Cinema - "Holy Motors" - Recensione di Angela Laugier

Creato il 28 luglio 2013 da Tafanus
HOLY MOTORS

Regia: Leos Carax

Principali interpreti:  Denis Lavant, Edith Scob, Eva Mendes, Kylie Minogue, Elise Lhomeau, Jeanne Disson, Michel Piccoli -110 min. – Francia, Germania 2012.

Questo film può essere molto odiato, perché non è tra i più semplici, anche se il suo contenuto simbolico è abbastanza facilmente interpretabile. Si tratta infatti di una riflessione sul cinema, di fronte alla sfida sempre più aggressiva del mondo”digitale” e televisivo che rischia, come ci appare in una delle prime scene, di addormentare il pubblico, e di fargli perdere l’interesse per il cinema vero, quello che grazie al sacrificio personale di tutti coloro che danno se stessi per la riuscita di un film, riesce a commuoverci, a illuderci, a farci sognare, ma anche a penetrare nei mondi più degradati e sordidi, quello dei reietti dal mondo, o quello del crimine. Oscar, il cui nome sintetizza a “lucchetto” quello del regista (leOS-CARax), è l’interprete del film (eccezionale performance di Denis Lavant), colui che su una limousine bianca, perfettamente attrezzata con tutto l’occorrente, quasi un camerino dell’attore, guidata dalla bionda Céline, attraversa Parigi, recandosi nei luoghi più diversi per presentarsi ai nove diversi appuntamenti di cui è fatta la sua giornata.

Ai diversi appuntamenti Oscar si presenta, secondo le indicazioni della sceneggiatura a cui si attiene quasi sempre scrupolosamente, indossando maschere e vesti diverse, perché il suo lavoro consiste appunto nella trasformazione di sé, interprete dei ruoli più disparati, uno, nessuno e centomila nel corso di una sola giornata, al termine della quale egli, stanco, invecchiato e malato tornerà a essere se stesso, per poche ore di sonno, senza sapere in realtà chi sia, perché solo attraverso la finzione e le mille diverse pelli che ne mascherano l’identità egli tornerà a vivere.

Questo film, pertanto, non racconta una storia, ma ci fa vivere le mille storie di Oscar che di volta in volta diventa uomo d’affari; vecchia e curva mendicante che si aggira lungo la Senna; ballerino imprigionato in una tecnologica tuta luminosa (scena suggestiva e altamente simbolica) che non gli permette di amare; ripugnante folle personaggio che si trova a suo agio nelle fogne parigine o nei cimiteri della città dove trova la Bellezza (Eva Mendes) di cui è così geloso da abbigliarla con un Burqa; rapinatore e assassino, capace di uccidere e di risuscitare, dal proprio cadavere, quasi araba fenice; suonatore di fisarmonica, capace di attrarre, come un magico pifferaio, dagli oscuri anfratti di una chiesa gotica, una folla di altri suonatori, in una scena di grandissimo impatto emotivo.

Oscar, però, può diventare anche un vecchio morente, per nuovamente trasformarsi in un padre di famiglia noioso; in un amante alla ricerca del tempo perduto, con la donna già amata, all’interno di ciò che resta della famosa Samaritaine, il grande magazzino “déco” parigino, ridotto ora a un ammasso di manichini senza vita e di inutili suppellettili. Direi che è impossibile non cogliere la chiarezza metaforicadi queste trasformazioni, che costituiscono non solo lo spunto per altri possibili film, ma che sono esse stesse episodi dolorosi di quell’arte unica e magica che è il cinema, profondamente insidiato e forse destinato a soccombere per l’invadenza del mondo digitalizzato. Un film molto bello, da vedere solo se si comprende che il cinema non parla di noi, ma a noi; per ricordarci che la sua vita dipende anche dalla “bellezza nell’occhio di chi guarda”, come dice Oscar a un sorprendente e quasi irriconoscibile Michel Piccoli, in una delle storie da lui interpretate.


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