L’anno scorso la commozione mi portò al fresco dei portici dove era il legno con – dissero – Lucio dentro: dalla stazione salire per via dell’Indipendenza, un’emorragia di anime coagulata a piazza Maggiore, i primi versi percepiti in megafonia sul Crescentone – «ma che bella mattina, il cielo è sereno» – ignari turisti che pensano di essere in coda per un biglietto, lo sguardo smarrito del sosia di Lucio che pare finalmente diventato più alto, la messa a san Petronio che invece il rito vero è per le strade, una paglia scroccata a Luca Carboni in fuga dai giornalisti, un pensiero consegnato ai frantumi di Marco Alemanno, due parole con un barista e le sue due a me di ritorno, lacrimoni in disparte e una città che per tre giorni era successa solo una cosa nel mondo.
Quest’anno no, mi dico, è solo un concerto. E poi a Lucio non piaceva festeggiare il compleanno. Ma qualcosa nel tardo pomeriggio mi spinge alla stazione: agguanto il treno e dal centro d’Italia sfreccio rosso fin dove non si perde neanche un bambino. Dove non si è perso Ragno, come lo chiamano gli amici. Lucio e la vecchia città dotta e sacerdotale si scambiano la pelle e volano su una tela invisibile che rimbalza di mattone in mattone.
Per questo, se arrivo solo mezzora prima dell’inizio e non riesco a piazzarmi davanti al palco, poco importa: Dalla no scorso per me Bologna è un solo concerto di Lucio, per voce dei palazzi e dei muri sulle piazze, un pentagramma lineare di travi medievali e portici come corridoi di una casa accogliente, paese dove accadono cose da ‘città importante’ e, mentre sei ancora sfiorato da qualche stimolo culturale, è naturale parlare col vicino sconosciuto.
Così, dribblando immigrati che vendono magliette sciatte con la sua faccia per conto del Carlino (sì, il giornale), mi faccio liquido scivolando verso il Nettuno azzurrato dall’impianto luci e aspetto che i miei gomiti scambino informazioni con altri mille loro fratelli. Siamo tutte le formiche del mondo in un buco stretto così. E rido perché intanto il prospetto merlato di palazzo d’Accursio ha la faccia in bianco e nero di Lucio che mi conferma: «ho molti amici intorno a me: gli innamorati in piazza Grande».
Le suole, tuttavia, non mi restano attaccate al selciato solo per l’impiastro di birra su cui sono finito: malgrado quegli episodi, i vatussi che davanti impediscono di vedere il palco invitano ad alzare gli occhi al cielo di lucide stelle che pulsano sulle note di Cara, o tremano al riff misterico con cui Ricky Portera battezza Meri Luis. E se dico di essere andato al concerto per Lucio, parlo anche della bella mostra vista il giorno dopo, che lo ritrae in tanti scatti di fotografi bolognesi e mi fa conoscere l’addetto al catalogo e i suoi racconti di una Bologna molto più libera e creativa, secoli or sono, fra i ’60 e i ’70; o ripenso alla signora che davanti a L’ombra di Lucio, inchiodata dall’artista Martinelli sul fianco del suo palazzo in via D’Azeglio, mi chiede la strada per il Comune e dove viveva Ragno, beccandosi mentre l’accompagno una mia insalata di notizie e curiosità su Dalla, fra cui il suo nome al citofono del civico numero 15: commendatore Domenico Sputo.
E se il finale di questa cronaca è diventato l’incipit è perché la fine di Lucio io non la trovo. Cercando, ho trovato solo una stella piazzata al centro di Bologna, a terra in via degli Orefici. Quindi, adesso torno a casa, penso, e mi rimetterò in mutande.
Illustrazioni di Giuseppe Lo Bocchiaro e Andrea Pazienza