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CHINA di Maria Pia Quintavalla

Creato il 26 gennaio 2011 da Viadellebelledonne

Chi è China? Il nome della protagonista, o di un continente lontano? Un segno della caduta, o dell’essere piegati: e tutti questi sensi destinati a diventare inchiostro, scrittura. Un romanzo breve, in versi, suonato come il fiato lo richiede, pronto alla fuga delle immagini e dei personaggi, pronto a intercettare quel volto, i suoi dialoghi, scavando indietro anche nella giovinezza di lei, narrata. Quel che è certo è che la protagonista e China sono diventate una cosa sola (come agli inizi), ma ora sono in due. Lei sa che ha amato China e China ha amato lei. Anche se con linguaggi diversi, infatti, “le tue parole in musica contro / la mia musica con le parole, sempre”: vi si narra la storia di un mistero. Le protagoniste si immortalano in un gioco di sguardi, come ne “Las meninhas”, quasi a strappare le regioni del silenzio a quelle dell’amore. China è mille personaggi, non solo la madre, ma una donna che parla, “… per intonare una sua antica voce”, dopo che “all’inferno / era la storia per sempre risaputa, / di ragazze e gambe agili della pianura / pezzo della sua strada al paradiso”.

Quintavalla Maria Pia
China
breve storia di Gina, fra città e pianura 

ISBN 9788889416549

le Stellefilanti – poesia

Gigante per sensibilità e sincerità nonchè per abilità tecnica di  versificazione Maria Pia Quintavalla ha pubblicato nel 2010 China, Edizioni Effigie, poemetto autobiografico e/o memoriale familiare composto da un prologo e sei sezioni:
I parenti, il perdono; Il decalogo di una bambina; Interni, totem; Milano, poi; Parlavi per intonare una tua antica voce; A sud, speranza.

Il racconto, o meglio il romanzo in versi come è stato definito dalla sua stessa autrice, muove da un avvenimento atroce, seppur naturale, quale la morte in ospedale della madre. Inizia una sorta di dialogo fra la figlia e la  madre China (Gina) che non può più fisicamente rispondere perché assente ma ben presente con il suo carico  pesante, la sua eredità, in un luogo che non è luogo  e un tempo che va avanti e torna indietro seguendo il filo della memoria. Una sequela di versi che ci conduce per mano con tenerezza e ci fa dimorare nella stanza dove China, la madre,  riposa con la mano poggiata sulla testa della figlia, e dove in seguito assistiamo silenziosi al dramma che si conclude. Una sorta di elaborazione del lutto, un lavorio sul passato, come se si volesse mettere ordine, chiarire definitivamente, mettere a posto ogni cosa, perché tutto è concluso e solo alla fine del caos ogni cosa torna ad essere al proprio posto. E ogni cosa in effetti trova giusta collocazione, la madre chiede perdono per le incomprensioni e la figlia si avvicina alla madre comprendendola  fino in fondo e perdonandola a sua volta.  Un ripercorrere la storia, riaprendone le pieghe e le piaghe affinchè si possa purificarle e sanarle.  Un testamento vivo, non di ultime volontà ma un testamento voluto, che deve leggersi tutto, fino all’ultima sillaba, che non può mancare di nessuna parte, neppure la minima. Un testamento che suggella la vita, necessario alla crescita di chi resta e continua a vivere in comunione con chi è andato via.

Accanto alle due protagoniste, le due figure principali e di rilievo e che reggono la scena, appaiono le figure di contorto cioè gli altri personaggi, Veronica, Benedetta, la zia , la Samarita, la sorella, la tata, Il gatto Gioio, il padre ricotta, Gina e Ginetta le cugine antagoniste, la tata, sono figure di contorno ma fanno parte integrante della storia, perché ogni personaggio ha lasciato un segno e ogni personaggio ha avuto una sua responsabilità nello svolgersi e nello snodarsi della vita di China e di sua figlia.

Scriveva Pessoa alias Alvaro de Campos che “Il poeta superiore dice ciò che effettivamente sente. Il poeta medio dice ciò che decide di sentire. Il poeta inferiore dice ciò che ritiene sia suo dovere sentire. ”  Maria Pia Quintavalla mi pare si possa annoverare nella schiera, probabilmente non grandemente numerosa, dei poeti superiori. Propongo la lettura di alcune poesie tratte dal prologo e da ognuna delle parti che compongono il poemetto nonché stralci di alcune note critiche e di lettura di Nadia Augustoni;  Ottavio Rossani; Giacomo Cerrai.

***

CHINA di Maria Pia Quintavalla

Maria Pia Quintavalla con China segna un’altra tappa del suo lungo percorso in poesia e si aggiunge ad altri poeti che hanno scritto sul tema della madre, Mariella Bettarini e Livia Candiani e si potrebbe pensare a “Magnificat” di Cristina Annino, ma solo apparentemente, giacché in questo caso le motivazioni drammatiche sono inscindibili dalla stessa genesi della sua intera azione poetica. Voce che non si arrende all’inutilità dei tempi, Quintavalla scava nel proprio dolore chiedendogli un significato. Ai ricordi, più che di fermare il passato, domanda con parole forse atroci nel loro indifeso desiderio, una visione: “ Spesso dal bordo di una cartolina/ dalle curve collinari e le viti marroni, ho sognato/ lo sfondo ideale di una famiglia.”

(Nadia Augustoni )

Dentro questa storia, c’è la Storia, grande e piccola. Gli anni sono gli ultimi del Novecento. Gli eventi semplici o solenni, privati o pubblici (Coppi, le signorine Carpi che davano lezioni di cucina, le favole, i balli, la tv, la pubblicità a Carosello, gli attori Tognazzi e Vianello, Walter Chiari, i leggendari pranzi di Natale, eccetera; leggere le sequenze sulla tv e i gesti a pagina 73), non incidono sul rapporto difficile, ne sono solo occasioni di svolgimento. Tutto finisce con l’identificazione tra madre e figlia, che tornano insieme “come all’inizio”, una in due, due in una. Il cordone ombelicale è finalmente spezzato, anche se rimane sempre attiva la sua metafora. (cut)

Autobiografia, rovello di scrittura, gioco tra memoria e letteratura in un continuo vortice di contrapposizioni e contraddizioni, ricerca di soluzioni sintattiche e linguistiche nuove eppure note – il gusto di eliminare gli articoli, la reiterazione di concetti con vocaboli non sinonimi, la necessità di evitare i versi “conclusi” dalla’inizio alla fine nella stessa riga, la musicalità dei versi come fosse un timbro di oralità – e una storia complicata da raccontare. La mescolanza di tutti gli elementi – al di là dei dati biografici – ha dato come risultato poesia, buona.

(Ottavio Rossani )

Mi sembra che l’interrogazione di fondo di questo libro sia l’estrarre tutto l’estraibile dalla vicenda umana dell’autrice, o almeno da questo suo epilogo familiare: una lotta feroce, non facile, a tratti eroica, sul fronte almeno doppio dell’affollarsi del materiale poetico e del linguaggio necessario per ridurlo alla ragione, sempre in bilico tra tracimazione e condensazione, tra il bisogno di “narrare” totalmente il fatto o il ricordo di esso, e quello di ridurlo alla sua essenza poetica, decantandolo. E’ l’elaborazione di un lutto (quello della madre), come è stato notato, ma anche metabolizzazione di conflitti forse mai del tutto composti. Il rimpianto (o il compianto, per rimanere a un termine che è ormai “suo”, di Maria Pia) è molto spesso contrappuntato da sottolineature di incomprensioni o contrasti, in modo che il rimpianto è anche e contemporaneamente l’impossibilità, sancita dalla morte, di poterli infine conciliare (“sono tante le cose che non ti ho detto, / il testamento andava scrivendosi piano…”). Il libro è anche la storia di un confronto tra donne. Non tanto tra una diversità o una distanza di età o di ruoli all’interno di una qualche gerarchia madre/figlia, piuttosto tra diversi modi di essere donna, tra diverse priorità (una per tutte la scrittura, così aliena e “altra”, così indispensabile e vitale nelle diverse sensibilità delle due deuteragoniste.

(Giacomo Cerrai )

 

Prologo

Ospedale

era questa una zona del tempo
dove ruspe per l’aria, e macerie,
cadevano per terra come stelle fitte,
pezzi di realtà volavano cedevano
senza dolore: terre erano prelevate,
corridoi umani divelti disseppellite
voci; mia madre era morta
un anno prima la sua voce si era fatta fioca,
giovane, quasi irriverente la mattina,
quando l’infermiera, Come va?
mia madre, con un cenno tranquillo della mano,
Non c’è male, aveva detto;
più tardi si era messa a cantare Bella ciao,
queste nuove ascoltavo,
come da un’altra sponda.

***

Dove ti trovi oggi, madre,
sei nell’ineffabile dell’aria tra i campi,
vicino alla zolla misuri lo spazio
fra un albero ribelle e un filare tranquillo,
o resti qui tra noi diversi, divisi ancora
dalla tua grande, e atroce vita.
Come ci senti, dove ci ricordi,
hai bisogno di noi, o ne sei offesa sfinita
e tutto questo infinitamente piccolo
ti turba solo un poco, se non la giovinezza
nel suo spirito assetato
di carne cruda e di guerra.

Prima Parte
I Parenti, Il Perdono

Venne in visita Elena, la cugina,
le additasti me dall’altro capo del letto.
Maria Pia ha fatto tante belle cose, dicevi
ma per noi la cultura non ha mai contato,
pensavamo alla prosa della vita.
Traducevo: l’arte per me era un lusso,
ma ora eccomi qui, a sentire
un’altra verità un vento più sottile intorno.
la tua vita ora vedo, non la nego più,
vana la “prosa”
che osannavamo un tempo, ma diciamolo
in leggerezza, come le parole fanno,
tu rendevi certo vera la danza.
Ci sbagliavamo, forse eravamo un po’ ignoranti.
elena, la cugina, non capiva
che cosa China avesse in mente,
io le toccavo la mano col pensiero,
dissi grazie.

***

Nell’ora del riposo veniva a assisterti
Veronica, cugina dolce con te
paziente, disse che continuava
a curare in te la madre morta.
eri irritata stanca, cominciasti a inveire
parlarmi con durezza:
la cosa andò avanti per un poco,
mi misi a piangere, mi allontanai.
Non così, pregavo, la ferita non riaprisse lì.
Veronica ti prese la mano e carezzò piano,
Zia, perché fai così, lo sai
che non sta bene, bisogna perdonarsi tutti,
genitori e figli. lascia andare!
Ti carezzava con la voce e persuadeva,
come annuendo dentro, non capivi,
oppure fluiva
da te quel masso di parole grumi dipanava
un largo di esistenza, si intrecciava stava.

***


Seconda Parte
Il decalogo di una bambina

Al Sole e alla Luna, scrivevo
ai nonni materni incollando calchi divini,
parlavo loro come ai genitori della vita,
e loro, lari antenati, salvi
che salvavano.
Al caro Hitler e al caro Stalin,
l’intestazione di missive ai genitori veri,
con ironia firmandomi la pecora cieca,
come mi vedevo e non mi vedevo:
miope per destino, o per fortuna.
a fumetti rinominavo il mondo,
antidoto segreto alle mie pene,
così il decalogo di una bambina fu scrittura
di tavole di nuova legge, fiera
di fantasie impunita, più con amore
studio e accanimento, che mi forzai
a scriverle, parole fisse
al pensiero del mondo, per fare luce
al bene.

***

Nell’enumerazione del decalogo
spiegavo, che cosa a un bimbo
non si può mai fare, prima
che le mancanze divenissero un intero,
mare incontenibile ogni sera
mi esercitavo per tenerle a mente,
scrivevo che i bambini esistono
perdio, esigono pietà
forma di ogni altro bene, che non è morta.
giudice e spettatore mi fingevo
di un’infanzia felice,
quando era iscritto un mio pensiero
in musica, come lo praticavo
e mi si dava,
poiché l’avevo udito da mia madre,
che era una mente in musica
a volare, un suo fantastico
perduto volo, lingua.
era il parlare d’amore che accendeva,
ma un giorno il padre,
nel repulisti annuale, i bei quaderni
caddero nel fuoco,
«le antiche vigilie / i cuori appesi»,
unici versi avrei salvato,
un’infanzia felice che non ho più visto.

Terza Parte
Interni, Totem

Il gatto Gioio con cui eri cresciuta,
a san leonardo, lui era amato:
doveva somigliarti, portatore di gioia,
affamato in carezze, era maschio
come sognato nascessi
a laudare la tua secondogenitura.
Un domestico soriano, lo aspettavi,
dopo le scorribande al buio nutrivi,
con gli avanzi del cibo, rendendo certa
l’affezione. I gatti ti piacevano,
a te si davano fraterni, mentre i cani no,
che non li amavi. Come per l’acqua,
il fiume, ti avevano nuociuto:
da piccola a due anni un cane lupo,
vedendoti giocare ti attaccò alla gola;
la paura, oltre la febbre
indelebile rimase, il cane abbattuto.
Per tramandare una legge ricevuta,
ne discese al clan inderogabile divieto.
Ma i gatti no, c’eri cresciuta,
si lasciavano carezzare
dopo i vagabondaggi nell’ombrata natura,
convincerti di giuste sorellanze, un patto;
tu miagolavi, d’altra parte, quando
volevi rilassarti alludere a un codice,
facendoti chiamare il gatto.
“Caro gatto”, l’intestazione di missive,
tuo secondo nome, anni dopo,
nei versi dei poeti avrei cercato
chi ne amava i modi, per elezione,
mi schierai con loro.

***

La tata rezdớra più devota fu Maria,
la proteggevi, poi a sera denigravi,
con te portava il peso della casa.
In occasione delle feste, regalavi a lei
vestiti scorte, viveri per la famiglia.
Maria complice, che salvo in malattia
non volle abbandonarti, la relegavi
ad imitarti in tutto, lei imparava.
Così si stira, adagio, la imboccavi,
Non così, si screma il brodo, annuiva.
Con lei sfogavi malumori e pianti,
ma era sì lorda la materia che Maria
correva a spegnerlo, quel fuoco.
signora gina su, non faccia caso!
Per un po’ placava le tue ire,
di cattiveria in giro ce n’è tanta, su,
non pianga.
altre volte invece, Oh Sïora,
cosa m’è sucess! da una stanza all’altra,
giù rotture di lampade saltate,
col sorriso, A n’ són miga städa aténta
ch’ la me scuza, a n’ l’ò miga fat aposta
a n’ al fagh pu, fèmma päza
Tu, un sorriso, dopo la stizza soffocata,
le volevi bene, e gli incidenti
moltiplicati con l’età cadevano nel vuoto,
negli anni della guerra da te accesa
contro i miei pensieri,
Maria si dispiaceva. le altre tate
non furono così, materne
come Maria, piegata
su ali dolci amare della vita.
allora, Nanén nanén, come Zvanì,
invocavi, bandiera bianca,
esse-o-esse per chi ascolta, acuto
di virtù ferite, se volevi impetrarne
di affetto, se cisterne d’acqua
non sarebbero bastate a spegnerla, la sete.
Tale la mente sua che preservava
su un nastro le ferite, sollevando il velo,
pieno di sale, e di olezzato aceto.

Quarta Parte
Milano, poi

la consegna del silenzio
giunse a proteggere le mie corde vocali,
il rito delle telefonate con la madre
fu interdetto proprio lì, la sera,
che era momento di massima effusione
volgendo noi, nomadi all’aperto.
occorreva battessi per rispondere sì,
che tacessi per il no:
fu spoliazione estrema il pigolare lieve,
tu tu tu insisteva, sul telefono
regredendo me a cosina.
Nell’oscuro codice la madre
era garante dell’innocuità del gioco,
una distanza che si palesava,
le maniere infantili sull’orlo di intimarmi,
Piantala, questa commedia ci ha stancati,
ubbidisci, rispondi!
Iniziarono i toni dell’accusa quando non rispondevo,
subire quei monologhi feriti doveva farmi
un’impressione strana, di affetto ricusato,
per una volta io al comando,
tu in balia del gioco, il tono miagolante
minacciava asserendo, lo sai,
una cosa sola pretendiamo, tu stia bene, parla.
Non vedevi, come fatto reale, la mia malattia;
il nastro della segreteria raccoglie il monologo
materno, ora lieve giocoso, ora insoluto,
com’era già fra noi, la relazione.

***

Un idolo maschile, icona silenziosa
di quegli anni fu Fausto Coppi,
eroe ostico che entrava nel mito.
Nei volti divinati al cinema cercavo
un’aria sexy, intellettuale che mi attraeva,
misto di anima, e fuoco intenso dentro,
ma fuori dal miracolo mediale succhiavo,
in quei normali dopocena un altro leit motiv,
la storia dei torti ricevuti
con cui tessevi gli alfabetieri del peccato.
Nessun grimm o salgari ho più ricordato
di quel ron ron sonoro dalla cui saga
pareva originarsi il mondo, lo ricordo
come un fondale colorato fino al giorno
in cui qualcuno poi moriva, si sposava,
i cattivi restando minacciosi
a dominare la piazza, come nel gran teatro
del mondo: li sognavo a notte,
consideravo icone o santi, più spesso
demoni in campana.

Quinta parte
Parlavi per intonare una tua antica voce

Narravi anche di tuo padre che adoravi,
mentre compiva gli studi di fagotto,
vi rinunciò, a causa di un chiodino
del sandalo del figlio, che schizzò nell’occhio chino
a estrarlo, così la sorte fu decisa:
tra fare concerti, e la famiglia,
lui dolce hidalgo, di antichi fasti orfano,
da più secoli nel nome, scomparve sé.
Questa lezione, oltre alle faide familiari,
piegò lo sguardo, declinato altrove.
Il lavoro all’anagrafe un ripiego,
aiutava i segnalati dalla polizia fascista,
salvandoli dalla deportazione.
Qualcosa di vitale in lui, faceva vivere
altre scomparse dalla patria spagna,
e fu esercizio di consolazione.
d’altra parte fosti tu, la sua bambina
che lui chiamava la giapponesina,
per la frangetta e gli occhi nero liquido
di c h i n a, a imparare da lui
le arie di romanza, insegnate per fede
a noi bambine.
la parola col semplice tuo canto, China:
mentre ascoltavo la musica dal cuore
se ne usciva, cambiava delle labbra i suoni,
una via lattea l’oracolo in racconto,
la genesi si spalancava:
eri inesausta nel narrare, tutto rapivi
al volo, nei dettagli di un’epica solenne,
noi là vinti – ad ascoltarne il verbo, il verso.

***

Ci raccontavi dei bagolón dal lustor nero,
ambulanti del lucido da scarpe, una finzione
di sego mischiato a impiastro di tintura.
Un giorno presi a calci e puniti dalla folla,
perché imbrogliavano i pellegrini della via
Francigena, per fare un po’ di lire;
da allora, ogni bugiardo era bollato,
Mo taz zo, bagolón dal lustor nigor4,
che stampava il colore della sorte, delizia
del dialetto, lo parlavano i paesani
che si calavano al volante dell’auto,
alla conquista della villa, come dell’amata:
i fieri parmigiani apparivano nemici,
mai all’altezza della villa preziosa.
«Non mi piace, lo sai, si parli così,
con le bambine». era la madre
a interdirlo quando, in una filastrocca
uscivano carnali, i versi
della Bassa dove il padre era nato,
oppure, dall’incanto dei burattini dei Ferrari,
sboccate le vocali, ridevano quei, Vedda lè!
Dìgol su, brutt lazarón e tésta cuädra!
A dzäva Bargnòcla a Fazolén…
picchiandosi ben forte, compiaciuti
ridevano beati negli occhi dei bambini.
altre parole, come morgnón, bodón, tintognón,
nel dondolare della lingua
si mischiavano al carnale, selvatico di Parma
ne rotolavano giù per terra,
come un bimbo cade sopra il prato amato.

Sesta parte
Al sud, speranze

La nonna materna, dura come un generale
considerava noi sorelle con affetto ma,
per la durezza del carattere, ci distanziava;
insegnava orazioni come precetti duri,
sul pavimento freddo della casa,
in campagna ci assegnava castighi.
Ti impose una separazione dalla primogenita,
per ospitarla presso sé due anni;
lei trascorreva i pomeriggi insieme a noi,
riunendoci nel fine settimana, ma a sera
dovevi ricondurmi a casa,
fatto che fece soffrire mia sorella;
la madre ne portò un penoso senso di colpa
per la vita, che traviò le relazioni
non medicate nel presente,
né qualcuno cercò di ricondurre le esistenze
a un intero, che per errore restarono divise.
di una storia di botte, prese nell’infanzia,
insondabile autrice fu la nonna.
giocavo al gioco del varolo,6
nenia inventata per dondolare il braccio
alla sorella, cercando di succhiarne i segni
della vaccinazione, due tondini bianchi
sull’omero simili ai capezzoli: il gioco facevo
anche alla mamma, ma la sorella
più accessibile nelle braccine magre.
esagerai un giorno
tirandole le braccia, mentre beveva dalla tazza,
si rovesciò quel latte vero sul pavimento,
come la chiazza del peccato.
la nonna vide,
e afferratami per i capelli, come una strega
mi trascinò per la cucina, urlante,
mi frustò il viso e le gambe con la stroppina,
nascosta io, dietro gli usci invocavo pietà.
Non ci fu niente che potessi fare;
quando la mamma venne, lo raccontai,
si offese, per qualche tempo
non ci portò più da lei, in campagna.
Una lei maestra, nell’arte del reprimere
il corpo e l’anima,
sembrava ben volermi, ma la freddezza
delle trecce annodate strette
sulla testa grigia tradiva una vocazione
da cerbero che tanto
aveva piagato il cuore a nostra madre,
così la rispettavo, senza l’affetto vero.

***

Vedo un gruppo di famigliari scendere da una collina
appena sopra un ristorante,
il posto non è l’osteria del gambero rosso,
ma una graziosa trattoria di san Vitale in Baganza,
dove colline arrossano la fioritura di viti autunnali.
Il gruppo si è dolcemente diffuso
su una montagnola, e passeggia per digerire il pranzo,
per radunarsi e parlare.
In quel gruppo siamo io, mia sorella, mia madre,
mio padre e i miei nipoti.
ognuno si avvicina e si aggrega lentamente
agli altri, ingaggia materia sicura
di sguardi cenni, parole offerte fra persone,
anche da vite così lontane, ma in affettuoso
legame che si toccano si informano.
Com’è andata che hai fatto,
non c’è acredine o ira, né silenzi, ma danza
dell’uno verso l’altro,
sono parte della stessa famiglia, simpatizzano.
spesso, dal bordo di una cartolina
dalle curve collinari e le viti marroni, ho sognato
lo sfondo ideale di una famiglia.

 

Maria Pia Quintavalla è nata a Parma, vive a Milano. Ha pubblicato Cantare semplice (1984), Lettere giovani (1990), Il Cantare (1991), Le Moradas (1996), Estranea (canzone, 2000, postfazione di Andrea Zanzotto), Corpus
solum
(2002), Album feriale (2005), Selected Poems (2008). Ha curato l’antologia Donne in poesia, dell’omonima rassegna nazionale, il convegno nazionale Bambini in rima / la poesia nella scuola dell’obbligo, Atti su “Alfabeta”. Tra le antologie, l’ultima: Trent’anni di Novecento, a cura di Alberto Bertoni (2005). Tradotta in lingua spagnola, tedesca, inglese, serbocroata. Cura seminari all’Università degli Studi di Milano.



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