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Circoli di eletti – generazione senza sogni 9

Creato il 10 ottobre 2013 da Postpopuli @PostPopuli

 

di Giorgio Galli

Circoli di eletti

“Mi sembra d’essere un attore il cui personaggio è morto, ma che vuol continuare a recitare”; “Mi sembra d’essere uno di quei soldatini giapponesi che combattevano nelle isole senza sapere che la guerra era finita”: erano frasi che ripetevo spesso, nel 2005. Era iniziato il primo anno fuori corso, avevo ancora la casa dello studente e la mensa gratuite, ma avevo visto partire quasi tutti i miei amici. Passai febbraio a studiare: avevo, a fine mese, l’esame di “Teorie e tecniche del linguaggio cinematografico“, e facevo la spola tra i libri e la sala-cinema di Lettere. In sala cinema conobbi Sonia e Marta, due ragazze che mi presero subito in simpatia e m’inclusero d’ufficio tra i membri d’un gruppo cinefilo che venne battezzato Tempesta ed impeto. La storia di Tempesta ed impeto è curiosa: in origine, il gruppo si chiamava Amore e Psiche; poi c’erano stati litigi, i ragazzi s’erano presi il nome Amore, e le ragazze s’erano tenute Psiche. Poi il gruppo Psiche venne esteso anche a un maschio, e allora s’era presentata la necessità di rinominarlo. Fu a questo punto che arrivai io.

 

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da Wikipedia

Il “battesimo” avveniva con la visione d’un film iraniano, Pane e fiore (A Moment of Innocence). Lo vidi, e fui a tutti gli effetti uno del gruppo. Sonia e Marta amavano così tanto il cinema iraniano che, fra di loro, si salutavano con Salam. Per la verità tutto il loro linguaggio aveva un che d’inquietante: “decantare” significava “vedersi per scambiarsi opinioni a freddo, dopo aver lasciato passare un po’ di tempo”; “vincere l’afasia” stava per “avere coraggio di prendere la parola a lezione, davanti a tutti”; una conversazione in cui tutti parlavano e nessuno ascoltava era “joyciana”. I membri del gruppo non “andavano” mai in nessun posto: “si recavano”. Un giorno Sonia mi confidò ch’era un brutto periodo, io le scrissi un sms per incoraggiarla. Mi rispose: “Grazie. Desidero prepotentemente uscire da questa condizione, ma non può tutto rimanere sempre confinato nel mondo delle idee e del desiderio. Deve esserci azione! Dobbiamo agire!”

Commentai col mio amico Salvatore: “Quando ho ricevuto questo messaggio, mi è sembrato di essere un giornalista inviato in Medio Oriente che scopre per caso un proclama di Al Qaeda”. Ma capivo che non potevo appartenere a quel gruppo, per la stessa ragione per cui non riuscivo ad appartenere ad altri gruppi. Mi sentivo cuoco fra gl’intellettuali ed intellettuale fra i cuochi, e non tolleravo nessun tipo di gergo, nessuno spirito di corpo, e tantomeno nessuno spirito da casta degli eletti. In effetti non ho mai potuto soffrire quelle riunioni di cinefili in cui, anziché regista, si dice regisseur o metteur en scène. Chi parla così potrebbe benissimo dire regista, ma sceglie altri termini per distinguere la sua cricca da tutti gli altri, gli eletti dai miscredenti. E io non sono fatto per le consorterie.

Avevo scelto un corso di laurea interdisciplinare, Scienze della Comunicazione: ma talmente multidisciplinare che sfiorava tutto lo scibile senza approfondire niente. La maggior parte dei miei colleghi di studio la viveva come una fortuna, si sentivano dei piccoli dèi in possesso d’un’enorme cultura generale. A me quella cultura non pareva generale, ma generica. Quello che a loro dava un senso di potenza, in me generava umiltà. E capivo che sarei stato sempre un viaggiatore di tutto, eterno dilettante che ogni giorno scopre qualcosa di nuovo come un neonato che scopre la luce del giorno.

Ad Auschwitz avevo dovuto mangiar la neve per fermare i violenti accessi di tosse, cui andavo soggetto. La tosse mi seguì tutto l’inverno. La pioggia veniva giù a fiumi, veniva la neve, l’ammattonato delle strade era coperto di ghiaccio scivolosissimo. Quando il ghiaccio si scioglieva, con le mie scarpe di pezza sguazzavo nell’acqua gelata. Ricordo la mattina in cui avevo appuntamento con Sonia in sala cinema. Dovevamo vedere L’Atalante di Vigo: arrivai con più di mezz’ora di ritardo, c’era una specie di bufera di neve.

Leggevo Pasolini. Lo leggevo dappertutto, sull’autobus, a casa, in centro mentre aspettavo qualcuno, nelle pausa dello studio, alla radio dell’università nelle ore che precedevano le registrazioni… forse quella lettura, col suo pessimismo radicale, cadde nel momento sbagliato. Mi fece sentire ancor più arrabbiato e spaesato, un giovane rudere, una forza del Passato.

 

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Foto giovanile di Pasolini (da Wikipedia)

È notte fuori, ed è notte pure dentro.
Una fiammella, guardate, tengo accesa
per ogni buono o cattivo ricordo,
per ogni amico che ho tradito o m’ha tradito,
per ogni ragazza che ho deluso o m’ha deluso.
Ma un vento maligno qui soffia, e la fiamma
tutt’ad un tratto scompare: il presente
è come questa stanza rabbuiata
dove c’è puzza della cera smorta,
e l’avvenire, chi sa, è questa finestra
da dove è entrato, maligno, quel vento.

 

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