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Critica: “Inseparabili” di Alessandro Piperno vince lo Strega. Perché?

Creato il 06 luglio 2012 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali

di Rina Brundu. Una doverosa premessa: non conosco Piperno, non ho mai letto nient’altro di suo e se lo avessi fattoCritica: “Inseparabili” di Alessandro Piperno vince lo Strega. Perché? non avrei scritto la presente critica. Questo perché ho deciso di leggere (sebbene poi, per ragioni che spiegherò, non sia “riuscita” a portare a termine l’impresa) il suo “Inseparabili” solo quando ho appreso che è il testo vincitore del 66° Premio Strega.

Una seconda doverosa premessa: non ho mai amato troppo la narrativa italiana, con esclusione, forse, di quello spin-off retorico-realista di matrice sarda che si è proposto a diversi livelli durante l’ultimo quarto di secolo. Come non bastasse ho una formazione letteraria anglossassone, amo il grande romanzo e soprattutto l’avere vissuto fuori dai confini nazionali buona parte della mia vita non aiuta. L’ultimo testo italiano tradotto che ho visto nelle librerie dublinesi è stato Gomorrah di Roberto Saviano, ovvero un romanzo che – bisogna dirlo – grazie ad un forte impianto giornalistico ha resistito a qualsiasi tentativo di stroncatura e si fa ricordare molto positivamente. Quando dico che si fa ricordare “molto positivamente” non mi riferisco naturalmente alle fondamentali e serissime tematiche di cui tratta, ma alla sua qualità letteraria complessiva.

Di converso, quest’oggi, la domanda mi viene spontanea: perché “Inseparabili” di Alessandro Piperno ha vinto lo Strega? La qual domanda, purtroppo, ne porta pure delle altre: come funzionano i premi letterari importanti al tempo di internet? Esiste una commissione, identificata con nomi e cognomi, che ci mette la faccia e dice io ho votato per Tizio o Caio, per questa o quell’altra importante ragione? Ma, soprattutto, perché i premi letterari non sono più fucina di grande letteratura? Forse perché la dimensione digitale (che è essa stessa straordinaria letteratura dell’istante) le ha dato il colpo di grazia o magari perché in tempi di vacche magre il grande editore impone la sua visione all’insegna del mitico motto “ci accontentiamo di tutto purché si batta cassa”? Mi è difficile credere a quest’ultima possibilità anche perché, ne sono convinta, l’incasso sarebbe senz’altro più sostanziale per un testo premiato da un noto premio letterario capace di imporre la sua linea, finanche di non assegnare il titolo in mancanza di materiale valido, e dunque di settare il trend.

Ma che cos’è la grande letteratura, allora? A mio modo di vedere la grande letteratura è un cronotopo sui generis, laddove i due costituenti fondamentali diventano, sull’asse esterno l’estetica e sull’asse interno la profondità. Il tutto fuso in un unicum perfetto, capace di farsi ricordare. Per generazioni. Finanche di mutare per sempre il nostro esistere. Un tessuto einsteniano nella sua natura dunque, costellato di perle d’imagery (quando l’imagery, la retorica, è intesa al meglio delle sue possibilità) che si fanno ammirare per la loro bellezza e comandano rispetto per il loro carattere filosoficamente didattico. 

Questi sono per me i tratti marcanti la grande letteratura. Gli altri, infatti, sono libri. E tutti, chi più chi meno, oggidì ne hanno scritto uno. Io per esempio utilizzo i miei per raddrizzare le gambe dei tavolini traballanti e sono la morte….loro. Come a dire che al tempo della Rete scrivono cani e gatti ma occorre stare bene attenti a non confondere la letteratura che dovrebbe essere premiata in dati contesti, con il vanity publishing, le mode del momento e la bulimia scritturale dei tempi. A dirla tutta una tal confusione sorprende pure dato che la vera letteratura tende a farsi riconoscere subito, dagli addetti ai lavori così come dagli “asinai e dai fabbri” per dirla con una datata “recensione” che elogiava i pregi e la qualità universale della Commedia di Dante. Un esempio pratico? Ecco l’incipit di un testo molto conosciuto: «Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all’albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand’era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne

Domanda: c’è bisogno di sapere che titolo avesse questo libro, chi lo ha scritto, che premi ha vinto per continuare a leggerlo? Meglio ancora: c’è bisogno di scorrere altre 200 pagine per sapere della sbalorditiva visione morale, della singolare capacità estetica, della straordinaria carica umana, nonché della fondamentale vena retorica (basti pensare anche soltanto alla potenza comunicazionale, significazionale ed emozionale che porta seco la semplice metafora della vela serrata che pareva “la bandiera di una sconfitta perenne”) che fanno vivere e impregnano questo lavoro? A mio modo di vedere la risposta ad entrambe le domande è no!

Perché ritengo invece che il testo “Inseparabili” di Alessandro Piperno non presenti la qualità necessaria per vincere un premio Strega (intendiamoci, non sarebbe il primo romanzo premiato senza merito!)? Perché la scrittura è scolastica (per certi versi pare scritto da un professore ed editato seguendo alla lettera i consigli dati dal King di “On writing”, scordando però che quel particolare scrittore ha fatto la sua fortuna grazie al suo genio molto… molto sregolato). Ma, soprattutto, perché analizzandolo alla luce dei requirements di quel cronotopo sui generis già citato la linearità dell’asse esterno produce noia (detto altrimenti la qualità estetica difetta), mentre la profondità dell’asse interno non esiste (detto terra-terra manca un topic di fondo sostanziale, universale – il quale topic esiste purtroppo solo in forma di ombra la quale tende sin da subito a regionalizzarsi e a naziolapopolarizzarsi (??) in perfetta linearità con le necessità del contesto socio-culturale di riferimento: cibo, sesso, erotismo-de-noiartri per riempire il corpo e dello spirito parliamone mañana. Se!; ancora, manca un imprint filosofico in senso lato capace di produrre catarsi e di “prendere” il lettore accorto. Dulcis in fundo il tratto-retorico di cui pure si discuteva si risolve a questo livello: “Fuori pioveva a dirotto. Dentro Filippo si sentiva affogare”. C’è bisogno di aggiungere altro? Al più ti viene da chiederti se il cielo sarebbe venuto giù a… dirnove. O, in alternativa, non è da escludere che lo shipwrecking ideale di Filippo, con conseguente affogamento non sia stato determinato dalle ondate di ritorno procurate dal continuato parlargli-addosso della voce narrante. Di sicuro, lo status-quo scritturale che ho appena descritto non mi ha permesso di portare a compimento la lettura del testo. Vorrà dire che non saprò mai che destino avranno i “pappagallini” piperniani ma sono determinata a farmene una ragione…

Scherzi a parte, io penso che la critica letteraria sia cosa seria. Ho passato anni e anni all’università a studiare (con grande passione debbo dire), analisi testuale, linguistica, semiotica, semantica e soprattutto l’arte retorica che nella grande letteratura e poesia inglese (pure qui passata, occorre aggiungere) ha prodotto capolavori straordinari. Per questi motivi non ho mai digerito le recensioni mordi-e-fuggi (quando non mere marchette, ovvero nel 99,999% dei casi), fatti dai “critici” e “recensori” della prima ora, specie online, della serie “io posso leggere io posso scrivere… ergo… critico”. No, a mio avviso non è così perché il know-how è indispensabile anche e soprattutto per fare il critico. E la critica è cosa diversa dai likings e dislikings facebookici. In altre parole la critica deve essere obiettiva e supportata dall’evidenza. Per ragioni di spazio ho fatto pochi esempi comparativi tra le caratteristiche tecniche dominanti “Il vecchio e il mare” di Hemingway e quelle espresse negli “Inseparabili” di Piperno, ma naturalmente sarei pronta a portare sul tavolo tali dati, nel dettaglio, in ogni momento. Fino all’ultima virgola o sospensione. Perché ritengo appunto che questi siano gli elementi necessari per stabilire se il critico è serio o no, se la critica è seria o no. E la critica seria non scade mai nel personale. Da questo punto di vista infatti faccio ogni auguro a Piperno e che possa vendere il testo al meglio, o avere tutto il successo che merita.

Il secondo elemento che distingue il critico è il coraggio. Il coraggio di dire ciò che ritiene vero – rispetto alla sua prospettiva di visione – e di firmare, sempre, con nome e cognome il suo scritto. Insomma, di metterci la faccia, bella o brutta che sia. Rispetto a questo argomento voglio andare anche un poco oltre, mettendola in questi termini: se fra dieci anni il romanzo “Inseparabili” di Alessandro Piperno verrà ricordato per un altro motivo letterario valido, oltre quello di avere vinto questa edizione del Premio Strega, io avrò sbagliato la mia critica in toto e meglio sarebbe stato che mi fossi dedicata all’agricoltura. Del resto, sono pure ancora in tempo….

Featured image, “Inseparabili” by Alessandro Piperno, cover.


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