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Di guerra e di pace a Beirut in “Specchi rotti” di Elias Khoury

Creato il 20 agosto 2014 da Chiarac @claire_com_

 

Questa recensione è apparsa su Finzioni Magazine qualche giorno fa.

Il tema narrativo della guerra civile libanese (1975-1990) è stato largamente esplorato da molti scrittori libanesi: autori come Hoda Barakat, Jabbour Douaihy e Rabee Jaber (tutti tradotto in italiano) nei loro romanzi hanno cercato di capire ed indagare le origini della violenza di una guerra che ha insanguinato il Libano per quasi 15 anni. Il grande scrittore libanese Elias Khoury nel 1980, a soli 30 e in piena guerra, pubblica uno dei suoi romanzi più crudi: Facce bianche e, mentre lo scrive, rischia anche la vita perchè una bomba esplode nel suo studio, da cui si era allontanato per puro caso. 

Della guerra civile del proprio Paese questi autori scrivono che essa è da loro “inseparabile perchè accompagna le nostre vite”, come mi ha detto recentemente Jabbour Douaihy, ma la dimensione umana dei loro romanzi è assolutamente universale. 

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Come accade in Specchi rotti, ultimo romanzo di Elias Khoury (un nome che, se mi chiedessero: “A quale scrittore vivente di lingua araba assegneresti il Nobel per la letteratura?”, non esiterei a fare).

Al contrario dell’immagine stereotipata e orientalistica che il titolo e l’immagine di copertina sembrano voler suggerire ai lettori meno accorti, Specchi rotti (Feltrinelli) è un romanzo che vale la pena leggere perchè, molto semplicemente, è un bel libro. Vi sono racchiuse molteplice storie, ma prima di tutto racconta di un ritorno a casa, di un silenzio, della perdita del senso delle cose e dell’impossibilità di sfuggire ai propri fantasmi.

Specchi rotti si apre e si chiude con il ritorno a Beirut del dermatologo libanese Karim Shammas, dopo dieci anni di assenza trascorsi in Francia. Nel 1989 la guerra civile libanese è agli sgoccioli, ma tornare a Beirut, centro nevralgico degli scontri, è comunque una follia. Karim in Francia si è rifatto una vita: è un medico stimato, ha sposato una donna francese di nome Bernadette che è il suo porto salvo: con lei, e attraverso di lei, ha dimenticato la guerra, Sinalcol (chi è Sinalcol, lo spettro della guerra civile libanese?), gli scontri con Nassim, il fratello falangista, e con Nasri, il padre ossessivo. Quando Nassim lo chiama per dirgli che si è sposato con Hind, la fidanzata di Karim dei tempi dell’università, in lui si risvegliano i fantasmi del passato e tutto riaffiora alla mente. Tranne le parole. Preda di un’afasia psicosomatica, Karim le perde, tossisce come un ossesso, non è in grado di comunicare neanche con Bernadette:

Ecco, lo aveva capito allora che le parole, quando le si soffoca, muoiono.

E le parole tornano solo quando Karim ritorna a Beirut.

(Continua qui)


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