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Condannato il profitto che uccide

Creato il 16 aprile 2011 da Albertocapece

Condannato il profitto che uccideAnna Lombroso per il Simplicissimus

La seconda corte d’assise di Torino ha condannato Harald Espenhahn, amministratore delegato della Thyssen, a 16 e sei mesi; Gerald Priegnitz, Marco Pucci, Raffaele Salerno e Cosimo Cafuerri a 13 anni e 6 mesi e Daniele Moroni a 10 anni e 10 mesi. I giudici hanno dunque accolto le richieste dell’accusa, aumentando la pena al solo Moroni (per il quale i pm avevano chiesto 9 anni). I giudici hanno accolto in toto le richieste dei magistrati, confermando l’accusa di omicidio volontario con dolo eventuale per l’amministratore delegato e quella di cooperazione in omicidio colposo per gli altri manager. Immediata la reazione dell’azienda, che in un comunicato ha definito la condanna di Herald Espenhahn “incomprensibile e inspiegabile”. “Per l’ulteriore corso del procedimento – si afferma ancora nella nota – si rimanda alle dichiarazioni degli avvocati difensori”. Uno dei difensori della Thyssen, ” Faremo appello, dice, ma non credo che otterremo molto di più, vedere cose di questo tipo è sconsolante”.

Invece stamattina io, e credo di parlare a nome di molti, mi sono sentita confortata. Il verdetto che condanna l’iniquità di un profitto che uccide per avidità, segna la storia del diritto e sancisce un cambiamento di sensibilità collettiva nei confronti delle morti bianche. Le immagini dell’uscita dall’aula della corte d’Assise sono simboliche. Facce emozionate e commosse dei familiari, composti e forti, quelle degli avvocati, stereotipi del cinismo algido di chi è aduso a difendere soprusi e quei frigidi volti dei padroni e dei loro manager, ancora ben collocati in un disegno di Grosz.. Per una volta nel conflitto perenne lavoro e capitale, garanzie e profitto, ha vinto la giustizia. Magra consolazione perché non hanno vinto i diritti, sono stati riconosciuti, ammessi a buon titolo sulla terra, in questo caso la terra di un cimitero. Si è stabilito un principio: non è legale uccidere in nome del denaro.
Si siamo confortati ed è sorprendente che basti così poco, perché è ben poco il riconoscimento di un caposaldo tanto elementare da sembrare arcaico, accettato e assimilato universalmente.
Ma evidentemente non siamo più abituati alla giustizia, alla legalità, alla legittimità, all’equità e quando ci imbattiamo in queste colonne del sistema democratico, siamo stupiti che possano essere ancora in piedi e sappiano ancora reggere l’impalcatura fragile e minacciata del nostro assetto istituzionale.
C’è da sospettare che siamo sorpresi perché nel farci dimenticare i diritti di giustizia, abbiamo preferito rimuovere i doveri di giustizia, perché richiedono alti standard morali di tutti gli attori del loro agire. E per dirla con Cicerone, poco apprezzato nella nostra “modernità arretrata”, richiedono che “ciascuno adoperi le cose comuni come comuni e le cose private come private”.
E prevedono che l’incapacità di evitare un’ingiustizia è essa stessa un tipo di ingiustizia. Non una semplice omissione, ma un crimine che oggi noi stiamo quotidianamente e indifferentemente compiendo: contro chi arriva in questo paese mosso dalla disperazione, comunque si materializzi, contro chi non gode dei nostri stessi privilegi, contro l’ambiente e la bellezza, contro la cultura e la conoscenza, contro la solidarietà, contro la pace, contro la felicità e contro il futuro. Siamo tutti colpevoli e tutti da condannare.


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