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Carry-All - Drink it yourself

Creato il 10 aprile 2013 da Lozirion
Carry-All - Drink it yourself
“Do it yourself“, un monito che dagli anni ’90 è diventato una sorta di dogma, un dettame che ha proverbialmente trasformato la necessità in virtù, divenendo un punto d’onore da sfoggiare come una medaglia che testimonia la tenacia di chi insegue il sogno artistico e non monetario.
Ma si sa, quando è cotta la frittata si rigira facilmente, e così con il passare degli anni quel punto d’onore – che dovrebbe derivare da meriti artistici relegati in un angolo dall’orecchio disattento delle major – è diventato una sorta di fregio snobistico, perché essere indie è figo a prescindere e tutto il resto è noia, perché se una band si autoproduce e l’anno successivo viene scoperta e messa sotto contratto dalla EMI allora “sono dei venduti”, come se l’ambizione di un musicista o di un cantante dovesse essere quella di suonare solo e soltanto per piacere continuando a fare un lavoro ed una vita normali, e non di poter vivere della propria musica dedicandocisi anima e corpo senza dover chiedere giorni di permesso al capo reparto.
Questa non è certo una crociata contro le band che si autoproducono, anzi, ben venga il coraggio di lavorare sodo e tanto di cappello a chi non si lascia abbattere dalle difficoltà che il cercare di emergere si porta appresso, ma quella dell’indie è una questione che mi ha sempre dato da pensare e della quale ho sempre temuto le conseguenze; per quale ragione una band si definisce “indie-rock”? Perché non semplicemente “Rock”? Cosa aggiunge la parola indie alla definizione di un genere musicale? L’impressione è che la sola parola indie sia diventata in molti casi una sorta di scudo, una maschera snob e spesso intellettualoide da mostrare per non rischiare troppo, perché se fai rock e lo fai male, pigli le critiche e le porti a casa, se invece fai “indie-rock” chi ti critica lo fa perché non capisce ed è troppo legato al “mainstream”, che è un po’ come quando la tua ragazza in piscina fa dei confronti tra il tuo fisico e quello del bagnino e tu – con la pancetta bene in vista – rispondi “Si, ma di sicuro è gay“….
Tutto questo sproloquio per dire che ci sono parole fastidiose, e la parola “indie” lo sta diventando sempre più, e così è una bella sensazione, fra decine di album indie-qualcosa, ascoltare un album punk. Punto. Senza quell’odiosa parolina che onestamente mi sono stufato di utilizzare e di cui il punk non avrà mai bisogno. E poco importa se i friulani Carry-All siano davvero indipendenti e autoprodotti, perché il “Do it yourself” – che pure si respira in tutti i brani – si trasforma nel più divertente “Drink it yourself” che dà il titolo al nuovo lavoro della band udinese, attiva da ormai più di 10 anni e con interessanti lavori alle spalle, non ultimo “Emotivhate”, predecessore di “Drink it yourself” datato 2008.
Un titolo divertente per un album altrettanto divertente, casinista, punk nel midollo, eppure capace di mantenere una spiccata originalità: l’album infatti non finisce nella prevedibilità dei cliché tipici delle punk band, non scimmiotta ne i Ramones, ne i Sex Pistols, ne tantomeno il punk più moderno di Offspring o Green Day, certo, qualche richiamo c’è, è innegabile, e lungo le 13 tracce che compongono l’album si possono chiaramente leggere le influenze di questi gruppi, oltre a quelle più marcate di Pennywise, NOFX, Rancid e Exploited, ma sono influenze che riescono a rimanere tali e che aggiungono qui e là elementi sonori riconoscibili che si amalgamano in maniera splendida con ispirazioni differenti e dal sapore vintage.
In “Drink it yourself” infatti i ritmi punk si mescolano con vibrazioni più rock, qualche traccia – seppur lieve – di blues, lo ska con i suoi ottoni squillanti, lo psychobilly ed il rockabilly nei brani più ballabili ed un hardcore punk di gran classe nei pezzi più secchi e chiassosi, e poi ancora piccoli richiami sapientemente dosati lungo i circa 40 minuti di durata dell’album. Il risultato è un disco fluido, senza cedimenti o bruschi cambi di rotta, tanto scanzonato quanto ribelle, serio e critico, ma anche un po’ cazzone, che si apre con la dichiarazione di intenti su tempo swing di “I do it for myself”, e prosegue alternando brani dai contenuti caustici come “Nothing changes (in Italy)” o “It doesn’t matter” con pezzi che divertono con leggerezza come “Denise was a liar” ed altri tanto espressivi nella loro natura vintage da trasportare l’ascoltatore in fascinosi scenari della prima metà del secolo scorso, e ne sono un esempio “You rascal you” e la splendida “Rocking Rag”, divertissement a metà tra punk e charleston che viene posto a degna chiusura di un album dal sapore allo stesso tempo morbido e pungente, eterogeneo in tutto e per tutto, ma amalgamato con sapienza e suonato in maniera impeccabile.
Ci sono tanti elementi in “Drink it yourself” da poter scrivere ancora diverse centinaia di parole, perché ogni brano si meriterebbe una piccola analisi, e così si dovrebbe fare per la copertina, vintage ed ironica come l’intero disco, ma la questione principale è una, e risulta evidente soltanto mettendo il cd nello stereo e premendo play, la questione è che l’originalità non è qualcosa che si compra, e nemmeno si acquisisce per bontà divina sventolando l’etichetta dell’indie, l’originalità, come la genialità, sta nelle cose piccole, nel doo-wop che si mescola con l’hardcore, nel rock rabbioso che si sposa con lo swing, in un punk che non sembra punk, ma che in fondo proprio per questo lo è ancor di più. In mezzo a tanti “indie” e tanti “alternative” tutti uguali è bello trovare una band davvero originale e alternativa, e allora complimenti ai Carry-All! Avanti così!
Voto: 8
Tracklist
1. I do it for myself
2. D.I.Y.
3. Denise was a liar
4. It doesn’t matter
5. Distorted reality
6. Brand new day
7. Double malt happiness
8. What’s the matter with us?
9. You rascal you (Fletcher Henderson cover)
10. No fun in my hometown
11. Nothing changes (in Italy)
12. My own way
13. Rocking rag

Recensione pubblicata su Oubliette Magazine

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