Anzitutto sulle sue ristrette dimensioni e, di conseguenza, sulle grosse limitazioni che condizionano l’operatività dei gestori di patrimoni.
Nel listino ufficiale della Borsa italiana sono quotate 241 società, per un totale di oltre 300 titoli, e ci sono molte società che hanno emesso anche azioni privilegiate e di risparmio. Però, se osserviamo bene, notiamo che soltanto cinque società hanno un peso del 50% del totale della capitalizzazione di Borsa. Sono ENI, ENEL, Unicredit, Intesa San Paolo e Generali. E’ questo un fattore molto negativo che può portare a gravi conseguenze.
Se, per esempio, in un solo giorno le azioni di queste cinque società aumentassero del 5% e le azioni di tutte le altre società quotate restassero invariate, Tv e giornali darebbero la notizia che
in Borsa si è registrato un forte rialzo, con l’indice che ha guadagnato il 2,5%. Statisticamente sarebbe corretto, ma il mercato ha registrato il rialzo di cinque azioni, mentre le altre 300 circa non si sono mosse.
E’ questa una delle anomalie di una Borsa, quella italiana, dove molte società con buoni bilanci sono piccole rispetto a pochi colossi, e non sono considerate degne di far parte di un portafoglio, perchè poco liquide. In Italia, più che in altri Paesi, il problema è marcato. Infatti ci sono 236 società che pesano nel listino meno dell’1% e molte di queste quasi zero, mentre ENI da sola pesa quasi il 15%, ENEL il 7% circa, Unicredit e Intesa San Paolo il 6% e Generali il 4%.
In un mercato che funzioni perfettamente l’investitore dovrebbe impiegare i propri capitali in società con buone prospettive economiche, con previsioni di utili e di espansione. Invece, gli investitori istituzionali (banche, assicurazioni, fondi comuni), comprano quasi esclusivamente le azioni delle società che fanno parte degli indici, come, ad esempio, quelle del FTSE MIB 40, che racchiude le prime 40 società in termini di capitalizzazione. Così facendo comprano azioni di grosse società, ma che potrebbero non avere grandi risultati e prospettive di buoni bilanci.
I grandi gestori non vogliono rischiare di comprare azioni poco liquide, con scambi modesti, con la preoccupazione di non poterle vendere facilmente sul mercato. In questo modo le azioni poco liquide diventano ancora meno liquide perchè non acquistate dai grandi investitori. Molte di queste società, di conseguenza, preferiscono rinunciare ad essere quotate in borsa (delisting). Ne sono esempio, negli ultimi due anni, società prestigiose come Marzotto, Valentino, Jolly Hotel, Cremonini, Anima, dopo essere state quotate per molto tempo.
Un altro aspetto anomalo da considerare è quello delle società che producono e delle società che generano servizi. Su 241 società quotate, solo 109 fanno parte del settore manufatturiero, cioè quello che produce, mentre le altre 132 appartengono appunto al settore dei servizi. La capitalizzazione di chi produce è di soli 144 miliardi di euro, mentre quella di chi lavora intorno a chi produce è di ben 570 miliardi. Ne consegue che le società che producono e creano ricchezza rappresentano appena il 20% della capitalizzazione totale.
Sbagliamo di molto affermando che la Borsa italiana, per le sue dimensioni, è da considerare degna di un Paese emergente?