Compliance, o della dittatura del precariato

Da Einzige


C'è questo tizio qua – che, diciamo, se nella media siamo tutti un po' pazzi, allora sicuramente lui ha quel pizzico in più di malattia a renderlo un po' peggio del resto – che chiama in un fast-food dell'America profonda e si spaccia per un poliziotto. Con tanto di voce autoritaria e tono burocratico-ufficiale, dichiara che una diciannovenne dipendente del suddetto fast-food si dà il caso abbia appena commesso un furto ai danni di una anziana cliente. La direttrice va in fibrillazione e si presta al sadico giochetto del tizio, il quale impartisce ordini a destra e a manca, manipola poveri testoni evidentemente non tanto svegli, e alla fine fa commettere un [enorme spoiler evitato] nei confronti della ragazzina.E questa è la trama.
Ora, il film si aggira nelle periferie dei discorsi stilistici di Haneke o di un docudrama random, alle volte con perizia, altre con grossolana sbadataggine, e spesso gira attorno a sé stesso e fa sollevare qualche sbadiglio. Ma non è questo il punto. La questione, che il buon Zobel centra assai bene, è tutto sull'idea di manipolazione. Un motore iniziale (l'uomo che chiama) innesca un effetto a cascata su tutti gli elementi che gravitano attorno alla cornetta del telefono, ivi compresa la vittima (che alla fine, stando al mio modestissimo parere e al netto dell'abominio che su di lei viene esercitato, se ne esce con una figura da cretina rara), ed – in primis – la ben più credulona direttrice del negozio e il suo fidanzato becero, il quale non sfigurerebbe in una eventuale compilation di epic fail. Magari ci sono dei momenti in cui lo svolgersi dell'azione rasenta l'inverosimile ma la cosa è la trasposizione di uno dei tanti accadimenti di questo genere realmente successi. Ed è qui la cosa tremenda, perché in fondo ai nostri cervelli, tutti sappiamo che una cosa simile, in contesti adeguati, può veramente succedere senza problemi.Tutti sappiamo che l'autorità va rispettata, pena la comminazione di una sanzione, più o meno grave che sia, ma comunque sempre sanzione. E non andiamoci a raccontare la favoletta piccolo-borghese dell'autorità che va rispettata perché è la guardiana dei nostri interessi, perché nessuno di noi fruitori della tele-realtà possiede fabbriche, industrie, corporazioni, banche o presiede governi o eserciti – e nel caso tra di noi poveracci ce ne fosse qualcuno avrei due cosette due da dirgli; la prima: un sano e sputacchiato vaffanculo per il genocidio culturale e sociale che s'è intrapreso in questo paese ma non solo negli ultimi decenni mentre voi intrallazzavate; la seconda: un invito alla ponderazione circa le tematiche scaraventate in campo da questo film piccolo ma serio.

Detto questo, si potrebbe aprire una parentesi sul fatto che oramai siamo talmente abituati ad aver timore dell'autorità che nemmeno ci passa per la testa di contestarla, men che meno per difendere i diritti di un altro nostro simile, stante sempre il motto dei nostri antenati mors tua vita mea, che è proprio una di quelle cose dure a morire, tipo le tette della Anderson. Come dicevo, si potrebbe, ma non lo farò.Meglio soffermarsi sul condizionamento mentale: basta il tono giusto della voce, le parole giuste usate in un preciso ordine e si può far passare per giusto qualunque cosa. Esempi reali? Chiedete a Hitler o al suo ideologo della comunicazione, che ha reso razionalmente giustificabile e auspicabile lo sterminio di milioni di persone. Ma non c'è nemmeno bisogno di andare così lontano. Pensiamo a tutti i tele-venditori di salvezze liofilizzate che millantano saperi e ricette di felicità, manipolando teste come fossero zucche vuote. Il fatto divertente, tragicamente, è che però spesso lo sono – zucche vuote, intendo (giusto per usare un eufemismo). Perché la società così com'è dice che è giusto credere a quello che dice chiunque sia, in un modo o nell'altro, figurativamente o praticamente, al di sopra di noi. Perché, ci ammansisce, porci dei dubbi, quando c'è una intera classe stipendiata per farlo, meditarli e risolverli? Il che, se volete, non fa nemmeno una piega, a livello logico. Il brutto è che, in questo modo, s'è tutti perso quella naturale dose di auto-coscienza che la signora madre natura ci aveva fornito aggratis fin dalla nascita: il buon senso. Che, mica a caso, è un senso, mica si deve imparare ad averlo. Soltanto è che, se non coltivato, o peggio, delegato e gettato via, finisce con lo scomparire.Ma la storia non si ferma qui.È storicamente dimostrato, i.e. impersonato da personaggi di ammirevole curiosità storica quali, giusto per dire, il senatore della repubblica italiana Andreotti che lo sintetizzò in un motto, 
che il potere logora chi non ce l'ha
Nel caso specifico del film, la povera vituperata grassoccia e in là con gli anni direttrice del negozio, la quale non appena avuta la possibilità di avere le forbici dalla parte del manico non si è chiesta due volte se quel che stava facendo fosse giusto. È giusto perché qualcuno che ha detto di essere un poliziotto ha detto che così va fatto, pena ritorsioni contro la sua persona. E tanto basta. Di cos'altro si ha bisogno, d'altronde, per infliggere umiliazioni addosso a un a persona che, una volta sottoposta a tale potere, smette di essere persona e diventa puro e semplice corpo da vessare? Mica gli aguzzini di Auschwitz si chiedevano se stavano martirizzando intere schiere di uomini e donne: ordini dall'alto, rispondevano. Il bello è che, nei tribunali della legge, vale pure come attenuante. Mica che gli stronzi sbirri della polizia sudafricana segregazionista pensavano che quei negri fossero merde da schiacciare, solo che l'aveva detto il boss, poverelli.E qui la smetto, giuro, con 'sta filippica.Ribadisco solo un concetto semplice semplice: è chiaro che, volenti o nolenti, s'è tutti sotto l'egida della legge, ma dov'è che finisce la sua razionalità e inizia la nostra (o per meglio dire, il buon senso)? Quand'è che una cosa giustificabile per un 50 + 1 diventa automaticamente giustificabile per tutti?

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