010 da Rimmel

Pietro Bembo e la grammatica

Bembo ha scritto il più importante trattato di grammatica della lingua italiana.
Questo autore vantò, prima dell’attività da grammatico, una precedente attività letteraria in volgare e latina, sia prosa che verso, una notevole attività filologica ed editoriale. L’impostazione del ragionamento bembiano è prettamente umanistica.
Le “Prose della volgar lingua“, pubblicate nel 1525 da Pietro Bembo, sono il maggior intervento sulla lingua del sedicesimo secolo.
Nel libro Bembo usa l’escamotage del dialogo tra personaggi illustri per esplicare la sua teoria sul volgare italiano.
I protagonisti del dialogo sono Carlo Bembo, fratello dell’autore, Federico Fregoso, sostenitore della lingua cortigiana,Giuliano de Medici, sostenitore del fiorentino vivo ed Ercole Strozzi sostenitore del latino e il suo uso come lingua letteraria.
Nelle “Prose” Bembo denigra la letteratura del ‘400, inalzando a modelli gli scrittori classici trecenteschi, poiché la provenienza della lingua fiorentina mista al volgare nuoce all’uso della lingua pura.


I ruoli degli interlocutori nel libro sono chiari e ben definiti: tre sono i sostenitori del volgare e solamente uno quello del latino latino.
Le “Prose” si dividono in tre libri: il primo chiarisce i fondamenti del volgare, paragonati con quelli del latino, e vi è la definizione del volgare ideale. Bembo illustra la questione latino / volgare: il latino è una lingua unica, e il volgare ne è derivato dopo la “corruzione” linguistica a contatto dei popoli che hanno invaso l’Italia durante i secoli (teoria della corruzione o della catastrofe). Ne viene che il volgare nasce non come una lingua pura ma piuttosto una lingua nata dalla casualità. Il riscatto del volgare deve venire ad opera degli autori.
Il secondo libro è una considerazione di carattere retorico, stilistico e metrico sul volgare. Il terzo si basa sull’analisi della grammatica fiorentina nel panorama letterario trecentesco. Bembo descrive fiorentino letterario del trecento: Petrarca è il sommo modello per poesia, Boccaccio per la prosa. La trattazione grammaticale è discorsiva, per niente schematica, vengono trattate varie parti del discorso, senza evidenziarle come tali. Bembo rifiuta la classificazione terminologica non precisa né tecnica.
Per la trattazione delle parti del discorso, l’autore usa perifrasi formate da parole comuni, ad esempio la perifrasi “voci che invece di nomi si pongono” indicava i pronomi.
Bembo si ferma ad illustrare e commentare alcuni fenomeni e alcune forme analizzando l’uso degli autori per prosa e per poesia. In alcuni casi indicava per il diverso uso delle parole l’ oscillazione presente nei tre grandi (Petrarca, Dante e Boccaccio) tra la forma più antica e quella innovativa.
Le “Prose” ebbero tre edizioni: la prima edizione presso il Tacuino di Venezia, nel 1525 , la seconda presso l’editore Marconcini (aperto alla produzione in volgare), nel 1538. Nel 1549 ci fu la terza edizione presso l’editore fiorentino Varchi , che introdurrà successivamente il bembismo a Firenze.


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