Carmen Covito, “Le ragazze di Pompei”

Creato il 28 maggio 2012 da Sulromanzo

«E mi sono messa a spiegarle con un’enfasi disperata il mio progetto di Accademia per Signorine che, una volta instaurata, avrebbe dato lustro e rinomanza eterna alla cultura della città, anzi della Campania tutta. Una volta sottratte all'ignoranza e avviate alla salda padronanza delle virtù della filosofia, le ragazze di Pompei sarebbero diventate una luce, un faro, un sole capace di proiettare il suo splendore sull’universo mondo... insomma, quantomeno sul mondo femminile dell’Italia meridionale.»

Un’immagine di matrona integerrima, intellettuale e morigerata, «cui affidare senza preoccupazione le proprie figlie vergini» è quella che si vuole confezionare Vibia Tirrena, la protagonista femminile dell’ultimo romanzo di Carmen Covito, autrice del best-seller La bruttina stagionata - negli anni Ottanta vendette più di due milioni di copie. Vibia Tirrena opera nella Pompei terremotata del 63 d.C., una città in fervore per le imminenti celebrazioni in onore di Poppea; Vibia è una donna emancipata, con un’ambizione non certo comune per la sua epoca e il suo ceto sociale; è una libraia e organizzatrice di spettacoli e si trova suo malgrado invischiata in pettegolezzi e sotterfugi. Del resto come potrebbe non essere oggetto di chiacchiere e illazioni una donna con due mariti omosessuali (esposti al pubblico ludibrio da un anonimo che, nottetempo, imbratta di frasi salaci i muri della città), con tre figli “trovati” («Grazie al divino Augusto (…) una donna con tre figli si guadagna il diritto di non essere più sottoposta alla tutela del padre o del marito. Io di figli – femmine, ma fa lo stesso – me ne ero ritrovati di punto in bianco due, e, per la mia Giunone, che scema ero stata a non avere l’idea che non c’è due senza tre...»)

Qualche lettore si chiederà a questo punto se le donne di Pompei fossero davvero così. L’autrice, appassionata di classicità, sulla scorta dei suoi studi, sostiene che alcune matrone romane erano molto libere: Vibia segue l’Epicureismo, legge Lucrezio e si ispira a Nosside, poetessa di età ellenistica, già epigona di Saffo e forse titolare di una scuola femminile.

Le ragazze di Pompei è una lettura agile e godibile, condita di sottile ironia. Il periodo neroniano nel quale è ambientato il romanzo non è poi così distante dalla nostra attualità – come ha evidenziato l’autrice nel corso di un’intervista – ed è possibile ravvisare in quel mondo, solo apparentemente remoto, l’origine di molti comportamenti dell’Italietta contemporanea: appalti pilotati, nepotismo e clientelismo, corruzione, “inciuci” e un Giulio Cesare avvezzo a comprare i voti dei suoi elettori.

Sul versante stilistico Carmen Covito ha seguito il solco del Satyricon di Petronio, creandone una moderna versione al femminile col ricorso all’espediente di un codice semi-carbonizzato, strappato alle colate laviche e alle ingiurie del tempo, frammentato, con al suo interno fogli di ricette di cucina, indicazioni per la preparazione di medicamenti ginecologici e con alcuni passaggi mutili o indecifrabili.

Vibia incontra alle terme una vestale che ha da poco rassegnato le dimissioni e rinunciato ai propri “privilegi” perché travolta, non più giovane, da complicate questioni amorose, nientemeno che con Nerone stesso! La matrona assiste la vestale, organizzando la messa in scena di un corteo bacchico col fine di spingerla tra le braccia dell’attore Aniceto. La logica è quella trita e vincente del “chiodo schiaccia chiodo” e questo vale anche per la nostra eroina, la quale per Aniceto coltiva qualche debolezza: «Gli ho dato la vestale perché non gli potevo dare me.»

Vibia è un personaggio che si stacca dalla pagina e diviene consistente nelle sue luci e ombre. C'è in lei la ferita di un figlio proprio perduto poco dopo la nascita, la sofferenza patita e il distacco dalle emozioni col ricorso ad una ferrea volontà raziocinante che la induce a chiosare: «Chi scansa l'amore non si priva dei frutti di Venere, preferisce piuttosto cogliere dei piaceri senza pene.»

È un rammarico dover abbandonare Vibia al suo destino per il breve respiro di un testo nel quale l’immedesimazione del lettore è intermittente per la sua costruzione a tessere e per gli inserti di un fantomatico curatore del codice, le cui note conferiscono verosimiglianza e credibilità al lavoro della Covito ma relegano l’opera nel dominio di un sofisticato esercizio di stile. Nelle mie attese lo avrei preferito invece più articolato e sostanzialmente più narrato. Plaudo comunque l’autrice e le sue pagine più memorabili, come il sontuoso explicit sulla qualità dei papiri. Il Lucrezio portatile di Vibia Tirrena, per quanto maneggiato, presenta solo qualche sfilacciatura: «Va anche detto, però, che quella copia l'ho eseguita tutta sui ritagli di papiro di ottima qualità liviana, accumulati da mio padre in chissà quanto tempo di paziente risparmio. Fogli splendidamente flessibili, levigati e bianchissimi, che mi cedette con una scrollata di spalle fatalista e un buffetto. Secondo lui, il futuro del libro è nella pergamena.»

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