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Per Todd Haynes il cinema è così, questione di gesti, di sguardi, un luogo in cui le parole ci sono, ma possono ingannare, privilegio che al linguaggio del corpo, invece, non è concesso. Per farsi travolgere da "Carol" allora non basta stare a sentire, o seguire la trama, ma bisogna soprattutto mettersi a guardare: guardare dietro la maschera di cortesia di Cate Blanchett, accorgersi del suo falso benessere, del movimento dei suoi occhi, capire che la freddezza nel volto della cassiera Rooney Mara è conseguenza della sua scelta di non dire mai no a nessuno, facendosi guidare dalla paura e sotterrando la speranza in fondo al cuore. Di queste sfumature "Carol" ne fa la sua potenza narrativa, la sua esplosione di emozioni e sentimento, che trattiene, in concomitanza con le sue protagoniste, per poi andarle a sprigionare seguendo il filo della loro tensione e colpendo duro allo stomaco dello spettatore. La New York degli anni cinquanta diventa perciò un teatro dai colori tiepidi e dal clima freddo, il posto in cui la relazione torbida, nata per caso, tra una donna in crisi con la sua sessualità e il marito e la giovinezza di una ragazza confusa, incapace di ascoltare sé stessa e i suoi bisogni, prende vita, andandosi a scontrare con le chiacchiere, le integrità, i tormenti di una società dove a contare cominciano ad essere l'apparenza e il giudizio.
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Sfruttando l'esperienza incomparabile di cui è padrone, Haynes riesce ad unire quindi armoniosamente sia l'estetica che la struttura del suo racconto, attribuendogli quell'anima e quell'atmosfera che seppur non serve a farlo salire in cima al genere che rappresenta, lo aiuta ad essere unico e inconfondibile.
Una volta tornati a quel ristorante, quindi - in cui assistiamo alla stessa scena d'apertura da un'altra prospettiva - ogni cosa è al suo posto e ben definita, o quanto basta almeno per andare oltre lo sguardo malinconico di quella macchina e cadere in un risvolto romantico, da brividi e lacrime agli occhi.
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