Magazine Diario personale

Bianco

Da Parfumdefemme @ParfumdeFemme

La prima volta che entrò in quella casa aveva con sé una valigia quasi vuota e il desiderio di non andarsene mai più.

Le pareti scarne e la mobilia bianca, completamente bianca, davano parvenza di pulito e di tranquillità.

Niente ricordi, niente passato.

A lei, che faceva della possessività il suo segreto, sembrò un ottimo motivo per mettere da parte le armi e sognare.

D’altronde nella sua testa di ragazza non potevano che esserci sogni.

Era lo stesso giorno di quella prima volta, era la stessa casa e aveva con sé una valigia traboccante e la paura di non riuscire a lasciare quella prigione.

La donna camminava avanti e indietro per il salotto, a piedi scalzi e facendo risuonare tutto il peso dei suoi pesanti vent’anni.

L’orologio segnava le tre, la notte era al culmine della sua bellezza silenziosa e il suo corpo seminudo era illuminato solo dalla luce flebile che filtrava dalle grandi finestre.

Lo sguardo era fisso proprio su quello spiraglio di luce, un lampione forse, come se in quel bagliore avesse potuto trovare la forza.

Immaginava fosse giorno, uno di quelli così luminosi e soleggiati da far sembrare tutto quasi etereo.
Immaginava tutte quelle persone , quelle stesse che si erano volatilizzate con l’andare del tempo e del dolore, e le immaginava vestite di bianco sfilare dalla parte opposta dei vetri e osservarla.
Le vedeva guardarla con pena, l’avrebbero vista debole alla ricerca di qualcosa. Ed era sicura avrebbero pensato stesse cercando la forza di rimanere, di non lasciarsi schiacciare da quella casa e da quelle pareti che celavano troppa vita dimenticata, schiacciata sotto quel leggero manto bianco.

E rideva, eccome se rideva.
Rideva perché nessuno tra quelli avrebbe mai immaginato che non era la forza di restare quella che cercava.

Era quella di scappare, furtivamente e con la consapevolezza che non avrebbe lasciato nessuna mancanza di sé alle spalle.

Si sedette senza staccare lo sguardo da quella luce, sentendo sotto al corpo nudo la pelle fredda e ruvida del divano.
Era l’unica pelle che poteva sentire sotto di sé da mesi e chissà se qualcuno avrebbe mai potuto immaginare che riusciva anche non sentirne la mancanza.

Chissà se qualcuno avrebbe mai detto che rinchiusa in quella gabbia si sentiva al sicuro.

Chissà se qualcun altro, oltre lui, riusciva a non vederla.

Quella notte fu come molte altre, un cumulo di pensieri e nulla di fatto.
E il giorno dopo sarebbe stato come molti altri, con la sola differenza che sarebbe tornato ad accorgersi di lei quando lo avrebbe aiutato a spegnere quelle troppe candeline.

“Auguri”


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