Magazine Diario personale

Commenti su Il dono di Patrizia M.

Da Luciamarchitto
Nell’augurare buone feste a tutti ripropongo un mio vecchio racconto sul miracolo del Natale.

Ieri mattina ho fatto tre quarti d’ora di coda alla cassa. C’era una signora che aveva, oltre alla carne, verdura e frutta,  cinque o sei scatole tra panettoni e pandori. Anche il mio non era da meno. E, dopo la coda infinita, la gimcana per arrivare al parcheggio, la coda in macchina per l’uscita dal supermercato, dopo aver depositato ogni cosa con cura, mi sono accorta che non avevo comprato il lievito. Ritornare nella jungla del supermercato non ne avevo nessuna voglia. Per dirla tutta non avevo neanche voglia di cucinare e friggere e impastare e cuocere. Per dirla in breve non avevo proprio voglia di Natale. Che poi sarebbe stato uguale a quello degli anni precedenti. Alla fine una grande abbuffata e basta. No, non basta, una grande abbuffata e un grande scambio di regali quasi sempre inutili e mai azzeccati. E poi bisogna vestirsi di quella bontà così vomitevole unita ad un vestito nuovo, allo scambio di baci e strette di mano, e ai sorrisi e poi a Natale è vietato litigare e dire quello che si pensa, ma forse questo anche negli altri giorni.
Già lo so quello che succede a Natale, ci si alza tardi, si fa la fila al bagno, ci si imbelletta, ci si profuma, si mette tutto in macchina scambiando i bambini per pacchi e i pacchi per i bambini e si va dai miei suoceri. Ognuno porta qualcosa anche i bambini che portano soprattutto capricci. Nelle scale del palazzo gli odori si confondono e fanno venire la nausea. Mio suocero sulla porta ha il sorriso della festa, sua moglie è alle prese col forno, ci sono già gli zii, ne manca solo uno, che anche quest’anno arriverà in ritardo. Sulla tavola la tovaglia rossa e il servizio di piatti bianchi con il bordo dorato. I calici di cristallo e i candelabri finto argento, o forse argento puro, non ho mai indagato. Da quella tavola non ci alzeremo fino a sera e, forse, se c’è un film per bambini, andremo al cinema. E poi a nanna e ‘sta storia del natale sarà finita e non ci penseremo più fino all’anno prossimo.
Che poi a Natale sono tutti più buoni mi viene da ridere, ma a pensarci bene forse non è neanche una bugia, la gente si convince così bene da sentirsi buona per davvero e si prodiga nel fare fare fare. Ci si ricorda che da qualche parte c’è qualcuno che muore di fame, che i randagi, cani e gatti, hanno bisogno di cure. Quest’anno a Natale mando dei soldi per i bambini africani, indiani, brasiliani. Ci si sente meglio poi quando si riempie il carrello, ci si sente così bene che lo si riempie ancora di più. Ci si sente a disagio a pensare che a Natale c’è qualcuno che dorme per strada e allora si prende una coperta e la si dà al primo poveraccio che si incontra.
Siamo così buoni a Natale che mi viene da piangere! Se anche incontri il collega stronzo che più stronzo non c’è allunghi la mano e ti scambi gli auguri, a volte succede, a Natale, che gli appioppi pure un bacio su entrambe le guance e che quello ricambia. Ricambia in un modo così spontaneo che sembra perfino sincero. L’anno scorso ricordo che ho incontrato la Mina, la supersegretaria del mio supercapo, che è un’arpia, sa torturare così bene che in giro la chiamano Crudelia De Mond, che nel vedermi mi ha abbracciato “Auguri cara, ma che bambini meravigliosi!” e poi girandosi verso mio marito ha cominciato a cantare le mie lodi che se non la conoscessi mi sarebbero sembrate vere. Ma a guardarla così sembrava davvero contenta di avermi incontrata e quasi quasi ero contenta anch’io.
Non ho nessuna voglia di Natale. Questa è la verità.
Tra l’altro mi serve proprio il lievito. Qualcosa mi devo inventare. Ho dei vicini che non vedo quasi mai, a volte penso di avere per vicini dei fantasmi. Dei fantasmi un po’ curiosi però, se anche torni alle due di notte vedi la tendina della loro finestra che si scosta. Per il resto, per carità, mai un lamento, mai! Non ho scelta, prendo Luca in braccio, Manuela per la mano e decisa mi avvio. Suono. Una volta sola. Nessun rumore. Neanche un fruscio. Sto per fare dietro front quando la porta di apre. Mi sembra ancora più vecchia di quando la vedo dietro la tendina.
“Cara, come sono contenta, oh! Questi due bei cucciolotti! Entrate, entrate!” Manuela come un fulmine lascia la gonna e corre verso il camino, seduto in poltrona, la coperta sui piedi, gli occhiali sulla punta del naso, il marito ci guarda.
“Lo sapevo che Natale anche quest’anno mi avrebbe regalato qualcosa! Succede sempre un miracolo a Natale”. Dice la vecchietta.
“Miracolo?” chiede Manuela
“Racolo, Racolo” ripete Luca dimenandosi tutto.
“Siete venuti a trovarci questo è il miracolo!”
“Non capisco miracolo” continua Manuela “Racolo, Racolo” ripete Luca
“E’ un dono! Un regalo” risponde la vecchietta
Manuela non capisce.
“Mi scusi, ci scusi tanto, e che… insomma, non ho comprato il lievito e, mi chiedevo se … insomma ha del lievito da prestarmi?” Manuela imperterrita continua a chiedere del dono, del miracolo e Luca, tutto agitato per la parola nuova, non fa che urlare “Racolo, racolo”,  il vecchio si toglie gli occhiali:
“Chi di voi due mi dice per primo come si chiama avrà una caramella!” i bambini corrono verso di lui e poi si siedono ai suoi piedi e, strano! non parlano, non si agitano, non si muovono e guardano fisso il camino, il fuoco ! per loro è una novità, lo hanno visto solo in Tv il camino acceso!
“Ecco il lievito!”
“Grazie, adesso tolgo il disturbo”
“Ma non disturba cara, non disturba! Venga, venga a sedersi con noi vicino al fuoco!”. Vorrei andare, lo so che dovrei andare, ma mi avvicino al camino e mi siedo.
“Adesso vi racconto la storia del Natale. Ero piccolo…”
“Come me?” dice Manuela
“Forse avevo qualche anno in più, forse. Avevo appeso la calza al camino e non sapevo cosa chiedere a Babbo Natale, veramente lo sapevo, ma allora anche Babbo Natale era povero” Manuela spalanca i suoi occhini marroni “Povero?”
“Sì, povero, tutti erano poveri, e non potevo chiedere qualcosa che non poteva regalarmi, allora stavo davanti al camino con la calza in mano e non sapevo proprio cosa chiedere. La mamma vedendomi triste e indeciso mi disse “Chiedi a Babbo Natale una cosa che veramente desideri e vedrai che lui cercherà in tutti i modi di accontentarti”. Perché mi chiedevo Babbo Natale avrebbe dovuto accontentarmi? Non ero così buono come pensava la mamma, qualche marachella l’avevo fatta e poi ero stato un poco egoista col mio amico Mario che a volte voleva giocare con la mia biglia di vetro e io non gliela avevo mai fatta neanche toccare, allora presi la biglia, la misi dentro un sacchetto di stoffa, e gliela portai. Tornai di corsa davanti al camino e appendendo la calza espressi il mio desiderio. Al mattino quando mi alzai corsi felice verso il camino, presi la calza e quando la sentii così leggera mi venne da piangere. “Aprila!” disse la mia mamma, io l’aprii: c’erano tanti pezzetti di carta, mille pezzetti di carta e su ogni pezzetto c’era una parola. “Se le leggi con cura, le scegli una ad una, le metti l’una dietro l’altra vedrai che verrà fuori una bella storia. Non era quello che volevi?” disse la mia mamma, per la verità avevo chiesto un libro, ma poi guardando tutte quelle parole capii che mettendole una in fila all’altra forse riuscivo a costruire più di una storia, e cosa è un libro se non una bella storia? Babbo Natale me ne aveva regalato mille o forse più”
“Me le racconti?”
“Te ne racconterò una ogni volta che vieni a trovarmi”
Non riesco a fermare le parole:
“Quando ero piccola al mio paese, a Natale, c’era sempre la neve, si stava davanti al camino a raccontare le storie” e non riesco proprio a fermarle le parole “Qui è tanto che non nevica, mi manca, mi manca tanto la neve!”
I due vecchietti mi guardano e hanno qualcosa dentro gli occhi, mi sembra di vederli per la prima volta e non so se è un pensiero o una sensazione, ma ora mi rendo conto che il fantasma ero io e non loro.
Manuela “Racconta, racconta, una volta sola, una sola!”
dice rivolta al signore seduto in poltrona.
Non sento le parole, ascolto solo il suono.
Il fuoco scoppietta nel camino, seguo le lingue della fiamma che si allungano, si dividono, si torcono e scompaiono.
La voce di mio padre canta la canzone del Natale, mia madre racconta, la neve cade lenta a coprire la montagna, i tetti la strada, il silenzio della sera…
“Quetta mamma, cotè quetta?” Luca col dito mi tocca la lacrima che è scivolata fino al naso. L’asciugo in fretta “E’ il fuoco” dico, lo prendo in braccio, ringrazio, saluto e torno a casa. Preparo la farina per l’impasto, Manuela prende la sua pecora di peluche e comincia a raccontare, parla piano a bassa voce.
“Cosa racconti Manu?” chiedo
“Non posso, sto chiedendo a Natale di farti un regalo, mi ha detto la formula magica”
“Chi ti ha detto?”
“Il signore, prima, il nonno vicino al fuoco”
“agica, agica, nionno, nionno” ripete Luca spostando le pecore nel presepe e mettendole tutte addossate alla capanna.
Sorrido.
Guardo fuori dalla finestra il cielo illuminato dalle luci dei lampioni e dalle lampadine colorate attorcigliate ai balconi. Apro la finestra e mi sembra di sentire il profumo bianco della neve.
“Nevica – penso  – questa notte nevica!” Ma so che è solo un desiderio il mio.
E’ quasi mezzanotte, ho riassettato la cucina e ho vestito i bambini, tra poco mi chiuderò la porta alle spalle per andare in chiesa. Mia figlia ha tra le mani la pecorella di peluche da cui non si stacca mai. E’ tardi! E’ difficile parcheggiare, districarsi tra tutte queste persone che si affollano verso la chiesa, mio marito ci ha fatto scendere ed è andato a parcheggiare, Manuela lascia la mia mano, è un attimo, non vedo più il suo cappottino rosso in mezzo a tutta questa gente, prendo Luca in braccio e comincio a chiamarla, “Ela, Ela” ripete Luca, spingo, urlo, cerco una macchia rossa, mio dio la mia bambina! Guardo la strada, le macchine, la gente, quanta gente! Manuela! urlo, e poi la vedo che parla con un’altra bambina, sorridono le due bambine e chiacchierano, io arrivo trafelata, l’afferro per il cappottino rosso, lei mi guarda e nei suoi occhi c’è come una domanda, ma non parla, si lascia trascinare e guarda ancora l’altra bambina che allunga la mano verso la sua pecora, quella pecora di peluche bianca che non lascia mai neanche quando dorme, quella pecora mezza spelacchiata che si stringe al petto. Mi strattona, si libera, corre verso la bambina e le offre la sua pecora, l’altra l’afferra e la stringe al petto, lei torna da me e non si volta neanche una volta indietro.
Neanche una.
Se allungo il piede destro sono dentro il portone della chiesa.
Alzo la testa, lo vedo brillare contro la luce della luna facendo giravolte lente nell’aria fino a posarsi bianco sul cappotto rosso.
Manuela batte le mani “Ha funzionato!”
“Scc.. sc.. cosa ha funzionato?”
“Il miracolo, il miracolo del Natale!” alza la testa, tira fuori la lingua e cerca di acchiappare i grossi fiocchi.
Li sento leggeri posarsi sui capelli, sul cappotto, sulle ciglia, tiro fuori la lingua, il fiocco si posa e si scioglie.
“Neve, neve!” dice Luca senza spezzare la parola a metà.
La sua prima parola piena.
La campana suona la mezzanotte: è Natale!


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