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Bilanci 2011, le ONLUS resistono

Creato il 12 luglio 2012 da Cren

Bilanci 2011, le ONLUS resistonoEccoci qui, fuggito da Londra l’amico Max si presenta con le sue analisi dei bilanci di alcune ONLUS (internazionali) italiane. A Londra fra Olimpiadi e scandali bancari butta male per un analista come lui, visto come un moderno untore dagli incazzati pagatori di mutui.

Tanto una visione generale: non è andata male, come si prevedeva all’inizio il 2011, per l’industria dell’assistenza italiana. Il gettito del 5 per mille (pur riferito ad annate precedenti) è rimasto stabile e ha portato nelle casse delle ONLUS (tutte) ben 375 mio (412 mio nel 2010), le più grosse e marketizzate hanno preso le quote più elevate. Il Ministero degli esteri ha elargito a 30 ONG euro 25mio fra cui hanno maggiormente beneficiato l’AISPO con euro 2 mio (collegata a S. Raffaele\Don Verzè) e ACRA (ex-margherita\PD) con euro 1,75 Mio; i contributi del MAE sono calati del 50%. Permane la poca trasparenza e gli sprechi (qui) sulle elargizioni effettuate.

Le donazioni dei privati (per progetti e Sostegno a Distanza) hanno avuto un lieve calo (intorno al 7%) che ha particolarmente penalizzato le Associazioni meno pubblicizzate o meno efficienti. Anche qua, come in altri segmenti del sistema economico, si è avuto l’effetto clessidra, cioè i piccoli hanno retto come i brand più importanti, a discapito delle medie. Nessuna associazione è riuscita a diminuire i costi di gestione (in genere aumentati) e ciò ha hanno penalizzato, ulteriormente, la percentuale destinata ai beneficiari, per quelle con entrate stabili o calanti. Il giro d’affari dell’industria dell’assistenza (nel settore di chi opera prevalentemente verso l’estero) è, dunque, lievemente calato ma si mantiene oltre il miliardo di euro. Si presenterà, in base alle stime, più brutto il 2012 in cui sono previsti cali dei fatturati più marcati (intorno al 15% sia per fondi pubblici che privati). Il settore dà lavoro (a volte inutile) a oltre 8.000 persone all’estero e altrettante in Italia. Nell’indotto operano le società di fundraising, consulenti vari, società di certificazione, produttori (per i progetti finanziati dal MAE che prevedono acquisti di materiale).

Max ha limitato il suo sguardo quantitativo ad alcune ONLUS operanti nel Sostegno a Distanza e nei progetti internazionali, con il solito scopo (ormai triennale) di cercare di capire quanti soldi arrivino veramente ai beneficiari e distinguere fra il fumo dei bilanci sociali e la reale attività. In qualche post abbiamo parlato, quando ne siamo venuti direttamente a conoscenza, della qualità dei progetti su cui ci sarebbero da scrivere (e qualcuno l’ha fatto) dei libri.

Fra i grossi, Save the Children ha investito molto nella comunicazione, si è dimostrata una delle aziende più dinamiche, con forti investimenti di marketing (oltre euro 8,5 mio in forte crescita), che corrispondono al 20% dei fondi raccolti (41,4 mio). Pubblicita’ e forte brand hanno favorito la forte crescita rispetto al 2010 (+29%) con incrementi significativi nei privati e nelle aziende. E’ anche fra quelle che hanno deciso d’investire in progetti in Italia (giustamente) per contrastare disagio minorile e migratorio con oltre euro 4 mio.

La maggior parte dei fondi finisce, però, nei progetti gestiti dal network internazionale (circa euro 30 mio) su cui l’associazione italiana e i donatori hanno poche possibilità di controllo. Un esempio è la presenza in Mozambico di una funzionaria italiana condannata proprio per distrazione di fondi destinati ai bambini di quel paese. Nei flussi destinati al network “vengono inclusi tutti i costi sostenuti per finanziare i programmi internazionali, per monitorare l’effettivo avanzamento degli stessi e tutti i costi relativi al tempo direttamente dedicato dal personale del dipartimento programmi” è scritto nella nota integrativa, che tradotto vuol dire parte delle spese di struttura del network e la comunicazione, che possiamo stimare (per difetto intorno al 20% del totale, cioè euro 6mio). In Italia spendono per la struttura altri euro 2 mio (in crescita) con uno staff di 134 persone. Quindi su euro 41,4 mio raccolti finiscono in spese di struttura e comunicazione circa euro 17 mio lordi (escluse le spese locali). In sintesi su 1 euro donato potrebbe arrivare a chi gestisce i progetti per i beneficiari (ONG locali, uffici locali) poco più di euro 0,55 centesimi, da cui si dovrebbero detrarre le loro spese di gestione.

Action Aid, gli inventori della “cooperazione soffice” (convegni, advocacy, formazione, empowerment) sono stati un po’ fermi con l’entrate (+2%) e in calo per quelle derivanti dal Sostegno a Distanza. Calo compensato dai fondi pubblici (MAE e UE). Eppure hanno investito fior di soldi in pubblicità: euro 9,2 mio (1 mio in più rispetto al 2010) su un totale di entrate di 48,6 mio (circa il 23%). Il personale in Italia, 93 persone, ha assorbito ben euro 2.5 mio in aumento (per accordi di categoria) rispetto al 2010. Anche qui gran parte dei fondi và direttamente (euro 6 mio) o indirettamente (euro 30 Mio, di cui dichiarati 1,8 per spese di gestione) a sostenere le spese di struttura e i progetti del network internazionale.

La cosa strana è che anche buona parte del contributo dell’5 per mille finisce al network; meno della metà è utilizzato in Italia “ nelle attività nazionali legate al tema del diritto al cibo, per complessivi 534 Euro/000 (di cui 248 Euro/000 per risorse umane e 286 Euro/000 per acquisto di beni e servizi”. Anche qui, andando con benevolenza, si ritiene che su 1 euro donato, la metà arrivi nei paesi beneficiari al lordo delle spese di struttura da sostenere sul posto.

Il VIS (Volontari Italiani per lo Sviluppo-Salesiani), dopo il truffone da qualche milione di euro affidati alla società di Dino Pasta (qui) non ha ancora depositato il bilancio, dopo l’azzeramento degli organi direttivi a fine 2011. Su questa vicenda, che ha coinvolto anche il Consorzio Agire, e le maggiori ONLUS italiane, non si hanno avuto più notizie (cioè che fine hanno fatto i soldi). Alla faccia della trasparenza e delle migliaia di donatori che, per mala gestione, hanno visto finire i loro soldi (euro 9 mio) non ai bambini di Haiti ma chissà dove. Per esempio Save The Children ha dovuto mettere in bilancio Oneri finanziari e patrimoniali per euro 231.000 per tappare la falla. S’attendono i bilanci del Cesvi, Terre des Hommes, e Intervita, che non hanno ancora presentato il bilancio 2011.

Le ONG di partito, resistono grazie ai finanziamenti pubblici. ACRA vede un leggero calo (da euro 8,1 mio a 7,9) riuscendo a reperire fondi pubblici (Regione Lombardia, UE e MAE), malgrado la crisi e le spending review , grazie alla sua capacità di relazioni. Mantiene anche una buona capacità attrattiva verso il sistema politico-finanziario delle Fondazione Bancarie (Fondazione Cariplo, Compagnia di San Paolo, Fondazione Monte dei Paschi (in stato pre-fallimentare senza i soldi dei tax payers), Fondazione Cariparma).

Il trend e le aspettative dei flussi pubblici sono, comunque, negative e l’Associazione non è stata in grado, negli anni passati, di raccogliere fondi fra i privati (individui e aziende). Ciò spiega l’assorbimento di CCS Italia che mantiene, malgrado, tutto una rete di circa 12.000 sostenitori individuali. Il Bilancio, come caratteristico delle ONG para-pubbliche, non dettaglia i costi sostenuti dall’Associazione nei paesi in cui è presente ma solo quelli per la gestione della sede italiana in crescita (da euro 960.000 a euro 1,1mio). Sarebbe bello sapere quanto dei soldi pubblici (le nostre tasse) dichiarati per i progetti (9,3 mio) finiscono a mantenere i 10 uffici, personale, spese di struttura che ACRA ha nei vari paesi e quanto ai beneficiari. Se stimiamo i costi (vedi fine articolo) possiamo considerare che il costo annuo sia di circa euro 2 mio per la struttura estera. Poi ci sono le spese di gestione delle strutture dei partners locali e i loro uffici e personale. Sarebbe anche bello che queste tipologie di ONG specificassero dove sono acquistati i beni strumentali (tubi, turbine, etc.) utilizzati nei progetti. Quindi su 1 euro donato dai tax payers (e\o dai pagatori di mutui delle Fondazioni bancarie) arrivano per i beneficiari, meno del 40%.

L’associazione assorbita (e in fase di smantellamento) CCS Italia Onlus è di medie dimensione e ha subito (ormai da un triennio) l’effetto clessidra aggravato da una gestione approssimativa e da poche attività. Nel 2011 il calo è stato marginale (- 5%, raccolti euro 2,7mio) ma le alte spese di gestione hanno portato a diminuire ulteriormente la quota per i progetti al lordo delle spese locali (da euro 1,4 a euro 1,3 mio);  su queste somme sono state caricate circa euro 500.000 di spese sostenute in Italia (amministrazione e stipendi). Insomma ai beneficiari su 1 euro versato dai donatori arrivano, se va bene, 30 centesimi.

Da segnalare che, CCS Italia, è stata fra le poche ad annullare i progetti in Italia (mentre altre li hanno iniziati) e che, per l’assoluta inutilità, è stato chiuso il processo di certificazione, costato all’Associazione euro 40.000 (soldi destinati ai bambini). Il bilancio (dopo tre anni di passivo) si chiude in sostanziale parità per il definitivo utilizzo dei fondi risparmiati nelle gestione precedenti.

Curiosa è la situazione di Oxfam Italia (che ha assorbito UCODEP), la raccolta fondi è unicamente pubblica (le nostre tasse) e in crescita del 10% (fatto strano) passando da euro 9,5 mio a 10,6 mio nel 2011. La Regione Toscana passa euro 5,6 mio e il Comune di Arezzo altri euro 1,2mio (quasi raddoppiati rispetto al 2011). La metà dei soldi pubblici se ne và per pagare gli stipendi a 316 persone (spesi euro 5,4 mio nel 2011 contro euro 4,7 mio del 2010); ben euro 243.00 se ne vanno per consulenti; altri euro 775.000 (raddoppiati rispetto al 2010) per attività di promozione che non ha portato grandi risultati vista la scarsa raccolta dai privati. Sembra un piccolo ministero.

Fra le Associazioni medie e a conduzione famigliare Aiutare i Bambini mantiene la raccolta stabile (2010 euro 3.48 mio; 2011 euro 3,52mio) è fra quelle che proporzionalmente investe di più in progetti in Italia (circa euro 500.000). più o meno la metà di quanto spendono in marketing, però. Qui risalta che fra “Oneri da raccolta fondi” e “Oneri di sensibilizzazione” volano via oltre euro 900.000 (cioè il 27% dei soldi ricevuti dai donatori. Se aggiungiamo “Personale e collaboratori per progetti” e “Oneri di supporto generale” (per un totale di euro 1,5 mio, ci accorgiamo, con sorpresa, che quasi euro 2,5 sono spesi per gestire l’Associazione (cioè il 71%). In effetti, nel bilancio, solo euro 1,8 Mio (al lordo delle strutture locali) sono destinati ai progetti.

Fortunatamente interviene la proprietà (Famiglia Modena) con un aumento di capitale di euro 600.000, se no il bilancio sarebbe in rosso. Anche loro sono un po’ approssimativi nella selezione dei collaboratori e tali scelte hanno portato alla chiususra dei progetti in Nepal (dopo aver versato alla organizzazione locale, non tanto affidabile, euro 70.000). In sintesi chi versa 1 euro può sperare che ne arrivi ai progetti per i beneficiari meno di 0,4 cents.

L’abbiamo fatta un po’ lunga per dare solo uno sguardo e sperare che anche i donatori diano un occhiata alla fine che fanno i loro soldi. Risulta, poi, fastidioso leggere nei bilanci sociali cifre sparate sul numero di beneficiari. Per esempio Aiutare i Bambini parla di 123.912 ciò significherebbe che per ognuno sono stati investiti circa euro 12; CCS Italia dichiara che i beneficiari sono 95.000 che sarebbero meno di euro 9; per non parlare dei 2.000.000 di Save The Children.


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