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Critica alla critica: Blade Runner (1982)

Creato il 22 giugno 2011 da Soloparolesparse

Trittico di critiche criticate da Evit. Al centro della faccenda c’è oggi un capolavoro come Blade Runner.

Critica alla critica: Blade Runner (1982)

“Un film tanto famoso quanto sopravvalutato. Scott azzecca un’ambientazione memorabile, ma ha a disposizione una storia poco originale (si, solo una delle storie più famose e apprezzate dai lettori di fantascienza del mondo, una storia BANALISSIMA che ha permesso tra l’altro d’essere analizzata in dozzine di modi, tutti validi e interessanti!) e cerca di vivacizzarla rendendo omaggio al “noir” e all’horror, il ritmo non ci guadagna.”
(Francesco Mininni, Magazine italiano tv)

(che gli diciamo a Mininni dello sconosciuto “Magazine italiano tv”? Prendiamo atto che non gli è piaciuto)

“Quello che spicca maggiormente nel film, oltre agli straordinari effetti dell’intramontabile Douglas Trumbull, è proprio l’amore per la vita di quegli esseri che, prodotti dall’uomo, non sono uomini, quindi possono essere tranquillamente eliminati dai loro artefici.”
(Segnalazioni cinematografiche, vol. 93, 1982)

Questi di Segnalazioni Cinematografiche del Centro Cattolico Cinematografico mi faranno morire. Come al solito ogni recensione è un’ottima occasione per prendere la palla al balzo e infilare sottointesi giudizi e una critica mossa soltanto da una morale bigotta.

“Affascinante connubio di poliziesco e fantascienza, una Chinatown stellare (va bene che siamo nel futuro ma “stellare”? Siamo a Los Angeles, non sul pianeta Alderaan.) dove il cinema nero degli anni Quaranta (Deckard sembra Marlowe reincarnato) si amalgama alla perfezione con le battaglie spaziali, tra navicelle volanti e raggi laser (Ma siete proprio sicuri di non aver visto Guerre Stellari invece che Blade Runner?). Un film tetro, angoscioso, quasi spettrale, ha il suo punto di forza negli effetti speciali e nella scenografia (e non altro). E non manca l’encomiabile tocco d’ironia: gli Agnelli del futuro (ormai neppure troppo lontano) che sfrecciano in aeromobile sulla testa della gleba che sgobba” (resto basito da questa espressione finale).
(Massimo Bertarelli, ‘Il Giornale’, 26 settembre 2000)

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