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diario da Bangkok – giorno 1

Creato il 19 luglio 2011 da Claudsinthesky

Traduco una serie di note di una mia cara (geniale) amica su un suo recente transito a Bangkok.

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Bangkok, giorno # 1
Sabato 11 giugno 2011, 19:16

È in giornate come oggi che torno alla vecchia questione se, vivendo in Australia, mi stia o meno inculando solennemente.

Il confine estremo di Bangkok, così lontano dal centro che è quasi in un’altra provincia; e i limiti del centro di Melbourne, il quasi-confine, 15 minuti a piedi dalla stazione ferroviaria centrale: quell’estremità di Bangkok alle 6 del mattino è più vivace di quel quasi-centro di Melbourne a mezzogiorno. Però, per non essere sempre del tutto negativa, il quasi-centro di Melbourne a mezzogiorno è più vivace dell’estremità di Bangkok a mezzanotte. Di poco.

I taxi sono rosa, arancio, blu, verdi e multicolori, si trovano migliaia di 7-Eleven, e, nonostante la città conti 12 milioni di anime, può ancora essere attraversata da estremità a estremità su sgangherati mezzi pubblici, facendo tre cambi, in meno di un’ora. Balconi ovunque (amo i balconi). La città funziona per alberi di strade piuttosto che per quartieri: trovi la strada grande, la stradina più piccola che si dirama da essa, la viuzza che si dirama da essa, la casa. Le strade grandi sono tutte infrastrutture – elevate, ampie, con percorsi pedonali – ma non c’è modo di uccidere questa città smembrandola in quartieri.

Sono stata su sette mezzi di trasporto mobili oggi, mentre le infrastrutture degne di nota comprendevano ponti pedonali, centri commerciali multipiano che collegano parti della città su molteplici livelli, e mercati di strada coperti. I mezzi di trasporto: taxi, autobus sgangherato, bus navetta piccolo, “autobus locale” (che è un autobus sgangherato cadente), autobus provinciale (che è un camioncino con due panche nella parte posteriore), traghetto e tuk tuk (che è una Vespa per quattro con una tenda). Uno degli autobus, non ricordo quale, aveva dei ventilatori attaccati al soffitto per l’aria condizionata. Tutti avevano le porte aperte per massimizzare la brezza, tranne il camion-bus, che era tutto aperto e la gente correva e saltava su.

Mi siedo qui, in questa grande città bellissima, una città che è tutta sgangherata, tutta arrangiata, ma che è essenzialmente una città valida, funzionante – nel senso in cui gran parte di Melbourne non è una città valida, funzionante – e mi sento a mio agio e mi sento a casa. Camminando per questi vicoli di periferia a mezzanotte, schivando scooter, ragazzi che dipingono sui muri, ragazze che friggono carne, bambini che giocano, sono rilassata, e tranquillamente felice, e questo senso di benessere è tanto non premeditato e spontaneo quanto il modo in cui, trovandomi nella periferia esterna di Melbourne, automaticamente mi sento angosciata e infelice. Questo sa di familiare e conosciuto.

La Thailandia è una specie di Croazia per il Sud-est asiatico: turismo, acqua, marciapiedi rotti, persone che sorridono. Tutto avviene come mi aspetterei che avvenisse sulla costa croata, solo in un alfabeto incomprensibile: i genitori fanno le moine e scimmiottano i propri figli, i bambini troppo piccoli per avere degli amici (perché l’indipendenza arriva con gli amici) gironzolano cercando di rompere cose e uccidere se stessi, i bambini più grandi giocano esageratamente tardi ed esageratamente ad alta voce, le donne sulla trentina indossano short in denim, i buoni ristoranti hanno sedie di plastica, camminiamo in mezzo al traffico. Di sera le donne siedono per terra fuori dalle loro case a chiacchierare. I cortili sul retro sono nella parte anteriore, e lastricati. Secchi di plastica dappertutto. Vago odore d’acqua stantia dovunque si vada, come a Venezia. Il miglior ristorante fuori città è in riva al mare, nello stesso tipo di edificio modernista in decomposizione che se fosse in Croazia; il personale consiste principalmente di adolescenti, come sarebbe in Croazia, adolescenti che ciondolano finché finiscono di lavorare, a grandi gruppi, con le ragazze che roteano amorosamente gli occhi verso i ragazzi. È tutto così stupidamente vicino alla mia ultima estate di liceo, trascorsa facendo esperienza di lavoro in uno scadente albergo sulla costa con un branco di ragazzi e a malapena un po’ di supervisione – la stessa combinazione di pagamenti arretrati, diligenza e flirt che i ragazzi mostravano stasera.

Ho lo stesso vortice di immediata identificazione quando vedo immagini di Israele (di nuovo: solo in un alfabeto incomprensibile) – come un filo sottile di mediterraneità, o almeno litoraneità (Sydney mi fa lo stesso, se non troppo all’interno), che ci rende tutti reciprocamente intelligibili gli uni agli altri – e so, con la cieca convinzione di chi non è completamente sano di mente, che potrei vivere qui, e potrei essere felice qui. Persino senza parlare la lingua. Quando queste persone ridono di cuore di me per il fatto di essere una straniera e non capire la loro lingua, quando cantano canzoni con le loro figlie di quattro anni nei ristoranti, quando vedo colletti rosa adolescenti che senza alcun senso di indecenza passano le mani tra i capelli della loro collega del centro commerciale proprio mentre questa sta servendo un cliente, o quando cammino fino alla fine della notte per il grande salone del ristorante sul mare, dove la band suona con un sintetizzatore, la cantante leggermente fuori tono, e sulla pista da ballo c’è solo una donna giovane con un uomo anziano (ma tutti applaudono alla fine) – capisco queste persone. Per me hanno un senso.

E poi comincio di nuovo a chiedermi – in una maniera reale, genuina, in cui mi pongo questa domanda tutto il tempo – se non stia solo minando la mia stessa felicità rimanendo in Australia senza alcuna ragione abbastanza buona, solo abitudine e indecisione. Il mio stare in Australia spesso equivale quasi ad attendere che ciò diventi davvero piacevole. Tenere tabulati (come fa qualcun altro che conosco, di cene servite contro cene ricevute). Ridimensionare le mie aspettative ogni volta un po’ più accuratamente. Dover scartare ancora un altro fidanzato perché, quando pensavo di aver trovato qualcuno con un senso di rilassata joie de vivre mediterranea, mi ero in realtà procurata un pazzo irresponsabile (che di solito si prende decisamente troppo sul serio). Questo tipo di arresto e ripartenza. Arresto e ripartenza.

Sono da poco passate le 22:00 qui, e ora mi metterò i miei short in denim e farò una passeggiata nelle vicinanze, per trovare uno spuntino, sedermi sul marciapiede e fare amicizia con qualcuno che non parla inglese.



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