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da "Hiroshima, non dovevamo" di John Rawls

Creato il 31 ottobre 2010 da Lucabilli
da Sono passati cinquant'anni dal bombardamento di Hiroshima ed è tempo di riflettere su ciò che dobbiamo pensarne. Si è trattato davvero di un grave torto, come molti ritengono oggi, e come molti pensarono anche allora, o forse dopo tutto è possibile giustificarlo? Io credo che il bombardamento con ordigni incendiari delle città giapponesi iniziato nella primavera del 1945, così come il successivo attacco atomico contro Hiroshima del 6 agosto, furono dei gravissimi torti e che sia giusto considerarli così.
A sostegno di questa mia opinione, vorrei esporre quelli che ritengo siano i principi che governano la conduzione della guerra - jus in bello - per i popoli democratici. Nella conduzione della guerra questi popoli hanno finalità diverse rispetto a quelle degli Stati non democratici e in particolare totalitari, come la Germania e il Giappone di quel tempo, che tentarono di dominare e sfruttare i popoli assoggettati e, nel caso della Germania, addirittura di schiavizzarli, se non di sterminarli.
Sebbene non possa adeguatamente motivarli in queste pagine, vorrei cominciare con l'esporre sei principi e postulati a sostegno di questi miei giudizi. Spero che non appaiano irragionevoli di certo dovrebbero suonare familiari, dal momento che si rifanno strettamente a gran parte della tradizione intellettuale in materia. Ecco dunque i sei principi.
1. Lo scopo di una guerra giusta, condotta da una società democratica decente, è una pace giusta e duratura fra popoli, a cominciare dai nemici del momento.
2. Una società democratica decente combatte sempre contro uno Stato che non è democratico. Ciò discende dal fatto che i popoli democratici non si fanno la guerra fra loro e, dal momento che qui ci occupiamo delle regole della guerra per tali popoli, abbiamo per scontato che la società contro cui si combatte sia una società non democratica, che le sue mire espansionistiche abbiano minacciato la sicurezza e le libere istituzioni; di regimi democratici, e che ciò facendo essa abbia scatenato la guerra.
3. Nella conduzione della guerra, una società democratica deve operare un'attenta distinzione fra tre gruppi: i governanti e i funzionari dello Stato, i soldati e la popolazione civile. Il motivo di questa distinzione poggia sul principio di responsabilità: dal momento che lo Stato contro cui si combatte non è democratico, non possono essere stati i civili di quella società ad organizzare e condurre la guerra. Sono stati i suoi governanti e i suoi funzionari, con assistenza di altre élite che controllano l'apparato dello Stato e ne costituiscono il personale operativo. Sono loro i responsabili, loro hanno voluto la guerra e, proprio per averlo fatto, sono dei criminali. Non così i civili, spesso mantenuti nell'ignoranza e influenzati; dalla propaganda di Stato. E questo vale anche se alcuni civili erano meglio informati e magari hanno sostenuto la guerra entusiasticamente. Nella conduzione della guerra da parte di una nazione, molti di questi casi marginali possono esistere, ma sono irrilevanti. Quanto ai soldati, essi - proprio come i civili, e ad esclusione degli ufficiali di grado superiore - non hanno la responsabilità della guerra, ma vengono arruolati o costretti in altro modo a parteciparvi, e il loro patriottismo è spesso sfruttato con crudeltà e cinismo. La ragione per cui possono venire attaccati direttamente non sta nel fatto che sono responsabili della guerra, ma nel fatto che un popolo democratico non si può difendere in nessun altro modo. E difendersi deve. Su questo non vi è scelta.
4. Una società democratica decente deve rispettare i diritti umani dei membri della parte avversa, sia civili che militari, per due ragioni. La prima consiste nel semplice fatto che essi sono titolari di tali diritti in base al diritto dei Popoli. L'altra è che il contenuto di tali diritti va insegnato ai soldati e ai civili nemici tramite l'esempio del proprio comportamento. È questo il miglior modo di far loro comprendere il significato di quei diritti. Ad essi viene riconosciuto un certo status, lo status di componenti di una società umana che posseggono diritti in quanto esseri umani. Quanto ai diritti umani in caso di guerra, lo status dei civili è interpretato in modo restrittivo. Ciò significa, per quanto attiene a queste pagine, che essi non possono essere mai attaccati direttamente salvo che in circostanze di crisi estrema, la cui natura è esaminata più sotto.
5. Sempre in rapporto all'esempio da dare circa il contenuto dei diritti umani, il principio successivo è che i popoli giusti con le loro azioni e prese di posizione debbono prefigurare, durante la guerra, il tipo di pace cui mirano, e il tipo di rapporti fra nazioni che vogliono ottenere. Ciò facendo mostrano in modo aperto e pubblico qual è la natura dei loro fini e che tipo di popolo essi sono. Questi ultimi doveri ricadono in larga misura sui governanti e i funzionari dei popoli democratici, dal momento che questi ultimi si trovano nella posizione migliore per parlare a nome dell'intero popolo e per agire secondo ciò che il principio richiede. Tutti i principi elencati qui sopra esprimono anche doveri dell'uomo di Stato, ma questo vale in particolar modo per il quarto e il quinto. Il modo di combattere la guerra e le azioni che vi pongono fine permangono nella memoria storica dei popoli e possono porre le premesse per guerre future. Questo dovere dell'uomo di Stato non va mai perso di vista.
6. Infine, prendiamo in esame il ruolo che ha la valutazione pratica mezzi - fini nel giudicare dell'opportunità di un'azione o di una politica atte ad ottenere lo scopo della guerra o a non causare più male che bene. Questo genere di valutazione - che si esprima per mezzo di un (classico) ragionamento utilitarista o di un'analisi costi - benefici, o soppesando gli interessi nazionali, o in altri modi - dev'essere sempre collocato nel contesto dei principi suesposti e da essi severamente limitato. Le norme dello jus in bello segnano limiti che determinano l'azione giusta. I piani e le strategie militari, la conduzione vera e propria del combattimento, devono stare in questi limiti (con l'unica eccezione, lo ripeto, delle circostanze di crisi estrema).
Per quanto riguarda il quarto e quinto principio della conduzione della guerra, ho già detto che essi sono vincolanti in particolare per i governanti della nazione. Questi si trovano nella posizione migliore per rappresentare con il massimo dell'efficacia le finalità e gli obblighi del loro popolo, e solo talvolta diventano uomini di Stato.
Ma chi è un uomo di Stato? La carica di uomo di Stato, al contrario di quella di Presidente, di Cancelliere, di Primo ministro, non esiste. Quello dell'uomo di Stato è un ideale, come l'ideale dell'individuo onesto o virtuoso. Gli uomini di Stato sono Presidenti o primi ministri che diventano uomini di Stato grazie alla leadership e alla performance esemplare di cui danno prova in tempi duri e difficili e che mostrano forza, saggezza e coraggio. Essi guidano i loro popoli attraverso periodi turbolenti erti di pericoli, ed è questo che li farà ricordare tra i grandi.
L'ideale dell'uomo di Stato è riassunto nel detto "l'uomo politico pensa alle future elezioni, l'uomo di Stato alle future generazioni". È del resto compito degli studiosi di filosofia esaminare le condizioni permanenti e gli interessi reali di una società democratica giusta e buona. Ma e nello stesso tempo compito dell'uomo di Stato distinguere queste condizioni e interessi; nella pratica l'uomo di Stato vede più a fondo e più lontano di molti altri e coglie ciò che occorre fare. L'uomo di Stato deve capire, almeno per l'essenziale, le cose come stanno e attenersi saldamente alla comprensione così raggiunta. Washington e Lincoln erano uomini di Stato. Bismarck no. Egli non seppe vedere gli interessi reali della Germania abbastanza avanti nel futuro, e il suo giudizio e le sue motivazioni furono spesso distorti dai suoi interessi di classe e dal suo desiderio di essere lui e lui solo il cancelliere tedesco.
Gli uomini di Stato non sono per forza altruisti, e possono anche coltivare interessi personali, mentre sono in carica, ma debbono essere equilibrati nei giudizi e nelle valutazioni degli interessi della società e non lasciarsi trascinare, specie in tempi di guerra e di crisi, da passioni come la vendetta e la ritorsione contro il nemico. Soprattutto essi debbono tenere saldamente di vista il fine di conseguire una pace giusta ed evitare tutto ciò che rende più difficile raggiungerla. Sotto questo profilo, le affermazioni pubbliche di una nazione debbono chiarire (e questo è compito dell'uomo di Stato) che, una volta ristabilita una pace solida, al popolo nemico sarà concesso un suo regime autonomo e una vita dignitosa e piena. Qualsiasi cosa possano dirgli i suoi governanti, qualsiasi rappresaglia possa ragionevolmente temere, il popolo nemico non verrà tratto in schiavitù né asservito dopo la resa né gli verranno negate, al momento opportuno, le libertà nel senso più pieno; ed è anche possibile che conquisti libertà di cui non godeva prima, come è accaduto ai tedeschi e ai giapponesi dopo la guerra. L'uomo di Stato sa, anche se non lo sanno gli altri, che qualsiasi rappresentazione del popolo nemico (non dei suoi governanti) che contraddica questa impostazione è impulsiva e falsa.
Per tornare adesso a Hiroshima e al bombardamento incendiario su Tokyo, osserviamo che nessuno dei due rientra nell'eccezione dovuta a circostanze di crisi estrema. Dal momento che (supponiamo) non esistono diritti assoluti - diritti cioè che vanno rispettati in ogni circostanza - vi sono occasioni in cui i civili possono essere aggrediti direttamente per mezzo del bombardamento aereo. Vi sono stati momenti, durante la guerra, in cui la Gran Bretagna avrebbe voluto a ragione bombardare Amburgo e Berlino? Sì, quando Londra si è trovata disperatamente sola di fronte alla superiorità militare della Germania; per giunta, quel periodo si protrasse fino al momento in cui la Russia, respinto in modo incontrovertibile il primo assalto tedesco tra l'estate e l'autunno del 1941, non mosse una guerra totale contro la Germania. Quel punto di svolta si potrebbe collocare in un momento diverso, diciamo l'estate del 1942, e certamente all'epoca dell'assedio di Stalingrado. Non mi soffermerò su questo punto, poiché l'aspetto cruciale è che a nessuna condizione si sarebbe potuto permettere alla Germania di vincere la guerra, e questo per due motivi fondamentali: primo, la natura e la storia della democrazia costituzionale e il suo posto nella cultura europea; secondo, la peculiare essenza malvagia del nazismo e l'enorme e incalcolabile male morale e politico che rappresentava per la società civile.
È importante comprendere l'essenza malvagia del nazismo, poiché vi sono circostanze in cui un popolo democratico può accettare meglio la sconfitta se le condizioni della pace offerte dall'avversario sono ragionevoli e moderate, non gli infliggono umiliazioni e vanno in direzione di un rapporto politico praticabile e accettabile. Mentre al contrario, era tipico di Hitler rifiutare in blocco qualsiasi possibilità di rapporto politico con i suoi nemici.
Questi andavano invariabilmente intimiditi mediante il terrore e la brutalità e dominati per mezzo della forza. La campagna contro la Russia, ad esempio, fu fin dall'inizio una guerra di distruzione contro i popoli slavi, in cui gli abitanti originari potevano sopravvivere in caso di sconfitta tutt'al più solo come servi. Quando Goebbels e altri obiettarono che in quel modo non si poteva vincere la guerra, Hitler non volle dar loro ascolto.
Eppure, è evidente che l'eccezione dovuta a una crisi estrema, se era applicabile alla Gran Bretagna nelle prime fasi della guerra, non lo è mai stata agli Stati Uniti in nessuna fase della loro guerra contro il Giappone. In questo caso, i principi della conduzione della guerra sono sempre stati applicabili. Anzi, nel caso di Hiroshima financo molti esponenti delle sfere superiori dell'amministrazione riconobbero che il bombardamento era una scelta discutibile, e che si stavano oltrepassando dei limiti. Tuttavia, durante le discussioni fra i leader alleati tenutesi nel giugno e luglio 1945, il peso della valutazione pratica mezzi - fini fu preponderante. Sotto la pressione estenuante della guerra, questa sorta di dubbi morali non riuscì ad emergere in modo appropriato. Con il prosieguo del conflitto, pesanti bombardamenti incendiari contro la popolazione civile delle capitali nemiche, Berlino e Tokyo, e di altre città furono sempre più accettati da parte degli Alleati. Sebbene Roosevelt, dopo lo scoppio della guerra, avesse esortato entrambe le parti a non macchiarsi di una barbarie inumana come i bombardamenti contro i civili, nel 1945 i leader alleati davano ormai per scontato che il Presidente americano avrebbe usato la bomba su Hiroshima. La bomba fu un portato di tutto quanto era accaduto prima.
Le valutazioni pratiche mezzi - fini per giustificare L'uso della bomba atomica su Hiroshima furono le seguenti.
La bomba venne sganciata per affrettare la fine della guerra. È chiaro che Truman e la maggior parte degli altri leader alleati pensavano che l'effetto sarebbe stato quello. Un altro motivo fu che avrebbe salvato delle vite, dove le vite che contavano erano quelle dei soldati americani. Le vite dei giapponesi - militari o civili - presumibilmente contavano meno.
Qui il conto del tempo da ridurre al minimo e quello delle vite da salvare si sommano. Per giunta, sganciando la bomba si sarebbe fornito all'Imperatore e ai governanti del Giappone un modo per salvare la faccia, aspetto rilevante, considerata la tradizione samurai. In realtà, alla fine alcuni esponenti delle istituzioni giapponesi volevano fare un ultimo gesto sacrificale, ma su di loro prevalsero altri, appoggiati dall'Imperatore, che ordinarono la resa il 12 agosto, dopo aver avuto notizia da Washington che l'Imperatore sarebbe potuto restare, purché avesse accettato di ottemperare agli ordini del comando militare americano. L'ultimo motivo che voglio ricordare è che la bomba fu sganciata Per dare ai russi un'impressionante dimostrazione della potenza americana, onde renderli più inclini ad accogliere le nostre richieste. Quest'ultimo aspetto è molto dibattuto ma alcuni critici e studiosi ne sottolineano l'importanza.
Che queste valutazioni non abbiano rispettato i limiti da imporre alla conduzione della guerra è evidente, quindi preferisco concentrarmi su un altro aspetto: l'assenza di senso dello Stato da parte dei leader alleati e le sue possibili motivazioni. Truman disse una volta che i giapponesi erano bestie e come tali andavano trattati eppure, quanto sembra sciocco chiamare barbari e bestie i tedeschi o i giapponesi al giorno d'oggi! Detto dei militaristi nazisti e di Tokyo può anche andare bene, ma non esiste un'identità totale fra questi e il popolo tedesco o quello giapponese. In seguito, Churchill ammise di essere andato troppo in là con i bombardamenti, spinto dalla passione e dall'intensità del conflitto. Uno dei doveri dell'uomo di Stato è non permettere che simili sentimenti, per quanto naturali e inevitabili, alterino il comportamento di un popolo democratico nella ricerca della pace.
L'uomo di Stato è consapevole della speciale importanza dei rapporti con il nemico di oggi: infatti, come ho già detto, la guerra dev'essere condotta in modo aperto e pubblico, tale da rendere possibile una pace duratura e amichevole con il paese nemico, una volta sconfitto. Essa deve anche preparare il popolo del paese nemico al modo in cui può aspettarsi d'essere trattato: occorre sedare i suoi timori presenti di essere sottoposto a vendette e ritorsioni; i nemici attuali vanno visti come partner in una pace futura giusta e condivisa.
Come risulta chiaramente da queste osservazioni, a mio parere sia Hiroshima che il bombardamento incendiario delle città giapponesi sono stati gravi torti, che i doveri che derivano dal senso dello Stato impongono ai leader politici di evitare, ove non si applichi l'eccezione delle circostanze di crisi. Credo anche che questo si sarebbe potuto fare senza pagare un prezzo elevato in termini di ulteriori perdite umane. Un'invasione non era necessaria in quel momento, visto che la guerra era sostanzialmente alla fine. In ogni caso, che questo sia vero o no, non fa differenza. Vista l'assenza delle circostanze di crisi, quei bombardamenti sono stati gravi errori. E tuttavia è chiaro che l'esito non sarebbe cambiato neanche se a quel tempo ci fosse stata un'espressione appropriata dei principi della guerra giusta: era semplicemente troppo tardi. Un Presidente o Primo ministro dovrebbe avere considerato attentamente tali questioni, preferibilmente molto tempo prima, o almeno non appena ne abbia avuto la disponibilità.
Fra il baccano e le pressioni quotidiane degli eventi che accompagnano la fine delle ostilità, le riflessioni sulla guerra giusta non si sentono neppure; troppi sono ansiosi e impazienti, o semplicemente esausti. Analogamente, la giustificazione della democrazia costituzionale e il terreno dei diritti e dei doveri da rispettare dovrebbero far parte della cultura politica pubblica ed essere discussi nelle varie associazioni della società civile in quanto parte dell'educazione di ciascuno. Anche se non si fanno sentire nella normale politica quotidiana, questi principi devono essere considerati come un presupposto fondamentale e non come argomento della politica di tutti i giorni, tranne che in circostanze speciali. Allo stesso modo, non vi è stata, in precedenza, una sufficiente comprensione dell'importanza fondamentale dei principi della guerra giusta tale da inibire il ricorso alla valutazione pratica mezzi - fini in termini di calcolo delle perdite umane, o del tempo minimo necessario per porre fine alla guerra, o di qualche altra stima dei costi e dei benefici. Questa valutazione pratica, in realtà, giustifica troppo e troppo facilmente, e fornisce al potere dominante un modo per mettere a tacere qualsiasi scrupolo morale possa insorgere. Se in quel momento vengono anteposti i principi della guerra giusta, essi si trasformano facilmente in ulteriori considerazioni da mettere sulla bilancia.
Un'altra prova della mancanza di senso dello Stato e costituita dal mancato tentativo di intavolare trattative con i giapponesi prima che venissero compiuti passi drastici come il bombardamento delle città con ordigni incendiari o lo sganciamento della bomba su Hiroshima.
Sarebbe stato moralmente necessario attuare coscienziosamente un simile tentativo. In quanto popolo democratico, lo dovevamo ai giapponesi: se lo dovessimo anche al loro governo è tutt'altra questione. Infatti, già da diverso tempo si discutevano le varie possibilità di porre fine alla guerra, e il 26 giugno il governo di Tokyo aveva ricevuto dall'Imperatore un ordine in proposito. Doveva certamente essere stato compreso che con la flotta distrutta e le isole periferiche conquistate, la guerra era perduta. È ben vero che i giapponesi erano stati illusi dalla speranza che i russi potessero dimostrarsi loro alleati, ma negoziati servono precisamente a evitare che la controparte coltivi simili illusioni. Un uomo di Stato non è mai libero di pensare che tali trattative possano attenuare il valore d'urto desiderato di eventuali attacchi successivi.
Per molti aspetti Truman è stato un buon Presidente, a volte ottimo. Ma il modo in cui ha posto fine alla guerra ha dimostrato il suo fallimento come uomo di Stato. Per lui è stata un'occasione perduta, così come è stato un danno per i1 paese e per le sue forze armate. A volte si e detto che porre in questione il bombardamento di Hiroshima è un insulto alle truppe americane che hanno combattuto la guerra. Ciò e di difficile comprensione. Dopo cinquant'anni, dovremmo poter volgere lo sguardo al passato e anche considerare quali sono stati nostri errori. Ci aspettiamo che lo facciano tedeschi e giapponesi: zu vergegenwartigen der Vergangenhait, "rappresentare il passato", come si dice in tedesco. E perché non dovremmo? Non può davvero essere che noi americani pensiamo di aver fatto una guerra senza il minimo errore morale!
Nulla di ciò cambia il fatto che la Germania e il Giappone siano stati responsabili della guerra né muta il giudizio sul comportamento che hanno tenuto durante il suo corso.
Vi sono infatti due dottrine nichiliste da ripudiare energicamente. Una è espressa dalla frase di Sherman "La guerra è l'inferno", come dire che tutti i mezzi sono buoni per finirla prima possibile. L'altra è che tutti siamo colpevoli, quindi siamo tutti sullo stesso piano e nessuno può dare la colpa a nessun altro. Entrambe sono concezioni superficiali che annullano qualsiasi ragionevole distinzione; esse sono falsamente invocate per tentare di giustificare i nostri comportamenti riprovevoli o per tentare di negare la possibilità di essere condannati.
Il vuoto morale di queste teorie nichiliste e manifesto nel fatto che le società civili giuste e accettabili - le loro istituzioni, le loro leggi, la loro vita civile e la cultura e le tradizioni che fanno loro da sfondo - dipendono tutte assolutamente dalla capacità di operare, in tutte le situazioni, distinzioni morali e politiche significative. Certamente la guerra è una sorta d'inferno, ma perché ciò dovrebbe significare che cessano di valere tutte le distinzioni morali?
E ammettendo anche che a volte tutti o quasi tutti possono essere in una certa misura colpevoli, ciò non significa che tutti lo siano in misura uguale. Non esiste un momento in cui siamo svincolati da tutti i principi e da tutte le limitazioni morali e politiche. Teorie nichiliste del genere equivalgono a fingere di essere esenti da quei; principi e da quelle limitazioni che invece ci riguardano pienamente in ogni momento.

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