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Dheepan di Jacques Audiard: Il fantasma della libertà, da diritto a simulacro

Creato il 17 novembre 2015 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma
Dheepan

Che libertà ed emancipazione ci possono essere, paradigmaticamente, in una “nuova vita” dell’immigrato terzomondista condotta nelle periferie delinquenziali del nostro benessere, nell’ambito di una “famiglia” che, seppur “in regola” e riconosciuta agli atti e agli occhi dello Stato ospite, non ha nessuna storia matrimoniale e parentale pregressa, non essendosi precedentemente mai stretto alcun legame tra i due presunti coniugi?

L’allucinazione compensativa della sequenza finale dell’ultimo film di Audiard, Dheepan (un futuro felice, e oramai impossibile, di integrazione in una ridente comunità britannica, evocante il simbolo diffuso dell’Inghilterra quale terra multiculturale e dei diritti, ma anche, ironicamente, quello di una patria fonte di tanto nefasto colonialismo), conferma tutta l’ambiguità della tensione concettuale del lungometraggio tra i due poli drammatici, simbolici ed esistenziali, dell’illusione di una vita diversa nell’Occidente civile vagheggiata dall’immigrato in fuga da guerre e indigenze totalizzanti, da un lato, e dell’oggettiva marginalizzazione subita dal Terzo mondo per conto di una Storia parimenti occidentale, dall’altro.

È un’opera, questa, che non prende alcuna dichiarata piega politico-ideologica eversiva, restituendo invece, con nettezza e disillusione, certo diffuso spirito dei nostri tempi.

La ribellione e l’ecatombe finali, rivolte dal protagonista contro l’habitat occidentale ipocrita, pseudo-progressista, soggetto al potere feticistico del denaro e dei traffici e sostanzialmente malavitoso che gli ha negato un’accoglienza e un’integrazione sociali degne, vengono certo associate metaforicamente dal testo filmico alla rivolta nei confronti dello Stato terzomondista-tiranno dell’incipit, ma rimangono prive di ogni dimensione corale e politica: costretto dalla precarietà imprevista delle circostanze (il percolo di vita della sua amata convivente) nell’ambito di un ordine socio-ambientale di ghettizzazione e di morte, l’ex guerrigliero “partigiano” dello Sri Lanka si ribellerà in completa solitudine ai criminali del sobborgo parigino cui è stato confinato dalle istituzioni “assistenziali” francesi, alla stregua di una miccia anarchica nel nulla.

L’ideologia di affrancamento dalla tirannide e dalla schiavitù per cui un tempo, in primis nella patria e nel continente della rivoluzione francese, le persone facevano corpo collettivo coeso e combattevano congiuntamente, diventa qui, nel nostro mondo postmoderno, un fantasma solitario e scollegato dalla realtà, che all’occorrenza può attivarsi in una spirale estrovertita di “risentimento” e di “follia”.

Tema centrale del film diventa così la trasformazione del concetto e del valore di libertà da diritto universale e sociale da rivendicare all’autorità, e in cui credere e investire collegialmente, a simulacro evanescente, disinnescante le necessarie forze ideologiche, materiali e politiche di qualsiasi lotta pragmatica mossa in Suo nome.

Francesco Di Benedetto



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