Carlito's Day

Creato il 11 maggio 2011 da Faustotazzi

Carlito Paoa era basso, grasso, unto e sudato. Con il senso dell’umorismo di un moai, riuscì a stare subito sul belino persino al mimo a cui di solito stava bene quasi tutto. Tutto sommato al Direttore Carlito sarebbe anche potuto piacere ma non gli piaceva per una ragione molto semplice: Carlito era l'ultima persona che aveva visto la trapezista prima che scomparisse.
Carlito Paoa non era certo un tipo loquace e alla sequela di domande del commissario che era arrivato sull'isola d'urgenza da Valparaiso rispondeva masticando sacchetti di caramelle al miele. "Li ho portati a fare il tour dei siti archeologici" - avevamo già cercato per tutta l’isola, meno un vulcano che era in programma per l'indomani - "Vinapu, Vahiu, Tangariki, Rano Raraku, Te Pito Kura, Anakena". Il moai più grande, quello più piccolo, il primo eretto, il primo abbattuto, il primo restaurato, l’ultimo trasportato. In effetti Carlito ci aveva davvero portati dappertutto, ci aveva spiegato che aku significava altare, che i moai sono le statue degli antenati e che la loro funzione era proiettare il mana, ossìa la sapienza, la sabidùria - degli anziani sulla comunità. "Alla fine le varie tribù litigarono e si spaccarono tutti i moai a vicenda, se volete saperne di più prendevi il DVD di Rapa Nui che è pure divertente e non state a far perdere tempo a me".
Il commissario torchiava Carlos per la storia di quei resti in una grotta vicino a Ovahe, il Paoa rispondeva che secondo lui si trattava semplicemente di una grigliata di pecora (però c'era anche quel salamino sottovuoto). Quel commissario venuto apposta da Valparaiso, Carlito si lo guardava con un'espressione di chi ha preso una purga la sera prima e ora gli fa male la pancia.
I moai venivano tutti preparati nelle cave del Rano Raraku e poi trasportati ai villaggi spingendoli e tirandoli su tronchi di albero e sassi. Secondo un'antichissima tradizione gli occhi venivano aggiunti alla fine, solo quando il moai era in posizione verticale. Diventarono sempre più grandi, arrivarono fino quasi a 20 metri, poi arrivarono sovrappopolazione, incendi, guerre, saccheggiu e le tribù iniziarono a rovesciare i moai nemici, perchè perdessero il loro potere.


Quando in quel maledetto giorno di Pasqua del 1722 arrivarono gli spagnoli, trovarono un'isola in piena  decadenza, cosa che gli risparmiò la fatica di scassare tutto come erano soliti fare. La vecchia scusa dell'evangelizzazione tornò comunque buona per deportare la popolazione a lavorare nelle miniere in Perù. I pochi che sopravvissero tornarono all'isola portando doni graziosi: vaiolo e tubercolosi. Nel 1888 l'isola veniva annessa al Cile e ci vivevano solo 111 persone.


Poi fu il turno degli Inglesi, la Williamson Balfour & Co. trasformò tutta l'isola in un allevamento di pecore e gli abitanti vennero confinati ad Hanga Roa. Ma siccome a questo mondo nulla è destinato a durare un bel giorno anche le pecore presero il largo, il Cile riprese possesso dell'isola ponendola sotto la giurisdizione della sua Marina Militare e Pinochet fece allungare la pista dell'aeroporto per gli atterraggi di emergenza dello space shuttle. Rapa Nui attualmente è parte della regione di Valparaìso.
Carlito divagava, gli propinò  pure il racconto di suo padre che un giorno prese una barca a vela e se ne andò fino alle isole Cook, giusto per il piacere di esplorare. Il commissario gli chiese se il vecchio fosse ancora tra noi. Era vivo e vegeto e gestiva un hotel sull’isola, Carlos gli infilò tra le mani una brochure.
Provavano a riportarlo in tema e lui allungava loro foto di un archeologo norvegese famoso sull’isola ma che fuori nessuno sapeva nemmeno lontanamente chi fosse. Alle domande  rispondeva consigliando libri sulla storia dei moai e mi parve di sentire uno degli investigatori rispondergli sibilando che ne aveva già uno sulla psicologia dei serial killers per farsi venir sonno la sera.
Intanto al tavolo di fianco io rilasciavo la mia deposizione. Dopo averci tenuti a digiuno fino alle due del pomeriggio Carlos ci avrebbe pure fatto pranzare sul cofano del pullmino se la trapezista non gli avesse chiesto di buon cuore di portarci a un tavolo. Il pranzo al sacco fu a base di pane, philadelphia e salamino sottovuoto che erano avanzati il giorno prima. Sulla via del ritorno, alla spiaggetta di Ovahe, trovammo una coppietta che aveva pensato bene di andare a insabbiarsi con la jeep. Carlito osservò a lungo la scena in silenzio poi disse che sarebbe andato a chiamare soccorsi prima che venisse buio. La trapezista chiese di rientrare prima, con lui.
Da li in poi sappiamo solo che andarono ad Anakena, dove lui le raccontò la rava e la fava sui moai che avevamo visto il giorno prima, poi all'Ahu Te Pito Te Kura dandole d'intendere che fosse l'ombelico del mondo mentre in realtà era solo uno strumento per bilanciare i carichi delle imbarcazioni. Solo sul tardi, con estrema calma ritornò al paese dove nessuno avrebbe scommesso sul fatto che la ballerina fosse ancora nè che alla fine avesse chiamato veramente dei soccorsi.
La giornata non fu per niente buona e la sera nessuno apprezzò le capesante marinate con capperi e formaggio finto-grana proposte dal cuoco dell'albergo.

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