Su un piatto della bilancia metto lo sdegno che si è sollevato nel paese per il modo in cui dei poliziotti hanno reso esecutivo il provvedimento di un tribunale che affidava un minore in via esclusiva ad uno dei suoi genitori – parlo del video andato in onda a Chi l’ha visto due giorni fa – e sull’altro metto quello che si sollevò nel paese alla diffusione delle immagini che documentavano il massacro che dei poliziotti avevano compiuto all’Istituto Diaz di Genova nel 2001: e ancora una volta mi sento straniero in patria, un’Italia che ragiona con lo stomaco, metà del quale è delicatissimo, mentre l’altra metà è coperta da un pelo irto e fitto. Lì avemmo un’orgia di abusi, ossa e denti rotti, sangue a schizzi e a grumi, ma il paese si spaccò in due, perché ci fu chi corse in soccorso dei poliziotti, tant’è che per riconoscerne la responsabilità ci sono voluti anni, più di un lustro. Qui, invece, la condanna è pronta, unanime, vivace, i quotidiani sparano il «fattaccio» in prima pagina, il capo della polizia annuncia un’indagine interna, il governo è chiamato a relazionare in parlamento e nessuno spiega in quale altro modo si potesse procedere per dare esecuzione a ciò che un tribunale aveva disposto. Perché, è vero, non è mai bello strappare un ragazzino a un genitore per darlo all’altro, ma le ragioni per le quali può essere necessario sono contemplate da leggi dello stato.Ecco, forse è questo il punto: questo è il paese dove il sentimentalismo ha sempre la meglio sulla legge. Qui le passioni, gli umori, le simpatie e le antipatie pretendono ed ottengono ragione – contro la legge.
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Su un piatto della bilancia metto lo sdegno che si è sollevato nel paese per il modo in cui dei poliziotti hanno reso esecutivo il provvedimento di un tribunale che affidava un minore in via esclusiva ad uno dei suoi genitori – parlo del video andato in onda a Chi l’ha visto due giorni fa – e sull’altro metto quello che si sollevò nel paese alla diffusione delle immagini che documentavano il massacro che dei poliziotti avevano compiuto all’Istituto Diaz di Genova nel 2001: e ancora una volta mi sento straniero in patria, un’Italia che ragiona con lo stomaco, metà del quale è delicatissimo, mentre l’altra metà è coperta da un pelo irto e fitto. Lì avemmo un’orgia di abusi, ossa e denti rotti, sangue a schizzi e a grumi, ma il paese si spaccò in due, perché ci fu chi corse in soccorso dei poliziotti, tant’è che per riconoscerne la responsabilità ci sono voluti anni, più di un lustro. Qui, invece, la condanna è pronta, unanime, vivace, i quotidiani sparano il «fattaccio» in prima pagina, il capo della polizia annuncia un’indagine interna, il governo è chiamato a relazionare in parlamento e nessuno spiega in quale altro modo si potesse procedere per dare esecuzione a ciò che un tribunale aveva disposto. Perché, è vero, non è mai bello strappare un ragazzino a un genitore per darlo all’altro, ma le ragioni per le quali può essere necessario sono contemplate da leggi dello stato.Ecco, forse è questo il punto: questo è il paese dove il sentimentalismo ha sempre la meglio sulla legge. Qui le passioni, gli umori, le simpatie e le antipatie pretendono ed ottengono ragione – contro la legge.
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