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Colmare un bisogno di parole: Il metodo della bomba atomica, di Noemi Cuffia

Da Lepaginestrappate @paginestrappate

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Quando hai paura, pensa ai fiori.

Prima di parlarvi di Il metodo della bomba atomica di Noemi Cuffia, vi devo confessare un paio di cose. Anzi, ve ne parlo mentre le confesso. Perché, come spesso mi accade con i libri che amo molto e che hanno una voce particolare, a dire il vero non so come iniziare. Nonostante gli appunti – ho preso appuntini! – e foglietti sparsi tra le pagine, so già che domani lo guarderò e lo troverò impreciso imperfetto incompleto, questo post.

Per cui:

la prima confessione che vi faccio è sulle aspettative. Dovete sapere (nel senso proprio di “dovete”: non potete non saperlo!) che Noemi Cuffia è l’autrice del blog Tazzina-di-caffè, che seguo e amo tanto, e quando ho iniziato questo romanzo avevo delle aspettative. Cioè, mi aspettavo di trovare certe cose. Presuntuoso, vero? Solo perché almeno un po’ conoscevo i suoi gusti in fatto di letture. Solo perché sono abituata a “sentirla parlare” di ciò che altri scrivono. Il fatto è che io l’ho iniziato, avevo un sacco di aspettative, e credevo di avere tra le mani un libro placido, previsto, che avrei letto senza troppi scossoni e sorprese.

E invece, avevo sbagliato tutto. E già questa è una sorpresa. Poi ci sono tutte le altre sorprese, le imprevedibilità tra le pagine e nelle parole. Gli scossoni – forti, emotivi, scombussolanti. La trama che si svela e non te l’aspetti, fino alla singola ultima pagina non sai che aspettarti.

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La seconda confessione che vi faccio è sul modo in cui io leggo i libri: mi capita spesso di saltare dei paragrafi, poche pagine. Non lo faccio apposta. A volte ho dei pensieri rendono difficile la concentrazione, a volte c’è quel momento nella narrazione che mi annoia o forse no, non mi annoia, ma per qualche strana illogica motivazione finisco per non leggerlo. A volte lo sguardo passa su un paragrafo e i miei pensieri sono ancora a quello precedente.

E invece. Di Il metodo della bomba atomica ho letto ogni singola parola.
Ognuna.
Lentamente, anche. Una cosa che non mi capita quasi mai. Leggevo un capitolo al mattino presto. Uno a pranzo. E poi di nuovo alla sera. Una ritmicità che non mi sono imposta, che semplicemente mi è risultata naturale quando l’ho cominciato e ho sentito quell’esigenza lì… sì, quell’esigenza… di, concluso un capitolo, brano, paragrafo, chiudere le pagine e passare la mano sulla copertina e pensare un po’. Sapendo che se avessi letto quello successivo la mia mente sarebbe stata un passo indietro, ancora, a frugare bene tra tutte quelle parole e sensazioni.
Ogni singola parola.

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E vi devo anche confessare di un errore che ho fatto per le prime pagine. Ho iniziato a leggere e pensavo: “No, io questa frase l’avrei messa così. Ma che senso ha questa cosa?”

Leggevo e avevo la fronte corrugata e una matita invisibile con cui azzeravo e spostavo virgole, cercando un diverso equilibrio alle frasi. Uno mio.
Ho segnato il punto in cui ho smesso: al secondo capitolo, nel vapore di una doccia, nei primi fiori del romanzo. Ecco, lì ho capito. E ho ricominciato a leggere, da capo. Dopo aver spezzato a metà la mia matita invisibile.

Perché c’è questa cosa particolare in Il metodo della bomba atomica ed è che le frasi sono punteggiate di virgole, che le virgole sono tante. Troppe e sbagliate, pensavo in un primo momento, come aggrappata al mio e stitica nel lasciarmi andare al ritmo della narrazione. Invece no, poi ho capito, ho sentito il ritmo, ho sentito il senso, la fluidità.

Le virgole di Il metodo della bomba atomica sono bellissime. Non perdetevele né negatele.

A dirla tutta, Il metodo della bomba atomica in toto è un libro bellissimo. Se proprio devo trovarci una cosa che non mi piace, è la biografia, in fondo. Numeri/follower che sembrano raccontare una freddezza analitica che ci si chiede che c’entri nel descrivere chi ha scritto un romanzo cui non c’è nemmeno da chiudere gli occhi per sentire

la tenerezza dei petali sotto le dita
il silenzio del camminare a piedi scalzi di notte quando tutti dormono
la fragilità di un cuore pauroso
l’incapacità di dire amore
il ticchettare delle bacchette nei rituali di un ristorante giapponese
l’odore malinconico delle mancanze e degli interrogativi
l’acre bruciore ai polmone degli errori

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E’ fatto molto di sensazioni e attimi di luce. Di una vividezza onnisciente e spesso crudele. Di descrizioni e luoghi che assomigliano a persone, paure, desideri. Di dolcezza e amore e sempre dolore.

Racconta soprattutto varie persone (varie solitudini).

Sembra più comunicativo, rispetto alle persone, il silenzio dei fiori, ne Il metodo della bomba atomica.

I fiori, queti e significativi, diversi come gli animi umani, sono una presenza costante tra le pagine. Sono il rifugio della protagonista, un “flowerblogger”.

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C’è stata anche questa coincidenza, mentre leggevo, ossia il fatto che proprio durante quella settimana avevo l’incarico di occuparmi di un giardinetto e un paio di terrazzi.

Carichi di fiori, germogli, boccioli, tesi a sbocciare, finalmente.

M’è parsa una bella coincidenza, sapete?, quasi un legame con le pagine che leggevo. Che amavo.

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Il metodo della bomba atomica è stata questo, un’inattesa scoperta di bellezza – pur se dolorosa, tanto spesso – uno di quei libri che ti danno molto e sai che li andrai a cercare, ancora. A rileggere.

Che arrivano e ti parlano e senti che han colmato un bisogno di parole.

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Il metodo della bomba atomica
di Noemi Cuffia
LiberAria edizioni
161 pagine
15 euro
maggio 2013

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Pagine strappate da Il metodo della bomba atomica: qui



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