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Civiltà nuragica e mondo mediterraneo nell’Età del Ferro

Creato il 18 marzo 2016 da Pierluigimontalbano
Civiltà nuragica e mondo mediterraneo nell’Età del Ferro (tratto dalla tesi di laurea triennale in Beni Culturali: "Civiltà nuragica e mondo mediterraneo nell'età del Ferro: contesti, materiali, problematiche", Università di Cagliari, 2011)

Civiltà nuragica e mondo mediterraneo nell’Età del Ferro
L'analisi delle interrelazioni tra civiltà nuragica e altre civiltà del bacino Mediterraneo dovrebbe partire da un'adeguata contestualizzazione della prima all'interno di un quadro cronologico preciso, che ne possa mettere in risalto l'evoluzione dal punto di vista della cultura materiale e l'evoluzione culturale in senso lato. Una visione condivisa di questa evoluzione in realtà non esiste, per lasciare spazio a correnti di pensiero la cui distanza reciproca diventa in certi casi abissale. Nel momento in cui i diversi studiosi analizzando le evidenze archeologiche (le quali, dal canto loro, sono spesso scarse per alcuni aspetti dell'età in questione, o comunque di difficile interpretazione, come nel caso dei ripostigli), partono spesso da diversi presupposti e approcci, che finiscono col determinare dei risultati che difficilmente possono "dialogare" tra di loro. Il risultato è stato, dal punto di vista di questo lavoro, un tentativo di mettere a confronto punti di vista molto distanti sulle varie tematiche. Tuttavia questo tentativo ha avuto in alcuni casi come risultato una progressiva attenuazione degli elementi contrastanti. Il caso dell'importazione di materiali ciprioti in Sardegna (e, in un momento successivo, anche delle tecniche metallurgiche), è quello che più ci allontana dall'età del Ferro: in questione vi sono materiali, come i lingotti oxhide, i quali sono un prodotto tipico dell'età del Bronzo Recente; il suo arrivo in Sardegna nel corso di quest'epoca sembra fatto abbastanza sicuro, ma rimarrebbero da spiegare quali sono le relazioni che quest'arrivo ha con lo sviluppo della produzione bronzistica sarda, e in particolar modo di quella figurata (che, come si è visto, secondo alcuni studiosi prende largamente spunto da tecniche e modelli di origine cipriota). Il lasso di tempo che intercorre tra il momento dell'arrivo dei lingotti in Sardegna e la datazione dei bronzi fatta dai sostenitori dellacronologia bassa non troverebbe giustificazione se non in un lungo processo di acculturazione, che avrebbe visto la presenza sull'isola, per secoli, di questo tipo di lingotti, senza che a questa corrispondesse un know-how proprio di una civiltà che ricerca il rame come materia prima indispensabile per la realizzazione dei suoi prodotti. In ragione di ciò, sembra indispensabile un avvicinamento della cronologia dei due momenti, sia questo in una direzione o nell'altra. Ma dietro a una questione cronologica così spinosa se ne nasconde un'altra, di tipo culturale, che è probabilmente ancora più difficile da risolvere. Dell'arrivo su larga scala dei lingotti di rame cipriota in Sardegna non sono stati identificati gli attori all'interno delle due civiltà: in altre parole, le motivazioni di ordine sociale ed economico che diedero origine a questo movimento di risorse rimangono ancora oscure. La totale assenza di tracce di sfruttamento risalenti ad epoca nuragica degli abbondanti giacimenti di rame sardo rende ancora più delicata la questione. Il tema dell’accumulazione di risorse è a questo proposito centrale, e legato alla funzione delle strutture di tipo cultuale. L’emergere delle élites che è alla base di questa tendenza appare in Sardegna problematico, per via dell’assenza su larga scala di quel simbolo di potere proprio dei ceti aristocratici della penisola in epoca orientalizzante, cioè le grandi sepolture connotate dal punto di vista monumentale e arricchite da beni di lusso. Per molti autori le poche sepolture singole attribuibili a personaggi di rango (i casi di Monti Prama, Is Aruttas e Antas) sarebbero da attribuire alla piena età del Ferro, ma anche dovendole attribuire al periodo di massima fioritura della civiltà nuragica non costituirebbero da sole una testimonianza abbastanza forte nel senso dell’emergere di un ceto aristocratico; se mancano dunque i presupposti per attribuire ad un ceto di questo tipo l’accumulazione di metalli come è testimoniata in diversi centri, prende allora consistenza il modello secondo il quale questi movimenti sarebbero dovuti alle esigenze di approvvigionamento di materia prima dei ciprioti, che avrebbero così determinato il fiorire della bronzistica isolana. Una prospettiva simile si scontra con diverse obiezioni; si dovrebbe chiarire perché questi portarono con sé la materia prima sotto forma di lingotti, e se questi potessero avere avuto valore di scambio. Come d’altra parte ha suggerito Bernardini, il complesso mondo che traspare dai bronzetti sardi (e che si riflette da molto vicino nella grande statuaria di Monti Prama), necessita di una compagine sociale perfettamente cosciente delle proprie scelte, e che difficilmente avrebbe dato avvio a produzioni così elaborate e originali unicamente come risposta ad uno stimolo esterno di natura così contingente come quello al quale si è accennato. In linea generale, però, la temperie culturale nella quale meglio si inquadrerebbero sarebbe quella di un’incipiente affermarsi di ceti elitari, fenomeno che vediamo verificarsi in Etruria a partire dalle ultime fasi dell’epoca villanoviana, per poi prendere corpo definitivamente in età orientalizzante. È a questo punto che possiamo spostare la nostra attenzione sul territorio che ha restituito i materiali sardi di gran lunga più significativi per qualità e quantità: quello che qui è stato chiamato “il caso di Cipro” appare ben lungi dall’esser risolto, e una specifica presa di posizione a proposito non sarebbe suffragata da una disamina completa dei dati che la tematica necessiterebbe. L’Etruria fornisce invece un quadro di relazioni in qualche modo più definito, e che trova solide basi di appoggio nel fatto che in tanti casi conosciamo la provenienza dei reperti (spesso non il contesto nel suo dettaglio, ma questo non ha in tanti casi impedito di avere delle datazioni abbastanza sicure). Gli estremi cronologici della presenza di oggetti di produzione sarda vanno dall’850-800 a.C. nel caso della tomba dei bronzetti di Cavalupo sino alla metà del VII secolo, come è invece il caso delle navicelle provenienti da Gravisca e Crotone. Il quadro è sostanzialmente confermato anche dai manufatti ceramici (in maniera pressoché unica brocchette askoidi), che sono attestati a partire dalla metà del IX secolo sino ad età orientalizzante (sebbene in misura drasticamente minore). Sulla base di questi dati, si può affermare che nessuno dei contesti presi in considerazione giustificherebbe la tesi di una cronologia alta per i manufatti ivi rinvenuti, se non a patto di ricorrere alla teoria dei falsi contesti alla quale si è fatto più volte riferimento. Se questa teoria ha molti punti a suo favore per quanto riguarda i materiali bronzei (che sono spesso soggetti a fenomeni di riuso e di tesaurizzazione, e tendono a mantenere il loro valore intatto nel tempo), diverso è il discorso per quanto riguarda le brocchette: è vero che gli esemplari etruschi provengono spesso da contesti funerari e sono poi fatti oggetto di imitazione, ma il rinvenimento di queste in contesti come Cartagine e Huelva traccia un quadro alquanto diverso, dove le indicazioni cronologiche riconducono alla piena età del Ferro, sebbene si debba tener conto della problematicità di questi contesti (un contesto secondario nel primo caso e una particolare situazione geologica nel secondo). In definitiva, la posizione di Bernardini appare la più convincente, in quanto essa pone l’accento sul fatto che a una presenza in quest’epoca dei materiali in varie località del Mediterraneo dovette corrispondere una componente sociale ancora attiva, sebbene il momento dell’apogeo della civiltà nuragica essere già passato. La valenza ideologica dei bronzetti (da quelli “di ornamento” fino alle navicelle) è confermata dalla presenza di questi oggetti in associazione con altri materiali di prestigio: presupporne una scelta in base a criteri puramente estetici o di tipo “antiquario” impoverisce notevolmente il grande significato culturale che sembra sotteso alle relazioni tra Etruria e Sardegna. Si è accennato inoltre alle relazioni con le popolazioni euboiche e filistee: per quanto riguarda questi aspetti, i dati a disposizione sono piuttosto scarsi, ma non di meno si sono potuti apprezzare diversi contributi in proposito. Da un punto di vista cronologico, la presenza di popolazioni filistee sembra essere la più antica, e attribuibile senz’altro ad un orizzonte “precoloniale”. I dati qua presentati li dobbiamo in gran parte ad un contributo del Bartoloni (2005), e molti di questi sono purtroppo decontestualizzati. Diversamente accade per l’anfora genericamente definita “cananea” proveniente da Sant’Imbenia, attribuita anche questa ad un contesto precedente la colonizzazione fenicia; non a caso proprio nella discussione degli elementi culturali di questo sito si è deciso di dare spazio alla questione della presenza filistea in Sardegna. Sebbene questa ipotesi dovrà essere confermata da nuovi dati, l’idea della derivazione delle anfore tipo “Sant’Imbenia” da questo prototipo non è assolutamente da scartare, anche se i fenomeni di tipo sociale e culturale sottesi a questo fenomeno presentano ancora contorni indefiniti. Per quanto riguarda la presenza euboica, si sono evidenziate le due principali correnti di pensiero esistenti a proposito: da una parte vi è chi vede nelle testimonianze materiali il riflesso di una presenza organizzata e addirittura “stanziale” nel caso di Sant’Imbenia, di genti euboiche, già in una tra il IX e l’VIII secolo. Dall’altra vi è invece chi vede in queste testimonianze precedenti l’espansione greca in Occidente soltanto il frutto di attività commerciali che erano sotto il controllo di altre genti, probabilmente di origine siro-levantina. Il problema non coinvolge peraltro solo la Sardegna, ma anche un sito come Huelva, che ha sollevato la stessa disparità di vedute. Come per la maggioranza delle questioni che si sono volute evidenziare con questo lavoro, soltanto dei sistematici supplementi d’indagine potranno gettare luce sull’argomento, in particolar modo per la Sardegna, dove la documentazione per le fasi più antiche di questo fenomeno appare ancora insufficiente. Le perplessità da più parti sollevate sull’attendibilità delle diverse classificazioni (e relative cronologie) dei materiali euboici proposte, complica ulteriormente il quadro. Quello appena definito, che appare comunque come un quadro di notevole vitalità delle popolazioni nuragiche per il periodo in questione, esce rafforzato nel considerare i quadri culturali dei siti sardi che presentano testimonianze di interrelazioni. Da un punto di vista strettamente cronologico, è difficile contestare una forte presenza dell’elemento indigeno, nei contesti analizzati in questo lavoro, nel corso dell’età del Ferro: si pensi ai materiali che si rifanno alla tradizione vascolare nuragica rivenuti al Nuraghe Sirai e al Cronicario e nel Tofet di Sulky Soltanto ulteriori indagini potranno però permettere di verificare quale fu la misura reale di queste relazioni: dal punto di vista sociale, dai dati esposti si evince come probabilmente siano state persone comuni a lasciarci questo tipo di testimonianze, che condividevano la vita quotidiana. Possiamo in questo modo riassumere in questo modo quali sono le principali carenze a proposito delle ricerche finora condotte sull’argomento: - in primo luogo vi è la mancanza di un universalmente riconosciuto modello antropologico che serva da punto di partenza per analizzare le dinamiche sociali interne alla civiltà nuragica, sia in senso sincronico che diacronico; - si è spesso constatato come le diverse ricerche prendano avvio tra presupposti troppo diversi tra di loro per poter “dialogare” adeguatamente. Se ogni studioso non piò chiaramente rinunciare ad una propria impostazione metodologica (o anche a delle concezioni di fondo quanto ai temi in questione), è allo stesso tempo vero che divergenze molto marcate come quelle che si sono riscontrate in questo lavoro hanno portato ad una situazione che complica notevolmente l’approccio alla tematica, che implica il rischio di prese di posizione troppo nette, laddove le risposte alle domande poste non potranno che derivare da un’adeguata considerazione dei vari punti di vista; - problema che invece è senz’altro comune ad altri campi di ricerca è invece quello della scarsità dei dati messi a disposizione degli studiosi per contesti che potrebbero ancora fornire dati fondamentali nell’ottica della comprensione dei fenomeni di interrelazione tra la civiltà nuragica e le altre popolazioni del Mediterraneo; a questo proposito, i casi di Sant’Imbenia e del Nuraghe Nurdòle sono particolarmente preoccupanti. Soltanto un’analisi accurata, da tutti i punti di vista, dei siti che interessano le basi di questa tematica potrà cominciare a costituire il giusto punto di partenza per una ricerca basata sulla raccolta sistematica dei dati e sul loro confronto.

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