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Cinema italiano nazional-popolare tra utopia e realtà

Creato il 01 dicembre 2014 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

L’utopia di un cinema nazional-popolare italiano mi pare defunta e sepolta da 30 anni. Inutile del tutto rimpiangere gli allegri fasti di una volta (Alberto Sordi, i mostri della commedia all’italiana, Fontana di Trevi, Anita Ekberg & Co.), siamo fuori-tempo massimo.

Ed è stata forse solo una favola che ci siamo raccontati, quella di un cinema nazional-popolare…
Oppure, in definitiva, quella favola/utopia/idea si è concretata davvero in un terreno sperimentale (e ambiguo) di contaminazioni di differenti estetiche e logiche di fruizione dei testi filmici, un terreno di sperimentazioni che però è rimasto sconfitto dalla Storia.

Cosa potrà aver mai comunicato storicamente alla gran massa del pubblico nazionale un film così “riflessivo” e intellettualmente eversivo come il primo Fantozzi (diretto da Luciano Salce nel 1975)?

Lo stesso Monicelli (comunista livoroso e nelle dichiarazioni duro come pochi) sarebbe oggi particolarmente immalinconito nel vedere attribuiti da molti (la maggioranza degli?) spettatori italiani a un film come Un borghese piccolo piccolo uno spirito reazionario e criminoso (per non dire neofascista) e ad Amici miei un elogio della strafottenza, dell’insulto e dell’immaturità.

Vari, oggi, i film italiani sociologicamente illuminanti che si permettono il lusso di far sentire lo spettatore (molti spettatori, masse di spettatori) “inadeguati”, in primis a livello intellettuale.

Un borghese piccolo piccolo

Anche Garrone e il suo Gomorra saranno apparsi esteticamente ostici a larghe fette del pubblico nazionale, nonostante quel regista sia attualmente considerabile uno degli autori italiani forse più autenticamente interessati al “popolare” (nell’immagine umanissima che propone di certi soggetti sociali residuali, emarginati e/o disadattati, colti in contesti di estremo degrado politico-culturale), pur avendo il coraggio di sollevare nella sua opera, sempre in merito a quelle esistenze precarie e residuali, contraddizioni grosse come capanne…

Un film come Boris (che affronta di petto e senza sconti il tema della creatività e produttività socio-culturale attuale del Belpaese e che, oltre a far riflettere, è anche una commedia che vuol far ridere e che fa ridere tanto) pare tutt’altro che “nazional-popolare” nell’immagine che restituisce della platea, immensa e generalista, della comicità nostrana in stile Bagaglino/Ricci-Gabibbo-Veline/Parenti-Boldi-De Sica.

Detto in soldoni, ho sempre pensato che la vera novità della comicità aggressiva di Boris (e mi riferisco all’intera serie cine-televisiva) sia che irrida il personaggio di Stanis (per citarne uno) perché è un idiota ed un idiota punto…

Nel contesto oramai storicizzato della commedia all’italiana degli anni Sessanta e Settanta non sarebbe mai stato ammissibile questo snobismo intellettuale, la drammatizzazione (nello spazio simbolico e comune del set, ora televisivo, ora cinematografico, della diegesi) di questa frattura/polarizzazione della società in due opposte fazioni incapaci di comunicare e condividere esperienze di socialità affini fra di loro (“idioti” in stile Stanis vs. “soggetti lucidi ma alienati, disgustati da quegli stessi compromessi con cui sono venuti a patti con una società che non riconoscono come propria”, in stile Renè Ferretti).

Gomorra Garrone

Forse davvero viviamo in un’epoca snob, forse davvero lo snobismo intellettuale è diventato uno stile di espressione/esposizione delle varie risorse e personalità estetico-creative della collettività e dei singoli.

Morale della storia se è effettivamente questa la temperie estetica contemporanea (cinematografica e non): «chi non ha risorse (intellettuali, psicologiche etc.) per apprezzare la nostra migliore produzione estetica e culturale se le crei o, in alternativa, crepi inebetito nella feccia del consumismo e del risentimento sociale più reazionario, tanto caro a certi politici populisti…».

E’ l’antitesi più evidente rispetto alla categoria del nazional-popolare.

E’ l’impossibilità anche solo di concepire l’esistenza di una produzione cinematografica nazional-popolare.

Francesco Di Benedetto


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