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Body Art

Creato il 17 gennaio 2011 da Iannozzigiuseppe @iannozzi

di Iannozzi Giuseppe

Body Art. Don DeLillo
Don DeLillo è nato nel 1936 nel Bronx, da una famiglia di origine italiana: si ostina a vivere lontano dalle mondanità della società letteraria, ma, contraddittoriamente, pubblica molti articoli sulle più importanti riviste degli Stati Uniti (alcune patinate, molto patinate), dal New Yorker all’Harper’s, e non disdegna di impegnarsi per il teatro con tanti e tanti canovacci. Molti critici considerano Don DeLillo, insieme a Pynchon, il grande maestro della narrativa postmoderna americana.

DeLillo ha esordito nel 1971 con Americana. Tra le opere pubblicate in Italia val la pena ricordare: Cane che corre, Giocatori, Great Jones Street, Libra, Body Art, Underworld e Rumore bianco.
“Il tempo sembra passare. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela. C‘è una luce nitida, un senso di cose delineate con precisione, strisce di lucentezza liquida sulla baia. In una giornata chiara e luminosa dopo un temporale, quando la più piccola delle foglie cadute è trafitta di consapevolezza, tu sai con maggiore sicurezza chi sei”. (un breve estratto da Body Art)

Body Art è un romanzo difficile scritto con un linguaggio spericolato: ricorda vagamente la geometria stilistica di Crash di J. G. Ballard; Body Art è un romanzo decisamente poetico, raffinato e crudele. DeLillo, per scrivere Body Art, ha fatto affidamento a uno stile geometrico, spigoloso, dove i periodi e i pensieri sono come parallele che mai si incontrano, come rette che si intersecano, come piani inclinati e solidi proiettati nel grande spazio dell’Ego. La traduzione di Marisa Caramella è eccezionale: questo lavoro di DeLillo era davvero difficile da tradurre in un italiano che non svilisse e non addomesticasse la poetica euclidea dell’originale. La versione italiana di Body Art curata da M. Caramella non toglie nulla e niente aggiunge all’originale: la classe non è acqua.

Body Art, forse, è una storia di fantasmi, di fantasmi della mente, dell’Io artistico. Un’artista è costretta a confrontarsi con un dolore più grande di lei, un dolore che si traduce in una meditazione sul tempo e sullo spazio e ancora in un viaggio dentro il mistero della creazione artistica. Don DeLillo descrive la solitudine artistica e umana con geometria euclidea, ma non per questo scevra di poesia.
Chi è lo sconosciuto dall’aspetto dolce, tanto dolce da risultare grottesco? Ad una analisi un po’ approfondita, lo sconosciuto si rivela essere non poco infantile, uno sconosciuto per cui tempo spazio e linguaggio non hanno senso o quasi. O almeno non lo stesso senso che hanno per noi. O per Lauren, la giovane body artist, che se lo trova davanti, all’improvviso, in una delle tante stanze della vecchia casa sulla costa del Maine dove vive da sola. Rey, suo marito da pochi mesi, si è appena suicidato, e lo sconosciuto parla con la sua voce, pronuncia frasi che Lauren è sicura d’aver già sentito.
Underworld è il capolavoro di Don DeLillo, ma anche questa sua prova è degna di grande rispetto: è solo leggermente meno complessa rispetto ad altri suoi lavori, ma riesce a convincere anche la critica più ostinata. La materia artistica, i significati e i significanti, le solitudini personali e artistiche, nelle mani di DeLillo diventano un bisturi, che incidono parole simili a ferite che fanno e non fanno male dentro e fuori in quello che è il corpo narrativo. Ma che alla fine fanno male. Le ferite si aprono nella trama e non si rimarginano, si infettano lentamente, tanto lentamente da lasciare tempo alla vita di continuare a vivere (o sopravvivere) a sé stessa; e queste ferite sono quelle di Lauren, che diventa prigioniera di quelle parole dette e non dette con Rey, ancor prima che abbia tempo di comprendere il suo dolore personale, quello della solitudine. Lauren sopravvive a sé stessa. Forse
Body Art, la storia di una donna, o meglio di quel geometrico oscuro e perverso processo che la porta a tradurre il dolore e la solitudine in parole gettate nello spazio del suo proprio microcosmo vitale, in altre parole la realizzazione corporale dell’estremo artistico per eccellenza, quando il corpo è sol più una parola priva di significato spaziale. E l’anima, anch’essa, in ultimo, diventa una parola senza significato.

Body art – Don DeLillo – Collana Einaudi tascabili – Einaudi Editore – 102 pagine –  Euro 9


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