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Boss

Creato il 12 gennaio 2012 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

Boss

Scrive Federico Gironi nella sua bella recensione, apparsa su Cineforum #508, di Le idi di Marzo: «Quel che accade in casa repubblicana non interessa più, bisogna prima mettere a posto in casa propria e poi andare a far le pulci agli altri», riferendosi a come il film di George Clooney indaghi esclusivamente la politica americana nel suo versante democratico.

Farhad Safina, creatore di Boss sotto l’egida di Chris Albrecht (passato all’emittente Starz dopo essere stato allontanato per uno scandalo dall’HBO, per la quale aveva dato i natali a pietre miliari della televisione americana contemporanea come I Soprano, Six Feet Under e The Wire), la deve pensare più o meno allo stesso modo dell’attore più desiderato di Hollywood. La sua creatura, infatti, sembra un ulteriore tassello del film con Ryan Gosling, una riflessione sullo stato della nuova politica statunitense, zeppa di buone intenzioni ma impossibilitata a decollare prima di liberarsi dal fardello dello status quo, incancrenitasi da anni di clientelismo, favoritismi e corruzione.

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Boss, otto episodi di un’ora l’uno con una seconda stagione già annunciata, racconta la storia della Chicago dei potenti esclusivamente dal punto di vista del partito democratico, andando a scavare nel marcio che sottende ad ogni ‘buona’ corsa alle primarie. È ingenuo chi pensa che la scintilla che sta alla base della serie probabilmente sia legata agli ultimi cinquant’anni di storia politica della metropoli dell’Illinois. È ingenuo perché non si rende conto che i punti di contatto tra realtà e fantasia sono talmente tanti da scongiurare immediatamente quel probabilmente

Partiamo dal titolo stesso della serie, Boss. Richard J. Daley, democratico, sindaco di Chicago dal 1955 al l976, anno della sua morte, era chiamato “the last of the big-city bosses”. La sua è stata una lunghissima ed ininterrotta carriera politica, trainata da non immaginiamo quanti compromessi, sotterfugi e giochi di potere. Oltre vent’anni seduto sulla poltrona più importante della città, un record frantumato solamente da Richard M. Daley, suo figlio, sindaco di Chicago dal 1989 al 2011 conosciuto per i suoi modi tutt’altro che leggeri. Nella serie messa in onda da Starz Tom Kane (e la citazione di Citizen Kane di Orson Welles non è casuale), magistralmente interpretato da Kelsey Grammer, è sindaco, in carica da non si sa quanti anni e la sua politica segue, non solo idealmente, quella del suo predecessore, il padre della donna che ha sposato. Impossibile negare quanto la prima stagione di Boss e l’ultimo mezzo secolo di storia cittadina siano profondamente legati.

Il secondo assunto da cui prende le mosse l’ottimo lavoro coordinato da Farhad Safina è l’ossessione, tutta americana, dello stato di salute dei suoi politici. Era il 1972 e Nixon rischiava una sonora sconfitta alle presidenziali, quando con la casualità che apparteneva solamente all’amministrazione nixoniana, alla stampa giunsero notizie di crisi depressive di cui avrebbe sofferto Thomas Eagleton, futuro vicepresidente, se George McGovern avesse battuto il suo avversario repubblicano. Dopo queste indiscrezioni, il risultato delle elezioni era ormai scontato e pendeva decisamente a favore di Richard Nixon. Il controllo sullo stato di salute, presente e passato, della classe politica statunitense sfiora il parossismo e fa decisamente più danni dei benefici che porta. Alimenta, infatti, la tendenza all’insabbiamento, un problema che già mina il mondo politico, non solo americano. Nei primi dieci minuti di Boss si scopre che Tom Kane è affetto dalla demenza dei corpi di Lewy, una malattia degenerativa incurabile. La scelta di aprire la serie proprio nel momento in cui al protagonista viene diagnosticato il male rende ancora più esplicito il desiderio degli autori di riflettere sulla crisi valoriale, morale ed etica che da sempre attraversa le più alte cariche politiche. Negli Stati Uniti come nel resto del mondo.

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Ancora, non è un caso che dietro questa operazione ci sia la mano di Gus Van Sant. Come produttore esecutivo della serie e come regista della prima puntata. Il suo impatto su Boss ha un effetto devastante: dal punto di vista contenutistico immaginiamo che il regista di Elephant abbia sposato, se non accentuato, il carattere prettamente politico del lavoro, mentre da quello stilistico ha aggiunto quel tocco autoriale che rende una serie televisiva sempre più vicino al cinema. Autoriale nel senso che il suo lavoro sulla regia del primo episodio è così importante (ed ingombrante al tempo stesso) da costringere i registi degli altri segmenti a confrontarsi con esso e a non abbandonare una strada maestra già abbondantemente tracciata nella prima ora di girato. Primi e primissimi piani, macro, un uso più che abbondante di sfuocati e un’attenzione maniacale per i dettagli rendono l’imprinting di Gus Van Sant riconoscibile per le altre sette puntate della prima stagione di Boss.

La serie rifugge il concetto classico di cliffangher e preferisce affidare la costruzione delle proprie fondamenta ad un lavoro di scrittura e caratterizzazione dei personaggi attento e puntuale (anche se bisogna sottolineare come la comune tendenza al “sotterfugio” renda i protagonisti un po’ troppo simili tra loro) e ad una sapiente calibratura del ritmo della narrazione. Mai frenetiche, ma sempre in movimento, le otto puntate di Boss sono evidentemente solo una piccola parentesi nella linea temporale che da troppi anni scorre uguale. Boss non ha bisogno di correre perché non sta mettendo in scena l’eccezionalità di un momento, ma la normalità di una situazione. Gli basta quindi essere lo specchio di un pugno di giornate tipo nei piani più alti dei palazzi del potere.

Michelangelo Pasini

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Scritto da il gen 12 2012. Registrato sotto RUBRICHE, SONS OF ANARCHY, TAXI DRIVERS CONSIGLIA. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

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