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Berlinale 2016. I miei 5 film di sabato 13 febbraio (tre sono bellissimi)

Creato il 15 febbraio 2016 da Luigilocatelli
'L'avenir'

‘L’avenir’

Le fils de Joseph

Le fils de Joseph

1) Fuocoammare di Gianfranco Rosi. Competizione.
Lampedusa indagata e ripresa dal regista vincitore del Leone d’oro a Venezia con Sacro GRA. I migranti che arrovano sulle barche e la gente che ci abita. Soo straordinarie le storie dei primi, molto meno le altre. Ma questo film girerà il mondo, e molto si discuterà di quella scena con i cadaveri accatastati nella stiva. Voto 6 e mezzo. La recensione.
2) L’avenir di Mia Hansen-Løve. Competizione.
Tra quelli visti in competizione i primi giorni, da giovedì 11 a domenica 14, il film migliore. Pensare che la francese Mia Hansen-Løve non mi aveva convinto con i suoi precedenti Un amour de jeunesse e Eden. Stavolta invece centra un film praticamene perfetto, un mirabile ritratto del milieu parigino ch lei conosce benissimo e dove immagino sia anche diventata grande, quella dell’intellettualità borghese. Dei bobos di ottimi gusti, e di ancora meglio letture, naturellement di sinistra (impensabile il contrario), gente di eleganza sobria e contenuta fino all’invisibilità, comunque lontana da ogni volgare eccesso di soldo esibito, da ogni smania da rozzi parvenu. Gente se vogliamo non proprio di massima simpatia (nel film di Eugène Green di cui potete leggere sotto, Le fils de Joseph, il giovane protagonista ironizza sui bobos e su quanto siano odiosi), ma presenza ineludibile e perfino indispensabie dell’antropologia franco-parigina. Mia Hansen-Løve stavolta abbandona i suoi giovani, sempre belli e massimamente chic anche quando sono perduti e tossici e in cachmerini logori e bisunti, per concentrarsi su una donna nei suoi cinquanta e qualcosa di nome Nathalie, interpretata da una clamorosa Isabelle Huppert che se non le danno il premio come migliore attrice bisogna organizzare una sommossa al Palast. Nathalie che viene, come sovente capita, mollata dall’ignavo marito per una sconosciuta  si suppone più giovane. Flosofo lui, filosofa Nathalie, insegnante all’università assai amata dagli alievi cui schiude le menti e pure orizzonti. In pochi minuti di film si citano Adorno e i suoi Minima Moralia (è il secondo della Scuola di Francoforte in un film di questa Berlinale dopo il Marcuse dei Coen), Martin Buber (pronunciato Bubé alla francese!), Foucault e adesso non ricordo più chi, comunque tutta gente di assoluta ecellenza intellettuale. I due figli, che di philo non vogliono sapere, stan però dalla sua parte, costringendo il padre a confessare la colpa e andarsene di casa. Ma una filosofa non piange mai, e se piange, lo fa con gran autocontrollo e lontano da occhi indiscreti. Ci vuole classe, anche nel dolore. Nathalie soffre, ma essendo di modi coltivati non si abbandona al piagnisteo. Non si fa, ecco. Conosciamo persone e personaggi intorno a lei, a partire da un suo ex allievo bello di quella bellezza magra-maschile molto aristocratica ereditata da Rohmer e Bresson – ‘il miglior che abbia mai avuto’  ice Nathalie – che sta scrivendo un libro, sta in una specie di comune anarchica con altri intellos-bobos da qualche parte sulle montagne. Conosciamo la madre di Nathalie, ex mannequin, ora terrorizzata dalla vecchiaia, dalla solitudine, dalla morte, ed è Edith Scob, l’attrice del mitologico Occhi senza volto di Georges Franju ripescata da Léo Carax per Holy Motors. Lungo due ore e qualcosa (ormai i 120 minuti sono la durata minima di un film da festival) assistiamo a quella che le cattive psicologhe definiscono l’elaborazione della perdita. Con uno dei personaggi femminili più dignitosi e forti che il cinema ci abbia dato di recente. Tutto raccontato da Hansen-Løve con una fluidità e un senso di verità da regista assai sperimentata. Spero vinca qualcosa e perché no?, l’Orso d’oro, se la giuria non si farà intimidire da Lav Diaz e dai film politicamente corretti con la messaggeria incorporata.Voto 8 e mezzo
3) Mahana (The Patriarch) di Lee Tamahori. Competizione.
Potrebbe diventare un guilty-pleasure. Certo non c’entra niente con gli altri film in concorso, e nemmeno con un festival, intendo con un qualsiasi festival. Questo è cinema che non lesina nefandezze per invischiare lo spettatore, dai cavalli bianchi che compaiono sulla collina agli immensi paesaggi con sopra nuvole che corrono in cielo. Non mi ricordo i tramonti rossofuoco, ma è come se ci fossero. Puro lenocinio. E però, se si allentano un attimo i freni inibitori si potrà anche godere qua e là dello spettacolo rozzo e nerboruto che il nozelandese poi approdato a Hollywood Lee Tamahori (Once Were Warriors) ci mette davanti. Una sagra maori dove c’è dentro di ogni, con un patriarca-padrone non solo autoritario ma proprio despota senza pietà. Issato al vertice di un clan composto dai suoi figli, dalle loro mogli, dai figli dei figli. Tutti uniti sulla stessa terra dove lui è il re. A dargli filo da torcere è uno dei nipoti, il più colto, il più intelligente, il più critico verso le tradizioni clamiche e il più aperto all’arrembante modernità (siamo negli anni Cinquanta), quello che farà carriera (sarà mica unalter-ego del regista?). Si ribellerà al padre-padrino uno dei figli, proprio per difendere quel ragazzo così diverso dagli altri, e verrà scacciato di casa, dalla terra. Aveyte in mente quando nell’olmiano Albero degli zoccoli il povero protagonista viene sloggiato dal padrone per aver tagliato il fatale alberello? Ecco, siamo da quelle parti. Aggiungeteci l’odio con una famiglia rivale e un segreto di famiglia che deflagrerà alla fine della storia. Romanzo popolare, nel senso peggiore e qualche volta migliore. Si potrà anche arricciare il naso di fronte alla brutalità linguistica e registica di Tamahori, ma il film si lascia vedere, altroché. Scena de culto: la gara di tosatura pecore tra i maschi più machos. Feticizzazione della fisicità e bellezza maori, maschile e femminile, con prevalenza della prima. Tranquilli, c’è anche la haka, però a un funerale. In America impazziranno. Voto 5
4) A Quiet Passion, di Terence Davies. Berlinale Special Gala.
Vita di Emily Dickinson, la signorina che dalla sua  stanza di Amherst, New England profondo, ha cavato fuori quei pezzi di poesia che sappiamo. Prevalenemente vestita di bianco. C’era da temere il santino, invece ne è venuto fuori uno dei migliori biopic da parecchio tempo a questa parte. Merito di una sceneggiatura non genuflessa di fornte al mito, con dialoghi acuminati e scrticanti, con perfino qua e là un andamento da sophisticated comedy assai witty. Un film scritto e diretto da Terence Davies, un maestro vero (do you remeber Voci lontane, sempre presenti?) che ormai davo per perso dopo aver visto lo scorso novembre a Torino il suo brutto Sunset Song. Invece qui miracolo. Non sgalia niente, ritrova la purezza e il rigore del suo stile registico, quella propensione al tableaux vivants però percorsi da fremiti vitali, mai ingessati, mai ossificati. Con in più movimenti sinuosi di macchina che non gli ricordavo (c’è perfino una carrellata circolare – si potrà dire? – da urlo). Emily Dickinson vien presentata nel suo talento, ma anche nella sua durezza e asperità di carattere, nella sua intransigenza verso se stessa e gli altri che con il tempo peggiorerà, e che non risparmierà nemmeno le persone  a lei più care, il padre, la madre, la sorella, il fratello. Mai prona alle convenzione, con nessuna voglia di darsi alla carriera di moglie e madre, e difatti mai si sposerà. Uno di quei rari film che alla smaltata confezione sanno unire una narrazione complessa e avvincente, e personaggi che vivono di vita vera. Terence Davies, nonostante il suo senso alto dello stile, non appartiene, non aparterrà mai, alla categoria degli esteti ossessivi e dei formalisti, a lui interessano troppo le anime e soprattutto i corpi, la loro prepotenza fisica, per esserlo. Straziante la morte urlata, rabbiosa, ringhiosa di Emily, una scena che dispiacerà a molti, vedrete, ma che illumina tutta l’operazione condotta da Davies. Film imperdibile, serando che qualcuno lo importi in Italia. E che interpretazioni. Cynthia Nixon è Emily da grande, in un’altra grande perfomance dopo quella di James White visto a Locarno. Attenzione, c’è anche Keith Carradine, il bello di Nashville di Altman. Adesso è un vecchio bellissimo e, in quuesto film, molto lincolniano. Voto 8
5) Le fils de Joseph, di Eugène Green. Sezione Forum.
Che giornata: me ne rendo conto adesso scrivendone. Tre film eccellenti su cinque. Il terzo è questo Le fils de Joseph, il meglio in assoluto tra tutto quanto ho potuto vedere a oggi a questa Berlinale. Di Eugène Green, autore a parte e fuori da ogni possibile schema e sistema di cinema, americano trapiantato in Francia. Avevo adorato a Locarno 2014 il suo La Sapienza. Questo Le fils de Joseph va perfino oltre. Che dire? Capolavoro! Capolavoro! Capolavoro! Impossibile rendere l’idea di cosa sia il cinema, e questo film, di Green, perché come lui nessuno, quel che fa non è apperentable a nessun modello grande-schermo. Green che qui racconta di un diciassettenne di nome Vincent (interpretato da un attore con una faccia che un tempo si sarebbe detta proletaria, e con un che dell’innocenza del primo Ninetto Davoli) il quale scopre finamente dopo tanto pensare chi è suo padre, visto che la madre non ha mai voluto rivearglielo. Trattasi di un editore stronzo, al centro di una cerchia di odiosi bobos, e Vincent decide di vendicarsi di lui. Ma ci saranno sviluppi inattesi, Vincent troverà un altro uomo che gli farà di padre. La cosa straordinaria di Green non sta solo nel rigore delle inquadrature (fisse e quasi sempre frontali e simmetriche), ma nel fatto che lui, innamorato del barocco (architettura, teatro, musica), muove i suoi personaggi e li mette sulla scena come se stessero recitando Racine, li fa declamare parole e dialoghi che suonano come meravigliosi e inattuali versi classici, anche quando parlano di cose assolutamente triviali e contemporanee. Con un effetto di straniamento ipnotico. Tutto è come sospeso nel tempo, o congelato in un tempo proprio, e però Green miracolosamente ci rende credibile quanto  vediamo, ci fa appassionare ai suoi personaggi e alle loro vite. Con continui riferimenti figurativi all’arte dell’Occidente. Nella camera di Vincent non campeggiano foto di calciatori o rockstar, ma la riproduzione in manifesto di Il scarificio di Isacco di Caravaggio: che verràò rifatto e ricalcato in una delle scene di massima tensione del film. Con altri riferimenti a Bibbia e Vangeli, e perfino una fuga sull’asino come Giuseppe e Maria scampati alla furia di Erode. Cinema che o lo ami o lo odi. Ma se lo ami, ne diventi pazzo. Mi chiedo come mai Green non sia ancora consacrato, come mai qui a  Berlino non l’abbiano messo in concorso. E però stavolta almeno ha potuto contare su un buon budget, e attori di richiamo come Mathieu Amalric, Fabrizio Rangione (fantastico) e Natacha Regnier. Quand Vincent si rivolge a Joseph dicendogli: “Tu sei un uomo buono, insegnami come si fa a diventarlo” o ti metti a ridere o ti commuovi. A me è capitata la seconda. Voto 9


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