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cesare deve morire

Creato il 03 marzo 2012 da Albertogallo

CESARE DEVE MORIRE (Italia 2012)

locandina cesare deve morire

Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione.

Un manipolo di detenuti di Rebibbia impegnato a recitare una tragedia di William Shakespeare. Forse l’idea non è completamente inedita, riportando alla memoria almeno altre due pur diversissime opere cinematografiche – il recente Tutta colpa di Giuda di Davide Ferrario (2008) e il capolavoro di Peter Brook Marat/Sade (1967, tratto da un dramma il cui titolo completo è La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat rappresentati dai ricoverati del manicomio di Charenton sotto la direzione del marchese de Sade). Qui, però, nell’ultima fatica dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, trionfatrice al Festival di Berlino, c’è di più, c’è qualcosa che al cinema non s’è mai visto, una spiazzante e geniale collisione di generi che trasporta il documentario nella fiction e la fiction nel documentario. Sarebbe stato facile, in quest’epoca dominata dalla televisione spazzatura e dai suoi innumerevoli reality show, affidare un testo del Cinquecento a quattro ergastolani e farli sfogare con tutta la violenza del Giulio Cesare, magari riprendendoli nelle pause tra una prova e l’altra, mostrando la vita in carcere e facendo alti e moralistici discorsi sulla condizione dell’uomo in gabbia che si sente in colpa per quello che ha fatto e se tornasse indietro cambierebbe strada. Magari uno scafato autore del piccolo schermo ci avrebbe messo dentro qualche rissa, che il cinico pubblico comunque lo acchiappa sempre, o un’intervista su quanto a quel tizio mancano una donna, i figli lontani e il quartiere in cui è cresciuto. No, niente di tutto ciò. Qui si recita. Anche quando non si recita. Tutto è scritto, parola per parola, pure le liti, gli errori, le incertezze, le richieste di chiarimento al regista e il discorso iniziale del direttore del carcere. Questi galeotti – assassini, mafiosi, trafficanti di droga – vengono presi e trattati come attori, spinti sì a metterci del loro (vuoi con i dialetti – per lo più campani, siciliani e romani – vuoi soprattutto con i loro occhi e le loro facce – scavati, tristi, furbi, brutti), ma sempre a servizio di un copione preciso che mescola con sapienza e profondità il testo originale shakespeariano, poesia popolare da strada e riflessioni non banali sul potere, sulla tristezza, sul nostro Paese. Un approccio più neorealista che realitysta/documentaristico, dunque, che prevede l’utilizzo di interpreti più o meno improvvisati (alcuni di loro sono già usciti di prigione e hanno intrapreso una vera carriera attoriale) sottomessi a un’idea di cinema precisa e d’autore. Un film complesso, ricco di pathos, a tratti divertente (i provini sono davvero impagabili) e importante, una pellicola che porta il cinema italiano in territori ancora vergini e inesplorati, confermando una volta di più agli occhi del mondo che sì, siamo un popolo di criminali con la violenza nel sangue (dall’assassinio di Cesare alla mafia è forse cambiato qualcosa?), ma anche di galeotti poeti, di artisti nati, capace talvolta, in qualche modo, di trovare una sua peculiare redenzione.

Alberto Gallo



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