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Deep Purple, di Giuseppe Scaravilli

Creato il 28 giugno 2015 da Athos56
Deep Purple, di Giuseppe Scaravilli
La triade classica dell’hard rock con radici blues rimane comunque quella rappresentata da Led Zeppelin, Black Sabbath e Deep Purple. Nel 1969, dopo un loro concerto, a questi ultimi si era presentato un giovane commesso chiamato David Coverdale, che chiese a Jon Lord di essere preso in considerazione come vocalist del gruppo. Gli fu gentilmente risposto che i Purple stavano provando Ian Gillan, il nuovo cantante, ma che, nel caso non avesse funzionato con quest’ultimo, si sarebbero ricordati di lui. Invece Gillan andò alla grande, fin quando, per puro caso, Coverdale diventò davvero la voce dei Deep Purple, quando Ian lasciò la band, nel 1973. Ad ogni modo, durante quel primo incontro, la band britannica aveva già sfornato tre dischi ed una hit (“Hush”, grande successo negli USA) con Rod Evans alla voce e Nick Simper al basso. Gli altri non erano comunque soddisfatti del corso intrapreso, e decisero di sostituire Rod e Nick con due componenti degli Episode Six: Ian Gillan, appunto, e Roger Glover. Oltre a Lord alle tastiere i Purple avevano Ian Paice alla batteria (unico componente originario oggi rimasto del gruppo originario) ed il talentuoso Ritchie Blackmore alla chitarra. Quest’ultimo comunicò a Simper che, come bassista, Glover non era in realtà più bravo di lui, ma che la decisione era ormai presa. E infatti, qualche anno dopo, lo stesso Blackmore pose come condizione proprio che Roger Glover venisse a sua volta sostituito, altrimenti avrebbe abbandonato egli stesso i Deep Purple. Ancora prima di Coverdale, arrivò così Glenn Hughes, già cantante e bassista dei Trapeze: Ritchie e gli altri andarono a vederlo mentre si esibiva, e gli gli proposero di unirsi alla band. A Roger Glover cadde il mondo addosso, nel momento in cui venne a sapere della sua estromissione, proprio quando la band raggiungeva il massimo della sua popolarità. Per inciso Blackmore, che non aveva nulla di personale contro Roger, non ebbe il coraggio di comunicargli la sua esclusione, e fu uno dei due manager dei Purple ad assumersi l’onere. Glenn Hughes aveva anche una voce strepitosa, ricca di “soul” e in grado di raggiungere acuti impressionanti: avrebbe dunque potuto anche essere lui la nuova voce della band. Si preferì comunque un cantante che, come Gillan, potesse avere una bella immagine e nessuno strumento appeso al collo: Ritchie avrebbe voluto Paul Rodgers, ma questi, dopo lo scioglimento dei Free, si era ormai impegnato con i Bad Company (in seguito l’unica band di successo della label “Swan Song” degli Zeppelin), e dunque “ripiegò” su David Coverdale, che aveva una vocalità in qualche modo simile. Alla fine, con questa nuova formazione (denominata Mark III), finirono per alternarsi alla voce (o ad unirsi ai cori) sia Glenn che David, dal vivo come sui dischi del periodo ’74-’75 (“Burn”, “Stormbringer” e “Come Taste the Band”). Se l’essenza più “funky” è documentata soprattutto sul live “Made in Europe”, quella della precedente line up con Gillan e Glover (Mark II ) è invece immortalata sul leggendario “Made in Japan”, uno dei dischi dal vivo più celebri della storia del rock. Paradossalmente, i Deep Purple non si resero subito conto del potenziale straordinario di questo album, e quasi se ne disinteressarono : concessero che venisse pubblicato solo in Giappone, e solo a patto che fossero utilizzati i loro fonici (Martin Birch in particolare). Inoltre, il disco non sarebbe dovuto uscire, se a loro non fosse piaciuto. Solo qualcuno della band, infine, si degnò di partecipare ai missaggi. Le registrazioni erano state effettuate durante tre spettacoli, tra Tokyo e Osaka, nell’estate del 1972, e catturavano i Deep Purple al massimo del loro splendore: non appena “Made in Japan” venne importato negli USA, poi, il gruppo esplose davvero. Si trattava quasi di un’esecuzione live del  disco, “Machine Head”, ma con una potenza ed una personalità quasi sfacciata che sembrava sbattere in faccia al mondo un perentorio “I più grandi di tutti siamo noi!”. La versione dal vivo di “Smoke on the Water” divenne ancor più celebre di quella in studio, e questo brano passò alla storia come il brano rock più famoso di sempre: l’essenza stessa del rock, conosciuto praticamente da tutti. Il testo racconta la storia di quel che successe effettivamente ai Purple: la band si era recata a Montreaux, in Svizzera, per registrare quello che sarebbe divenuto “Machine Head” (1971) con uno studio mobile, all’interno del Casino di Montecarlo. Andarono a vedere Frank Zappa and The Mothers in quello stesso luogo, che era anche una sala da concerto. Ad un certo punto, però, a qualcuno del pubblico venne la bella idea di lanciare un bengala (o qualcosa del genere) verso il soffitto, e l’intero locale andò a fuoco, con conseguente interruzione del concerto ed il generale “si salvi chi può”: i Deep Purple non avevano più a disposizione la location nella quale registrare il nuovo disco. Dalla finestra dell’albergo, poco tempo dopo, Ian Gillan si ritrovò ad osservare mestamente il fumo (“Smoke”) del Casino andato in cenere alzarsi sopra (“on”) le acque del lago (Water). Il gruppo non si perse d’animo e registrò comunque il nuovo materiale, utilizzando lo stesso albergo nel quale era alloggiato: i cavi dello studio mobile posteggiato all’esterno percorrevano i corridoi, e nelle varie camere dell’hotel si piazzarono Lord, Paice, Gillan, Glover e Blackmore, portando alla fine la registrazione del lavoro. Se Il primo album con Ian Gillan alla voce (il concerto per gruppo e orchestra, registrato e filmato alla prestigiosa Royal Albert Hall di Londra nel settembre del 1969) non aveva permesso a Ian Gillan di esprimersi in tutta la sua potenza vocale, con i successivi “In Rock”, “Fireball” e “Machine Head”, appunto, i Deep Purple definirono il nuovo concetto di hard rock, estremo, ma contrappuntato da momenti di grande classe, venato di blues, contaminato da influenze di musica classica e caratterizzato da grandiosi momenti di pura improvvisazione, con lo spettacolare e continuo incrociarsi tra la chitarra elettrica di Ritchie Blackmore e l’ organo Hammond di Jon Lord. Sfortunatamente la magica alchimia si ruppe quando i rapporti personali tra Ritchie e Gillan si guastarono: già alla fine del ’72 il vocalist inviò una lettera ai manager Edwards e Coletta, nella quale manifestava la sua intenzione di lasciare i Deep Purple: concluse comunque il tour in corso (un po’ come avrebbe fatto in seguito Peter Gabriel coi Genesis), e infine annunciò al pubblico giapponese (di nuovo!) che quello che si era appena concluso era il suo ultimo show con la band. Ma quest’ultima non poteva sciogliersi proprio mentre, specie dopo il sopracitato successo di “Made in Japan”, era in classifica con più dischi e più singoli contemporaneamente, all’apice del successo: Jon Lord, d’altra parte, affermò che Gillan e Blackmore non potevano più stare non solo nello stesso gruppo, ma neanche nella stessa città (!). E così, messo alla porta Roger Glover, e con Ian Gillan dimissionario, i Purple si “reinventarono” con David Coverdale e Ian Pace, sfornando l’ottimo “Burn”: l’unica testimonianza filmata di un concerto con questa nuova line-up rimane l’incredibile partecipazione della band al gigantesco festival americano denominato “California Jam”, con il nuovo disco uscito da poche settimane ed il pubblico che avrebbe preferito vedere sul palco Ian Gillan al posto dell’allora sconosciuto David Coverdale. Ritchie Blackmore, inoltre, era nervoso, perché non avrebbe voluto esibirsi prima del calar del sole, e non sopportava le telecamere sul palco, quando queste si avvicinavano troppo: alla fine di Space Truckin’ ne prese una a colpi di chitarra, causandole danni considerevoli, mentre una carica d’esplosivo esagerata concludeva il loro pirotecnico (e comunque bellissimo show) mandando a fuoco mezzo palco con un rumore assordante, che stordì gli stessi musicisti, rischiando anche di arrostirli sul posto. La band scappò via con lo sceriffo della Contea alle calcagna, e fu in grado di ripagare i danni provocati solo coi proventi che ricevette in seguito per la concessione dei diritti TV (!). “Made in Europe” avrebbe documentato invece gli ultimissimi concerti (aprile ’75) di Blackmore con i Deep Purple degli anni ’70, prima della sua decisione di lasciare per formare i Raimbow con Ronnie James Dio, il cantante degli Elf, gruppo spalla di quegli ultimi Deep Purple. Oggi sembra impossibile pensare che un musicista possa decidere di abbandonare un gruppo di quella levatura per lanciarsi in un possibile salto nel buio: ma Blackmore era (ed è) un’artista, e lo stile che la “sua” band stava ormai abbracciando collimava sempre meno con i suoi gusti: non amava il “funky”, e questa componente stava prendendo più spazio tra le pieghe della musica dei Purple: caratteristica che si sarebbe accentuata ancor di più con l’arrivo del nuovo chitarrista, Tommy Bolin (già con Billy Cobham), nel quale Hughes e Coverdale trovarono un ottimo alleato per il nuovo corso del gruppo. “Come Taste The Band”, pur eccelso nella sua miscela di hard rock, soul e funky, ai vecchi fans non sembrò neanche un disco dei Deep Purple. Né le cose vennero facilitate dal fatto che Bolin dovesse spesso sentire urlare qualcuno del pubblico che voleva Ritchie Blackmore sul palco. Ancora meno fu d’aiuto il fatto che Tommy Bolin fosse tossicodipendente, particolare del quale gli altri del gruppo, pur buoni bevitori, erano a conoscenza. Iniziò male, e finì peggio: il disco non sfondò, il tour in Giappone (degli ultimi mesi del ’75) vide un Tommy Bolin spesso in cattive condizioni, e, in un caso, addirittura a rischio della vita (e comunque non in condizione di suonare). Nel febbraio del ’76, durante il tour americano, i Purple riuscirono a tornare a livelli accettabili. Ma poco dopo, in Patria, i loro ultimi concerti finirono tra i fischi, e a Liverpool David Coverdale lasciò il palco in lacrime. I Deep Purple si sciolsero, e Tommy Bolin morì a causa di un overdose alla fine di quello stesso 1976: ancora una volta, un talento che si butta via (come Paul Kossoff dei Free, e tanti altri). Blackmore vinse la sua scommessa coi Raimbow, e Coverdale resuscitò alla grande con gli Whitesnake (fra i quali militarono, fra l’altro, anche alcuni dei vecchi amici dei Purple, a cominciare da Jon Lord). Ma, nel 1984, i tempi erano maturi per un ritorno del gruppo nella formazione Mark II (quella di “Made in Japan”), con il sorprendente “Perfect Strangers”. Il sottoscritto ha avuto modo di vedere questi Deep Purple a Cava dei Tirreni nel 1988, e altre due volte in anni più recenti. A parte una “temporanea estromissione” di Ian Gillan nel 1990, è stato poi Blackmore ad abbandonare di nuovo il gruppo, nel bel mezzo del tour del 1993, costringendo i suoi compagni ad ingaggiare provvisoriamente Joe Satriani, e, dal 1996 ad oggi, Steve Morse. Jon Lord ha dovuto lasciare i Purple per motivi di salute all’inizio degli anni 2000. E tutti noi, purtroppo, nel corso del 2012. Don Airey (già con Raimbow, Ozzy Osbourne e Jethro Tull) ha preso il suo posto. Dei “vecchi” sono rimasti Ian Gillan, Roger Glover e Ian Paice. Una storia ancora senza fine, a quanto pare, con dischi nuovi, concerti in tutto il mondo e la riproposizione dei vecchi, immortali “cavalli di battaglia”.

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