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Chiavi, lucchetti e serrature nell'antichità

Creato il 20 aprile 2012 da Kimayra @Chimayra

Chiavi, lucchetti e serrature nell'antichità

Chiavi romane in ferro forgiato (II-III sec. d.C.)

Nell'antica Roma non esistevano le banche e il denaro, in oro e argento, era abitualmente conservato in casa in vere e proprie casseforti. Si trattava di case estremamente robuste e capienti, che potevano contenere sia monete che oggetti preziosi. Abitualmente erano sistemate negli atri, in piena vista, in modo da rimandare all'opulenza economica del proprietario della domus.
L'inviolabilità di queste antesignane delle moderne casseforti era assicurata da una o più complesse serrature con tanto di chiavi, dalle quali il proprietario raramente si separava per affidarle, nel caso, ad un portiarius, incaricato di trasportarle al seguito del suo padrone. Per agevolare il trasporto, le chiavi vennero realizzate, con il tempo, in bronzo e sagomate in maniera elaborata e dette sigilli, perché utilizzate anche come timbro a caldo sulla cera. Erano simili ad un anello, con una piccola sporgenza sagomata e un'incisione che fungeva da sigillo e che serviva ad autenticare i documenti importanti.
Nelle famiglie più importanti e più ricche, al momento delle nozze il marito invitava la sposa a condividere sia le chiavi che il sigillo. Questo gesto rappresentava un simbolo della fiducia che lo sposo riponeva nelle capacità amministrative della consorte.

Chiavi, lucchetti e serrature nell'antichità

Chiavi romane in bronzo fuso a cera persa (II-IV sec. d.C.)

I congegni di bloccaggio, in realtà, nacquero in Mesopotamia nel II millennio a.C., a quanto testimoniano i ritrovamenti in tal senso nel tempio di Sargon a Khorsabad. Nello stesso periodo la medesima serratura comparve in Egitto e da qui si diffusero in tutto il Mediterraneo. Questa serratura era composta di due parti, una fissata alla mostra e l'altra alla porta. Quando quest'ultima si serrava, le due parti si incastravano tra loro ed i perni verticali impedivano la riapertura. Lo sblocco si otteneva infilando in una fessura della serratura una leva munita di perni fissi con la stessa disposizione dei calanti.
Questa serratura fu perfezionata, un millennio dopo, in Grecia. Si realizzò un dispositivo interamente in metallo con un catenaccio mobile che recava numerosi fori al centro che seguivano una precisa geometria. Al di sopra del catenaccio erano allineati perni cadenti disposti con la medesima geometria. Quando il catenaccio, spostandosi, faceva coincidere i primi con i secondi, questi scendevano nei suoi fori bloccandolo. Per aprire la serratura si faceva uso di una chiave simile ad un pettine, con i perni verso l'alto, uguali ai precedenti per numero e geometria.
La serratura romana, invece, cominciò a diffondersi qualche secolo prima della nostra era e la chiave che la apriva e chiudeva era simile a quella delle vecchie dimore e come questa funzionava per rotazione, grazie a una molla antagonista di acciaio di elevata elasticità. Questa serratura era realizzata da un vero e proprio specialista: il magister clavarius. Forse fu proprio quest'ultimo ad inventare la molla, che definì la chiave a doppia spinta, che svincolò le serrature dal montaggio verticale facendo in modo che potessero adattarsi anche ai forzieri ed alle casseforti, vere e proprie antesignane dei nostri lucchetti.

Chiavi, lucchetti e serrature nell'antichità

Chiavistelli romani in bronzo a cera persa (I-III sec. d.C.)

La serratura romana di età imperiale per antonomasia è quella detta con chiave a traslazione, con toppa a forma di lettera "gamma". Di questa serratura sono stati rinvenuti numerosi esemplari sia a Pompei che ad Ercolano. Ma i Romani, che viaggiavano spesso, utilizzavano anche un gran numero di minuscole serrature portatili, note come lucchetti, la cui produzione giunse fino ai nostri giorni. Anche il lucchetto era azionato - come oggi - da una chiave con il concorso di una molla.
Le chiavi in bronzo erano estremamente belle. Per la fusione veniva utilizzato bronzo nella percentuale di 85 per cento di rame e 15 per cento di stagno. La tecnologia impiegata era quella della fusione a cera persa. Le impugnature erano solitamente di forma geometrica, zoomorfa o a volute. I pettini erano spesso più elaborati rispetto a quelli delle chiavi in ferro ed erano composti da molti denti con l'aggiunta, spesso, di una o due complicazioni laterali.
C'è da aggiungere che le stanze interne delle case romane non avevano porte. Vi era una robusta porta di ferro che proteggeva la cassaforte, ma null'altro.

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