Cinzietta Streghetta pasticciona
di Iannozzi Giuseppe
a Cinzia Paltenghi,
che si è sempre dimostrata una vera amica
criticandomi in positivo e in negativo anche

Non tanto tempo fa c’era una piccola strega, un po’ pasticciona a dire il vero, e che a vederla così non la si sarebbe mai detta capace d’accendere anche solo un fiammifero di zolfo con una stregoneria da strapazzo. E difatti non ne era capace, né con un’occhiataccia né sfregando la capocchia dello zolfanello su una qualsiasi superficie scabra. Cionondimeno la streghetta si dava un gran da fare per appiccare un grosso fuoco, sicura che un giorno ci sarebbe riuscita. Nell’intanto si prodigava a fissare i fuochi accesi sulle colline dai pastori e ogni notte, con occhi incantati, rimaneva stregata di fronte allo spettacolo dei lapilli scoppiettanti e luminosi che s’innalzavano nel cielo notturno sotto una luna d’argento.
Cinzia la Streghetta teneva sempre con sé una scatolina di zolfanelli perché non si sa mai. Le piaceva vagolare lungo le strade del paese per poi portarsi in mezzo ai campi e sin dentro il bosco a combinar guai. Per somma fortuna degli abitanti del paese, Cinzia la Streghetta era una pasticciona, combinava sì parecchi guai ma di lieve entità, anche se il parroco Don Raffaele non mancava mai d’alzar la voce ogni qual volta la piccola ne combinava una delle sue.

La Streghetta si recava spesso in Chiesa e non solo nei giorni comandati. Si portava proprio davanti al Cristo e lì s’inginocchiava a mani giunte. Non pregava di riuscire ad accendere un grosso fuoco, no, non era questo il suo desiderio, non quello più forte in ogni caso; pregava invece perché il suo babbo la amasse un cincinnino, questo chiedeva al buon Dio. D’esser amata dal genitore, che la amava sì, ma con un certo rude distacco.
Un giorno, all’apparenza uguale a tanti altri, Cinzia ebbe un forte diverbio con il suo babbo, che voleva metterla in castigo per una non ben precisata ragione. La piccola strega ricusò d’esser sbattuta nel ripostiglio a scontare la pena che il genitore aveva per lei comminato, e diede in strepiti e pianti. La Streghetta non sopportava l’idea di finire reclusa e quando il padre la prese di peso per chiuderla nel ripostiglio, battendo i piccoli pugni sulla schiena del genitore, che se l’era caricata in spalla come un agnellino, riuscì a generare il fuoco. Uno due tre pugni, e il quarto fu di puro fuoco e così il quinto e il sesto. Nel giro di meno d’un secondo l’uomo fu costretto a lasciar scivolare a terra la piccola strega, mentre la schiena gli bruciava d’un bel fuoco rosso e azzurro. Fortuna sua che aveva addosso un robusto maglione che riuscì a levarsi con una certa prestezza. Ciò non ostante accusò diverse bruciacchiature. Inutile sottolineare che montò su tutte le furie. Non aveva compreso quel che gl’era accaduto, però era certo che il danno non poteva che essere opera della figlia. Cinzietta sgranò gl’occhi e subito prese a scappare seguita a rotta di collo dall’inseparabile Yanno.
Una volta da sola nel bosco insieme all’amico diavoletto, Cinzietta la Streghetta prese a piangere come una fontanella. Yanno non sapeva proprio che fare per la sua amica. Le andò vicino fino a toccarle il faccino con il suo musetto sporco, ma la Streghetta ebbe una reazione a dir poco devastante: ghermì per la coda il povero Yanno e cominciò a farlo volteggiare in aria selvaggiamente manco fosse un martello da lanciare il più lontano possibile. La piccola strega si sfogò così, mentre il diavoletto strepitava, con evidente inutilità, la sua disapprovazione – che in ogni caso non fu raccolta né da chi in Paradiso né dai quei disgraziati all’Inferno. La rabbia della Streghetta ebbe fine, si fa per dire, nel momento in cui decise di lasciar libero Yanno di schizzar via dalle sue manine. Lanciato a tutta velocità, con la testa che gli girava a mulino, il diavoletto finì il suo volo finendo con la testa conficcata nel fusto d’una quercia secolare, dove rimase privo di sensi, forse morto.
La Streghetta, esaurite oramai quasi tutte le sue lacrime e ridimensionata la rabbia, realizzò che per la prima volta in vita sua aveva dato vita a uno spirito di fuoco, e che forse aveva fatto secco Yanno, il diavoletto difatti non moveva un solo muscolo. Con la testa piantata nel tronco del grosso albero, il resto del corpo pendeva floscio. Perché gl’aveva del male? Yanno non aveva colpa, però lei lo aveva fatto secco e non ci aveva pensato su nemmeno una volta. Aveva voglia di piangere tanta era la tristezza. Ma non lo fece, tanto più che le lacrime le aveva tutte consumate, così si avvicinò con cautela all’amichetto che pareva un chiodo spezzato. La testa non gli si vedeva proprio, però il corpicino pendeva inerte contro la corteccia della quercia. Provò a tastargli il sederino, a tirargli un pochetto la coda. Ma niente. Le si formò un nodo in gola, uguale a un chiodo che le fosse andato di traverso.
Il genitore, infuriato come un diavolo, corse da Don Raffaele per raccontargli l’accaduto, o meglio per rabbuffargli gl’orecchi di immani bugie sul conto della figlia. Non ostante fosse il parroco una persona di buon senso, se non prese per oro colato le parole di quel genitore rabbioso, buona parte le assimilò nell’animo e le fece sue.
Cinzietta valutò il da farsi. Se era morto stecchito doveva dargli sepoltura, almeno questo. Con tanta santa buona pazienza si adoperò dunque per strappar fuori dall’albero l’amichetto. Raccolse fra le sue manine la coda del diavoletto e cominciò a tirare con tutta la sua forza. Ma quello non veniva fuori, rimaneva ben conficcato nel legno. Cinzietta non si lasciò scoraggiare e dopo aver tirato per un paio d’ore buone la coda del povero diavolo, finalmente venne via dal legno dove lei gl’aveva seppellito la testa. Stravolta prese così a guatare il volto dell’amico. Non sembrava troppo diverso da quand’era in vita; tuttavia non batteva ciglio e il sorriso solitamente stampato sulla sua faccia da schiaffi era spento, per cui si convinse d’averlo proprio ucciso. Due lacrime di sale scivolarono sulle gote paffutelle della Streghetta, che di certo non anelava alla fine del suo fedele amico, per quanto strano potesse essere. E altre due lacrime le rigarono il volto di fronte al corpicino esanime di quello ch’era stato il compagno di tanti giochi. Pianse in silenzio, spremendosi gl’occhi fino a farseli bruciare, per certi versi un vero e proprio miracolo! Finito che ebbe di plorare, lacrime non ne aveva proprio più sul serio. Era un assassina, lei era un’assassina, non c’era dubbio alcuno. Infine, con tutto il fiato che aveva nei polmoni, tirò fuori un urlaccio straziante che fece tremare tutto il bosco e i suoi abitanti. Un urlo che solo una lupa avrebbe potuto emettere, questa fu l’impressione che gli animali ricevettero, per cui, spaventati a morte, tutti abbassarono le orecchie e senza fiatare si schiaffarono con la coda fra le gambe nelle loro tane.
La piccola strega si rese presto conto che gli sguardi dei paesani, di dichiarata ostilità, erano tutti per lei. Don Raffaele, seminascosto sotto la volta della Chiesa, la fissava con rimprovero. Cinzietta ingoiò a vuoto, senza reagire: aveva capito che il padre doveva aver raccontato in giro chissà quali fesserie sul suo conto, e quegli stupidi gl’avevano creduto. Seppur intontito, usando il piccolo forcone a mo’ di bastone, Yanno restava accanto alla piccola strega gittando occhiate di fuoco sul paese. In cuor suo Cinzietta la Streghetta giurò che un giorno gliel’avrebbe fatta pagare a quei maledetti. Un giorno sì, si sarebbe vendicata di tutti quelli che muti l’accusavano senza nulla sapere; la manina nascosta nella tasca del vestitino giallo stringeva con forza la scatola di fiammiferi. Un giorno sì, sarebbe stata una grande strega e tutti avrebbero tremato al suo passaggio.
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