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Bob Dylan Milano 2013: Aspettando Bob Dylan 6 – di Michele Ulisse Lipparini

Creato il 26 ottobre 2013 da Milanoartexpo @MilanoArteExpo
Bob Dylan 1991 - receives the Lifetime Achievement Grammy award - with Jack NIcholson

Bob Dylan 1991 – receives the Lifetime Achievement Grammy award – with Jack NIcholson

Bob Dylan è a Milano in concerto al Teatro degli Arcimboldi (MAPPAsabato 2 novembre 2013, domenica 3 e lunedì 4 alle ore 21. Milano Arte Expo pubblica lo speciale “Aspettando Bob Dylan”: countdown alle date dei concerti milanesi – leggi tutti i testi a questo > LINK - firmato Michele Ulisse Lipparini.

Aspettando Bob Dylan n° 6

La fedeltà non si discute. I mistificanti luoghi comuni scelti per definirla, sì. Bob Dylan stravolge le canzoni, quante volte l’abbiamo sentito dire o, peggio ancora, l’abbiamo letto? E passa per delitto di lesa maestà. Sembra che andare a un concerto debba essere una metafora wildiana, guardare un’immagine come fosse una rassicurante istantanea che scandisca il non passare del tempo. >

Le canzoni sono manufatti che coniugano il linguaggio musicale con quello della parola, talvolta la musica è di natura divina, tocca corde profonde, persino nascoste dentro di noi. Talvolta quelle parole sono pura poesia – lasceremo ai poveri di spirito la necessità di confinare la poesia a una pagina cartacea afona – immagini criptiche eppur folgoranti oppure frammenti di luce che rischiarano il nostro stesso sentire, la sintesi del poeta che racconta le nostre emozioni, senza averci mai incontrato. Perché le infinite vite degli uomini non sono mai un fatto nuovo, e sono tutte un’unica vita.

Bob Dylan with Andrei Voznesensky  World Festival of Youths & Students  Moscow, Russia  July 25, 1985

Bob Dylan with Andrei Voznesensky World Festival of Youths & Students Moscow, Russia July 25, 1985

Se quello che accade con la poesia è più facilmente indagabile – le parole sono lo strumento di mediazione che usiamo quotidianamente per uscire dal nostro perimetro, vogliamo del pane e lo chiediamo – misteriosi sono i meccanismi che attengono alla musica, attengono a frequenze, a ritmi, a estensioni del suono e a latitudini emotive, e dall’inizio del tempo li abbiamo attivati per comunicare con gli Dei e con quella dimensione cui aspiriamo, in cui speriamo, che può essere salvifica. Se ci scaraventano nel Mato Grosso non saremo in grado di chiedere del pane ai nostri fratelli indios, non con le parole, ma se incappiamo in un rito accompagnato da tamburi, o altri strumenti, una condivisione, un coinvolgimento, una comunicazione misteriosamente, appunto, accadrà. E le canzoni sono anche il fenomeno artistico di cui fruiamo in maggior misura, ci prendono meno tempo che vedere un film, leggere un libro, o andare in un museo, e ci accompagnano quando andiamo a correre.

Forse proprio per questo, forse perché della musica si è fatta un’industria, abbiamo sviluppato l’idea della canzone come oggetto a nostro uso e consumo. La scopriamo una prima volta, la leghiamo a un ricordo, torniamo a sentirla mille volte. Quindi la possediamo, o, per meglio dire, la sopprimiamo per sentirci sicuri. Quel recipiente intimo diventa proprietà privata. La realtà è un’altra. Il tempo passa, noi cambiamo, il mondo cambia, accumuliamo dolore, perdiamo innocenza, il metabolismo muta. Accade la vita. E così è per tutti, Bob Dylan compreso. Senza nemmeno il bisogno di fare riferimento al fatto che un artista che non evolve, muore. Soprattutto per chi si esprime con una materia fluida come la musica, l’onestà intellettuale porta alla ricerca. La coazione a ripetere porta all’estinzione dello stimolo. Non sarà rassicurante però è etico. Ma c’è un fattore che può accomunare i due linguaggi: l’ispirazione. Allora sarà meglio spingersi ancora oltre: il momento mistico in cui si apre il canale e passa la scintilla divina non è standardizzabile. Le condizioni emotive non saranno mai più le stesse. Nemmeno si riproporrà il contesto. Riproporre dal vivo una canzone identica al momento in cui è stata incisa, quindi, è il vero tradimento. È una messa in scena per compiacere le aspettative omicide del pubblico che va cercando l’illusione di vivere per sempre e, per chi accetta di farlo, anche la celebrazione di un compiacimento narcisistico che riguarda lo star system e il mercato ma non la musica o l’arte. La serializzazione di un sentire va bene per un mondo in cui ha vinto Disney, e in cui lo strumento per la mediazione con gli altri è diventato il computer.

Bob Dylan with John Jackson and Billy Lee Riley at the Joseph Taylor Robinson Memorial Auditorium Little Rock, Arkansas September 8, 1992

Bob Dylan with John Jackson and Billy Lee Riley at the Joseph Taylor Robinson Memorial Auditorium Little Rock, Arkansas September 8, 1992

Nell’intervista televisiva con Ed Bradley, per il programma 60 minutes, alla fine del 2004, Bob Dylan ammette con una rassegnazione che sembra non essere mai completa di non poter più scrivere versi come faceva un tempo, e cita l’incipit di It’s Alright Ma’ (I’m only bleeding). Quelle sono parole che ci restituiscono realtà, in mezzo a una ridda di provocazioni disseminate nell’arco di cinquant’anni d’interviste, provocazioni, non menzogne, quello è un momento che potrebbe frantumare anche le illusioni di chi lo ho amato graniticamente, se così fosse, tanto meglio. Di una cosa siamo certi, l’uomo che ancora oggi registra i dischi suonandoli live in studio è sempre stato trasparente rispetto alla musica, è sempre stato fedele alla sua musa musicale. Mercuriale, perché l’urgenza espressiva non poteva essere sacrificata sull’altare dello showbiz, le radio lo hanno odiato quando ha rotto lo schema delle canzoni più lunghe di 3 minuti, occupando gli slot per la pubblicità.

Una vita spesa a essere libero, quale che fosse il prezzo da pagare. Inseguire un istante trascorso è una condanna all’infelicità, abbandonare il (micro)solco tracciato, bozza, per quanto finita, di un’idea che prende vita solo quando c’è un pubblico, invocare le muse ogni sera sul palco, cercare nuovi accenti, improvvisare sincopi, fraseggiare ogni sera cromatismi differenti, in un dialogo aperto con la chimica dell’emotività degli astanti, sono la traduzione di un concetto lampante. Ri-scrittura. Non solo modificare, ma anche scrivere ex novo. Insieme al pubblico. E mettersi in discussione. E donare tutto quello che si ha, anche nell’esporsi in una ricerca che alcune sere non trova il giusto esito. Mettersi a nudo. Darsi senza filtri, senza risparmiare. La vita è cambiamento e il cambiamento che Bob Dylan inietta alle sue performance è la garanzia universale di fedeltà allo spirito originario delle sue canzoni.

Bob Dylan 1995 - on the streets of Zaragoza

Bob Dylan 1995 – on the streets of Zaragoza

Ecco perché quella sera del 16 novembre 1993, quando sentirete Queen Jane Approximately, al Supper Club, i primi versi della seconda strofa vi ammazzeranno e vi faranno risorgere quando “the smell of the roses does not remaaaAAAAAAAaaaaaaaain”. Ed ecco perché il 30 settembre del 1987, a Monaco, I dreamed I Saw St. Augustine aprirà la porta sull’universo, a partire dalla seconda strofa. Follia allo stato brado, per richiudersi e portare tutto a casa con la “y”, ultima lettera e ultima nota dell’ultima parola. Ed ecco perché i versi “Don’t you understand that’s not my problem” da Positively 4th Street, al Brixton di Londra, il 30 marzo del 1995, vi spaccheranno la testa, dopo avervela destrutturata con le strofe e il fraseggio precedenti.

E poi ancora ecco perché l’assolo di armonica in chiusura di My Back Pages, a Oslo, il 19 luglio 1996, vi esalterà, dopo avervi illusoriamente dato la pace con una prima parte che sembra essere il punto e il termine dell’assolo stesso a 1 minuto e cinquanta secondi spaccati. Ed ecco perché la voce in vibrato, la confusione e il caos di una versione ai limiti del punk di My Back Pages, a Columbus, OH, il 16 novembre del 1990, vi pomperanno adrenalina in circolo, confermando la vostra dipendenza da estro e creatività. Ed ecco perché A Hard Rain’s A-Gonna Fall al New Orleans Jazz & Heritage Festival, il 25 aprile del 2003, vi farà interrogare sulla natura umana, quando la linea vocale indagherà intenzioni differenti strofa dopo strofa, i colori di ogni scenario rivisitati con la qualità del tocco impressionista, e non ci sarà più traccia del brano inciso il 6 dicembre del 1962 e pubblicato su The Freewheelin’ Bob Dylan. Dopo aver spinto i presenti a chiedersi letteralmente increduli “What the hell is going on here?”, la canzone è stata liberata, per l’ennesima volta e noi con essa.

Sì. Bob Dylan stravolge le canzoni. Grazie, Bob.

Michele Ulisse Lipparini

-7 giorni al primo concerto di Milano 2013

-4 concerti, oggi tocca a Berlino, terzo show

link utili:

l’intervista per 60 minutes

http://www.youtube.com/watch?v=-DeNCm-nxgk

Mr. Tambourine Man:, 3 versioni

1966: durata 10’ e 41’’

http://www.youtube.com/watch?v=gGEM0hvGb3w

1981: durata 5’ e 20’’

http://www.youtube.com/watch?v=Aixb7cPftos

2000: durata 5’ e 33’’ (ultimo concerto dell’anno, ma non è un motivo per fermarsi: sincopi, fraseggio, l’improvvisazione. Bob cerca qualcosa nella prima strofa, e il pubblico lo recepisce, timidamente reagisce, poi arriva la seconda strofa, e lui trova quello che cercava, e il pubblico segue a ruota)

http://www.youtube.com/watch?v=frOfxB4-c28

questo è successo a Milano, solo 2 anni fa. Una tigre in gabbia si agita sul palco, un problema tecnico scatena l’impossibile su Can’t Wait, da Time Out Of Mind, del 1997

http://www.youtube.com/watch?v=cjNbsaqDwKg

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MAE Milano Arte Expo -mail:[email protected] ringrazia Michele Ulisse Lipparini per la serie “Aspettando Bob Dylan” / conto alla rovescia al 2 novembre 2013 – qui gli altri testi > LINK - in attesa del concerto di Dylan a Milano presso il Teatro degli Arcimboldi.

Milano Arte Expo
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