10 dicembre 2015 di Dino Licci
Cos’è il tempo?
Nell’ undicesimo libro delle confessioni Agostino, parlando del tempo, diceva:
“ Io so che cosa é il tempo, ma quando me lo chiedono, non so spiegarlo”.
Ed aveva ragione, perché formulare una definizione di tempo non è cosa facile anche se è un concetto intuitivo, insito nella nostra natura aprioristicamente come c’insegna Kant nella sua “Critica della ragion pura”.
Non è cosa facile anche perché, come vedremo, lo si può definire, con una certa difficoltà, almeno in tre modi diversi: da un punto di vista prettamente fisico, da un punto di vista biologico e ancora psicologico o esistenziale. Intanto dobbiamo chiederci se esso sia un contenitore vuoto in cui si possono introdurre gli avvenimenti come si può fare con lo spazio o se siano gli stessi avvenimenti a determinarlo mano a mano che essi si verificano. Domanda difficile alla quale io non riesco a dare una risposta. Più facile da affrontare un’altra vecchia questione che riguarda la circolarità o linearità del tempo. Se dovessimo affidarci alla visone che gli antichi greci avevano del tempo, dovremmo definirlo come qualcosa di circolare in accordo con l’alternarsi delle stagioni o del giorno con la notte. In questi accadimenti ciclici è insita una visione del tempo, come ci spiegherà più tardi Einstein, indissolubilmente legata allo spazio, perché è intuitivo che il passare delle ore, dei mesi, delle stagioni è intimamente connesso alla posizione che la Terra assume rispetto al Sole nei suoi ritmici movimenti di rotazione e rivoluzione. Se invece dovessimo affidarci alla visione temporale introdotta dal cristianesimo, esso ci apparirà lineare ed unidirezionale, visione in parte condivisa dalla Scienza che, col concetto di entropia* e col secondo principio della termodinamica, ci dimostra proprio come il trascorrere del tempo sia comunque irreversibile. Perché ciò accada nessuna fisica è ancora riuscita a spiegarlo compiutamente e men che meno le due grandi conquiste scientifiche dell’inizio del secolo scorso: la relatività frutto della genialità di Einstein e la meccanica quantistica alla cui formulazione contribuirono molti cervelli inquieti dello stesso periodo. Queste due discipline infatti arrivarono a due conclusioni non compatibili tra di loro e cerchiamo sommariamente di capirne il perché. Con la relatività ristretta, Eisntein aveva dimostrato che il tempo rallenta con l’aumentare della velocità di un osservatore, fino a fermarsi del tutto se egli potesse cavalcare un fascio di luce e con la stessa teoria aveva stabilito che la stessa massa aumenta con la velocità, fino a raggiungere massa infinita se dovesse viaggiare alla velocità della luce. Questo pone un limite invalicabile alla velocità della luce che, nel vuoto, è di 300mila km al sec. come aveva già scoperto Romer e come fu codificato Maxwell. Con la teoria della relatività generale Einstein ci dimostrò poi che non esistono uno spazio e un tempo scissi l’uno dall’altro, ma uno spazio-tempo che, negli spazi siderali viene continuamente incurvato dagli astri che lo percorrono e come questa deformazione costringe gli astri più piccoli a ruotare, loro malgrado, attorno all’astro che con la sua massa ha maggiormente deformato il tessuto spazio-temporale*
Per la meccanica quantistica invece gli avvenimenti sono solo probabilità che “collassano” solo nel momento in cui sono osservati, fatto che mi richiama vagamente la formula “Esse est percepi” del filosofo Berkeley. Ancora la meccanica quantistica prevede l’entanglement, quella che Eisntein definì : “ terrificante azione a distanza”, un fenomeno che avviene istantaneamente tra due particelle per quanto siano distanti anche migliaia di chilometri, violando il limite massimo della velocità della luce sancito dalla relatività ristretta di Einstein. Gli scienziati di tutto il mondo stanno ancora lavorando per tentare di unifica le due teorie in una “teoria del tutto”.
E se finora abbiamo guardato al tempo da un punto di vista prettamente fisico, dobbiamo rimarcare che, ancor prima di studiare i fenomeni esterni a noi, possiamo farci un’idea di tempo, osservando i ritmi circadiani che regolano la nostra esistenza come quella di tutti gli esseri viventi, animali e piante. Tali ritmi riguardano l’individuo nella sua interezza, ma anche ogni sua singola cellula con una precisione cronometrica che mi riporta col pensiero all’Armonia prestabilita dndo. Le nostre cellule, compiuto il loro ciclo vitale, muoiono dando vita a nuovi individui e così farà l’uomo e ogni altro essere vivente, la cui esistenza è regolata geneticamente dalla presenza dei “telomeri”, come ho ampliamente illustrato in altra occasione ***
L’uomo è “l’animale che sa di dover morire” e questa sua capacità di prevedere il proprio futuro, l’osservazione di sé stesso e dei suoi simili che immancabilmente, col trascorrere degli anni, si disidratano, invecchiano ed infine muoiono, ci prospetta un’idea di tempo irrimediabilmente irreversibile. Se poi guardiamo l’uomo dal punto vista della specie, ancora di più, come c’insegna Darwin, ci renderemo conto del trascorrere del tempo che, nel corso dei milioni di anni e partendo da gli esseri microscopici sviluppatosi nel mare circa 4 miliardi di anni fa, ha prodotto una miriade di specie vegetali ed animali che si sono adattati all’ambiente col meccanismo delle mutazioni genetiche che ci affascinano e sconvolgono! Tale tempo evolutivo non è regolato dalla rigidità dei ritmi circadiani, non potendosi neanche prevedere se una “mutazione” comporterà un miglioramento o un peggioramento della specie!
Esiste ancora un tempo della psiche, dell’interiorità, cioè di quelle sensazioni indefinibili che sono dentro di noi spesso ingannati dalla nostra stessa corteccia che, per salvaguardare la nostra esistenza, è costretta a farci percepire gli eventi con un ritardo di qualche frazione di secondo ( 300 millesimi di secondo). Questa discrasia tra tempo reale e tempo percepito era nota fin dall’ottocento ed ancor oggi è oggetto di discussione. Faccio un esempio prima di andare avanti. Se mentre stiamo guidando l’auto un ostacolo si frappone fra noi e la strada, noi freneremo in un centomillesimo di secondo laddove la corteccia impiegherebbe tre volte tanto per poter intervenire, ma noi non ce ne accorgiamo.
Ancora più incredibile il fatto che se decidiamo di compiere un atto, per esempio prendere un bicchiere, l’area cerebrale preposta a farci compiere questo gesto si sarà attivata prima ancora che le sia inviato il comando. Questo fatto, reso visibile dalla risonanza magnetica funzionale, limita la nostra concezione sul libero arbitrio ed ancora una volta mortifica la visione antropocentrica che ha per secoli dominato le nostre credenze. Lo scienziato Libet, che si dedica a questo tipo di studi, dubita che la coscienza sia una funzione definita, ma la immagina come la risultante di tanti processi che, per così dire, a livello cerebrale, accomoda il notevole divario che esiste nella nostra percezione visiva, spaziale e temporale. Come lo scorrere di un pellicola cinematografica ci mostra un’immagine in movimento facendo scorrere velocemente la pellicola fotogramma per fotogramma, così la nostra corteccia s’industria a farci percepire l’interezza di un fenomeno attraverso una serie di aggiustamenti che necessitano di quei 300 millesimi di secondo, che probabilmente le servono per impedire di farci impazzire, cosa che avverrebbe se dovessimo prendere in esame tutti le singole percezioni ottiche, tattili e olfattive che ci raggiungono costantemente. Tornando all’idea di tempo, dobbiamo quindi prendere atto che noi vediamo gli avvenimenti sempre in differita sia che si tratti delle immagini che ci giungono dagli spazi siderali con un ritardo che possiamo misurare anche in milioni di anni sia che ci guardiamo semplicemente allo specchio che ci rifletterà la nostra immagine sempre con quel ritardo di 300 millesimi si secondo che si accompagneranno sempre.