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Bussola scrive alle tre di notte

Da Bussola
Sono le due di notte e sono a) gravida b) insonne c) incazzata, indi per cui avendo finito da un pezzo i greggi di pecore da contare, ho deciso di rinunciare completamente all’idea di addormentarmi, alzarmi definitivamente dal letto e mettermi a scrivere.Scrivere è terapeutico. In genere mi fa sentire meglio.Mi succedeva anche alle medie, quando ero un corpo in preda agli ormoni adolescenziali e piangevo un giorno si e l’altro anche, per gravi complicanze universali, come l’unghia incarnita o il colore troppo acceso dello smalto. Tanto per dare sfogo a questa alchimia di molecole che mi giravano nel sangue, scrivevo, scrivevo, scrivevo e scrivendo mi sentivo meglio. Scrivevo una sorta di temi, di cui io stessa mi davo i titoli, e poco ci mancava per cui non mi dessi anche il voto.Conservo ancora adesso quei temi, raccolti in fogli protocolli, infilati gli uni dentro gli altri, buoni e giudiziosi. Se ne stanno nella loro scatola di latta in paziente attesa di esser rispolverati.Son certi sofloni, che avrebbero fatto scendere il latte alle ginocchia pure a Kant, se avesse avuto il dispiacere di poterli leggere.  Eppure io appena poggiavo la penna sul tavolo, a componimento concluso, mi sentivo come Dante quando pose  fine all’ultimo verso del Paradiso. Mi sentivo in Paradiso appunto.Cioè io non c’ero quando  Dante finì la divina commedia, né ho conosciuto qualcuno che potesse raccontarmelo, ma me lo immagino gongolante e soddisfatto, si riesco ad immaginarlo. Che poi i critici letterari si son fatti tante pippe letterarie sul simbolismo dantesco, di cui nutro seri dubbi che rispecchiassero effettivamente le intenzioni di Dante e vedi te che io ora non posso immaginarmelo gongolante a   opera conclusa?! Chi dice di no? Vi ricordo che sono a) gravida b) insonne c) incazzata e che pertanto non rispondo delle mie azioni.Dopo aver scritto mi sentivo rinfrancata, avevo lasciato su carta tutta la mia malinconia, le mie problematiche esistenziali (quel ragazzo che ha abbassato lo sguardo mentre camminavo ha avuto un problema di un moscerino in un occhio o si è intimidito travolto dalla forte passione nei mie confronti?) , le mie angosce (il colore dello smalto del piede si intona alla nuance della borsetta), e libera da tutti questi interrogativi cosmici potevo tornare alle mie cose insane quotidiane, leggera come un fringuello.Questi componimenti di letteratura sopraffina, per quanto generati da questioni di discutibile gravità, avevano la pretesa di affrontare grandi interrogativi sociali: la vita, l’amicizia, il senso della vita, il futuro. Se dico sofloni, mica esagero, son sofloni in tutto il loro splendore!A rileggere quei temi ne uscirebbe un quadro di una persona del genere:Individuo sesso femminile, caucasico, affetto da disturbi della personalità. Soggetto introverso poco incline alla socializzazione, segnato da cicatrici mai rigenerate dovute a gravi traumi giovanili non ancora metabolizzati. Predisposto al pianto e alla autocommiserazione necessita di urgente trattamento farmacologico.In realtà, io ero tutto tranne questo. In quei momenti avevo però bisogno di scavare dentro di me, per fare uscire il peggio, per potermene in qualche modo liberare. Il peggio rimaneva quindi intrappolato su quelle pagine e io mi sentivo meglio, libera e leggera.Non amo rileggere quindi quei testi, perché c’è il peggio di Bussola, la parte più fragile, più vulnerabile, che dice di esser forte, ma che nel momento in cui sente il bisogno di scriverlo è perché in realtà non si sente tale. In quei testi manca il meglio, la Bussola innamorata dei primi ragazzini, le amicizie che allora  sembravano indissolubili e che poi con il tempo si perdono come neve al sole, le risate con sua sorella, le prime soddisfazioni sui banche di scuola, le corse in campagna con il fido cane e tanto altro.Purtroppo quell’angolo di Bussola è tralasciato, perché gridiamo al mondo quando ci sentiamo piccoli e non quando ci sentiamo forti. Quando siam forti, lo siamo e basta, e lo diamo per scontato.Purtroppo se sentiamo la necessità di aprire una finestra di casa e di gridare al mondo, forse vogliamo solo che il mondo si accorga di noi, perché siam piccoli. Se ci sentiamo forti, chi minchia se ne frega che il mondo non si accorge di noi? ma chi minchia è questo mondo poi?(Si vede che con la gravidanza mi sto facendo una cura di Montalbano?)Non so se questo post ha un senso, probabilmente riletto di giorno non ne ha alcuno, però i cantanti scrivono di notte, gli scrittori la notte compongono i libri, e vi pare che Bussola non ha diritto a battere due tasti sulla tastiera alle tre di notte.Del resto Bussola come quando aveva dodici anni, in questo momento si sente piccola e vorrebbe gridare al mondo.Ma chi minchia è questo mondo poi?

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