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Cenerentola

Creato il 09 settembre 2014 da Cultura Salentina

Cenerentola

9 settembre 2014 di Titti De Simeis

di Titti De Simeis

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Se c’era una volta, vi assicuro, c’è ancora.

Nell’ideale recondito e deprimente di tanti uomini. Molti dei quali pronti a firmare petizioni contro il maschilismo e a dichiararsi sostenitori della parità dei diritti.

Inizialmente vestiti da gentleman, come in ogni favola. Poi, tolti guanti e cilindro svelano i panni veraci del maschio antico, esemplare mai estinto.

Son coloro che dopo i primi tempi di approccio ‘moderno’, iniziano a guardare la donna come i giurati di un concorso per addetti ai lavori. Lavori di casa.

E via con i controlli. Pian piano fanno attenzione a quanti giorni la polvere resta sui mobili, quante ore i piatti stazionano impuri nel lavello, misurano l’altitudine della vostra montagnetta di biancheria da stirare, gli angoli di casa vengono passati al vaglio delle più sofisticate lenti di ingrandimento e il controluce sui vetri diventa più allettante del nuovo televisore dal maxi schermo.

Un po’ come faceva la matrigna nella fiaba della nostra povera fanciulla.

Gli stessi uomini, poco tempo prima, erano lì a professare la loro assoluta disponibilità alla collaborazione, alla divisione dei lavori, alla soddisfazione nel fare le faccende e sentirsi utili. Ottimi propositi. Dimenticati. Rinnegati. Non appena il divano di turno realizza per loro la più irrinunciabile delle seduzioni: pantofole, tv,  sigaretta, libro e così via.

Lì, su quei cuscini, crollano le migliori di tutte le intenzioni. Ma basta anche meno. Basta un giorno di stanchezza, più del solito, e chiedono il permesso (se la delicatezza li assiste) di prendersela comoda. Da quel momento in poi, inizia la più antica delle trasposizioni: la propria compagna con la figura materna. Per tanti momenti della quotidianità si aspettano dalla donna le stesse ‘attenzioni’, coccole, abitudini e servigi che avevano con mamma.

La donna passa, di colpo, da eletta ad invisibile: presenza solo giudicabile, negli sporadici momenti in cui l’attenzione dell’uomo vuol farle dono di grazia. Un’attenzione, magari, solo di convenienza.

Tutto questo, succede. Non è trascorso con la storia e la modernità, non è mutato con i cambiamenti sociali e l’emancipazione delle donne. Si trova ancora. Soprattutto laddove la disoccupazione è una ruga tutta femminile, condizione che rende ancora oggi, all’uomo, la forza della superiorità. Quando è ancora (e solo) l’uomo ad avere lo stipendio in tasca, egli considera ‘potere’ quel suo status. Di quel potere la donna diviene succube, e si confonde, così, la sua disponibilità con il dovere. E si finisce col dimenticare i propri, di doveri, quali la cura, la comprensione ed il rispetto per l’altro.

Per fortuna son piccole percentuali. Son mondi in estinzione. Ma reggono ancora con forza la spinta della ‘civiltà degli affetti’.

Resistono e possono ancora essere tramandati, pericolosamente, per apprendimento passivo. Nel caso in cui l’uomo non abbia il coraggio di togliersi di dosso, oltre i guanti ed il cilindro anche qualche secolo incrostato di educazione andata a male o esempi démodés di donne ideali, in cui tornare ‘figli’ senza responsabilità. Nel caso in cui l’uomo non trovi il coraggio di scavare dentro sé  e cercare il passaggio segreto verso il possibile.


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