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Cosa resta da dire (e da sapere) su Piero Ciampi*

Creato il 23 gennaio 2015 da Marcolenzi

piero ciampi

La figura e l’opera di Piero Ciampi sono state, ritengo, sottratte definitivamente all’oblio. In ogni libro dedicato alla canzone italiana, che sia di carattere storico o enciclopedico, si trova ormai, se non un capitolo, almeno un intero paragrafo o una voce che lo riguardi. Dal 1980 – anno della morte – a oggi sono state pubblicate ben otto monografie. Tre dei cinque dischi da lui realizzati sono stati ristampati in compact disc, contestualmente a tutti i singoli e a diverse antologie. Non si contano, poi, le cover di suoi brani (dalle prime e ‘storiche’ di Paoli e Nada alle più recenti di – tra gli altri – Settore Out, La Crus, Concato, Locasciulli, Têtes de Bois, Morgan, Petrina, Rondelli e Faggella). Anche in internet la sua presenza è ben attestata: la canzone Adius, col suo celebre ‘vaffanculo’, ha superato su YouTube le cinquecentomila visualizzazioni; Ma che buffa che sei le duecentomila; Tu no, Il vino e L’amore è tutto qui le centomila. Inoltre, sono molti i siti web (dai blog a Wikipedia, dalle fanzine alle riviste on line) che gli riservano una o più pagine di approfondimento. Infine, un paio di circoli culturali a lui intitolati, che raccolgono e custodiscono una documentazione eterogenea, e un premio istituito nella sua città natale, che ha raggiunto quest’anno la ventesima edizione, hanno contribuito a consolidare la sua fama sia tra i musicisti che presso un pubblico più ampio di ascoltatori.

Insomma, Ciampi c’è. O meglio: c’è l’opera, ci sono i dischi, ci sono i libri. E c’è anche il pubblico. Quello che manca è lui, e non solo o non tanto perché è prematuramente scomparso. Manca, intendo dire, la sua vita, manca la biografia: una biografia attendibile, veritiera, frutto di ricerche scrupolose. Per uno strano gioco del destino, infatti, sulla vita di Piero Ciampi sembra essersi proiettato un cono d’ombra che ne rende difficile la ricostruzione. Chiunque si accinga a intraprendere tali ricerche si rende presto conto che è più facile ricostruire la vita di un Cecco Angiolieri o di un Bernart de Ventadorn, nonostante si tratti di storia recentissima. La famiglia si è praticamente estinta: resta la figlia, Mira (n. 1965), che però non ha mai rilasciato dichiarazioni o testimonianze. L’altro figlio, Steven, che nacque nel 1963 e crebbe lontano dal padre, è morto quattro anni fa a Dundee, in Scozia, a quarantasette anni di età, prima che qualcuno riuscisse a strappargli una conversazione o un ricordo. Della moglie Brigit Mary Fox detta Moira (n. 1934), irlandese originaria di Belfast e madre di Steven, nessuno finora ha cercato o è riuscito a rintracciare notizie: sappiamo che si sposò con Piero Ciampi a Livorno, in Comune, il 6 febbraio 1962, e che dopo una breve convivenza tornò nel Regno Unito, ancor prima che nascesse il bambino. La seconda compagna, Gabriella Fanali (n. 1941), madre di Mira, ha rilasciato una sola, toccante testimonianza pubblicata nel libro di Gisy Scerman e messo a disposizione qualche lettera per la monografia curata da Enrico De Angelis. Dei due fratelli Paolo (1932-1982) e Roberto (1936-1985), anch’essi scomparsi, celibi e senza figli, prima di raggiungere i cinquant’anni, non sappiamo molto: qualcosa di Roberto, di Paolo pressoché nulla. Del padre Umberto (1900-1994), sopravvissuto a tutti e tre i figli, resta la trascrizione di una breve intervista telefonica rilasciata al giornalista Franco Carratori nel 1994, pochi mesi prima della morte. Ma l’ombra più fitta è senz’altro quella proiettata sulla madre croata, Mira Poljak (1905-1965), figura indubbiamente centrale e determinante nella vita dei tre fratelli, della quale rimane però solo un ritratto fotografico e il silenzio di coloro che l’hanno conosciuta e che non vogliono parlare.

Certo, ci sono, fondamentali e insostituibili, le testimonianze – tante, in verità – di coloro che lo hanno conosciuto e frequentato più o meno assiduamente, e cioè le testimonianze degli amici, tutti o quasi tutti appartenenti agli ambienti artistici di Roma, Milano e Genova, più qualche testimone degli anni giovanili trascorsi a Livorno: musicisti, pittori, scrittori, registi, operatori culturali. Ma, per quanto preziose e generose di dettagli, aneddoti e informazioni di vario carattere, queste testimonianze risultano talvolta in contrasto fra loro, e se si tenta di costruire un puzzle utilizzandole come tasselli, quella che ne viene fuori è un’immagine dai contorni incerti, sfocata, vaga: un Ciampi cólto e avido lettore di libri si sovrappone a uno che non leggeva altro che la Gazzetta dello Sport; un Ciampi tenero e dolce a uno irascibile, scortese e beffardo; un Ciampi trasandato, trascurato nell’igiene personale a uno sempre elegante, pulito e impeccabile; un Ciampi che invia cartoline da Tokio a uno che varca i confini italiani solo un paio di volte; un Ciampi amico di Sartre a uno amico di Camus, e così via. Ovviamente ciò non significa che alcune testimonianze siano meno attendibili di altre, ma che Ciampi era un po’ tutte queste cose insieme. Esse evidenziano il fatto, inequivocabile, che fosse una personalità estremamente complessa, contorta, sfuggente. Ed è proprio per questo che si rende necessaria una ricerca biografica che contribuisca a rendere questa immagine più vivida e netta e che, soprattutto, permetta di farla emergere da uno sfondo di fatti, dati, contesti e relazioni attendibili, accertate e documentabili. E certo non solo in quanto atto semplicemente dovuto a un artista la cui opera è già stata acquisita alla storia, ma perché in Ciampi il rapporto tra arte e vita è talmente stretto e indissolubile che non si può comprendere fino in fondo la prima senza conoscere approfonditamente la seconda. A tal proposito scrive Maurizio Cucchi, nella prefazione al libro Ho solo la faccia di un uomo: “Ho sempre pensato che ciò che conta è l’opera e che le vite affogano, che piaccia o meno, troppo spesso con pena, nell’effimero e nel privato. Ma per Ciampi il caso è diverso: come chi infine non distingue più la realtà dal sogno e ne mescola le immagini, così io lo vedo quasi aver cancellato i confini tra il cantare e lo scrivere e gli affanni e gli incidenti di un’esistenza intensa, continuamente risucchiata, smagrita”. In lui più che in altri, insomma, la conoscenza della biografia è essenziale per capire i motivi fondamentali che hanno disegnato il profilo della sua parabola creativa.

Per quel mi riguarda, qualche anno fa iniziai a condurre una ricerca in questo senso che mi portò, in un arco temporale abbastanza breve, a colmare alcune lacune e a correggere imprecisioni e inesattezze biografiche che fino ad allora erano state riportate sulla stampa. Innanzitutto, sul luogo di nascita: come risulta dall’atto di nascita, infatti, Piero Ciampi nacque in Via Roma 1-2 (curiosamente, giusto di fronte alla casa natale di Modigliani) e non in Via Pellettier 12, come dichiarato in alcune biografie. La ricostruzione della genealogia familiare, risalente fino al bisnonno paterno, mi ha poi consentito di negare ogni parentela con l’omonimo ex-Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, anch’essa erroneamente affermata in alcuni luoghi bibliografici. Infine, la scoperta di un intero fascicolo a suo nome, conservato negli archivi del Liceo Scientifico ‘F. Enriques’ di Livorno, mi ha permesso di ricostruire una parte della carriera scolastica, dalla quale si evince che non fu mai iscritto all’Università, non avendo conseguito alcun diploma di maturità. Sulla base di questi primi, positivi risultati, cercai poi di sviluppare e approfondire la mia ricerca, ma, per una serie di motivi che non sto qui a elencare, mi trovai presto davanti a numerose difficoltà di vario genere, non ultime quelle, cui ho già fatto cenno, dovute alla reticenza e alla scarsa disponibilità di alcuni testimoni. Le lacune sono ancora molte: niente si sa, per esempio, della sua infanzia e della prima giovinezza, se non che fu mandato dal padre a vivere presso gli zii a Milano, dove frequentò le scuole medie e i primi due anni del liceo. Poco o niente anche del tanto decantato periodo parigino (quanto effettivamente durò, che cosa effettivamente fece e chi incontrò, etc.), poco o niente sulla vera natura della malattia della madre (“vuoti di memoria” è la diagnosi ‘ufficiale’) che morì, sessantenne, nel manicomio di Volterra (e come non rammentare, in proposito, le parole rilasciate dallo stesso Ciampi nell’unica intervista che concesse alla stampa, nel 1976, secondo le quali “morì giovanissima”?). In verità Ciampi era in tutti i sensi quello che si dice un ‘cane sciolto’: andava e veniva, appariva e spariva per lunghi periodi, spesso senza neanche una dimora fissa. Una vita, la sua, irrimediabilmente segnata dall’assenza e dall’abbandono; una vita senza routine, senza orari, senza appuntamenti, senza coordinate, vissuta giorno per giorno. Le difficoltà derivano anche da questa evanescenza di fondo.

Ma la ricerca può e deve essere ripresa. Anzi, vorrei cogliere qui l’occasione per lanciare un appello affinché qualche collaboratore possa aiutarmi in questo difficile, faticoso e certamente lungo lavoro di ricostruzione. Ciò è in realtà auspicabile anche per l’opera poetica, poiché i testi raccolti nell’opera omnia pubblicata non sono certamente tutti: molti si troveranno ancora sparsi chissà dove. Insomma, c’è ancora molto da dire e da sapere su Ciampi, nonostante il grande e lodevolissimo lavoro che è stato fatto in questi decenni. La speranza, dunque, è che presto qualcosa si smuova.

* articolo apparso su CN Comune Notizie. Rivista del Comune di Livorno, n. 88 (ott./dic. 2014), pp. 32-35



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