Che strano chiamarsi Federico è un omaggio pieno di affetto, senza falsa riverenza, di un allievo per il suo maestro, termine che a prima vista può sembrare fuori luogo per due cineasti che hanno diretto opere così diverse, ma che ne hanno sceneggiate di simili. Ciò che sta alla base della loro formazione, infatti, apre cronologicamente il film, cioè l’ambizione di scrivere e disegnare per il Marc’Aurelio, giornale satirico celebre negli anni del fascismo dal quale sono transitate tutte le penne comiche più ispirate del cinema italiano d’oro: Metz e Marchesi, Steno, Age e Scarpelli, Maccari, tra gli altri; lo stesso giovanissimo Scola – appena sedicenne – e proprio Federico Fellini, invece diciannovenne. Possiamo apprezzare o non gradire il suo stile visionario, la sua propensione a tingere le pellicole dei suoi sogni, che necessariamente escludono una parte del pubblico che non condivide gli stessi gusti. Ma per permettersi una tale confidenza con il racconto, che (bisogna ammetterlo) conserva un progetto e del talento alle spalle, si devono conoscere bene le regole che lo governano. Film in apparenza meno fellininani di altri come I vitelloni, per esempio, lo certificano, ma anche opere come La strada o La dolce vita dimostrano la padronanza della struttura narrativa, necessaria per disfarsene o frammentarla e concentrarsi sul vagabondaggio dei personaggi. Scola rievoca tutto questo: un ritratto del suo amico che restituisce, accanto all’immagine pubblica del personaggio, il carattere privato della persona. Spontaneo, sognatore, un po’ vanitoso quando non vuole farsi riprendere di spalle perché «mi si vede la pelata»; indagatore di sogni altrui durante le passeggiate in macchina; custode di un saper fare cinema – e non solo centrare qualche buon film – di cui avremmo bisogno.
Tanto Federico in questo film, ma anche tanto Scola, che immerge il suo pseudo-documentario nella sua inconfondibile e adorabile malinconia. Non è facile, infatti, rievocare un passato così imponente senza scadere nelle “operazioni nostalgia”, cui spesso la televisione pubblica ci ha abituato. Chissà se qualcuno, in futuro, saprà comporre un’elegia per Ettore con lo stesso fascino e la stessa tenera dignità.
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