Diario di una Pole Dancer perbene: vicino al limite…

Creato il 01 ottobre 2012 da Thefreak @TheFreak_ITA

Closer to the edge.

30 Seconds to Mars. Stavano partendo i bassi, spinti con violenza dentro le mie  cuffie fucsia,  mentre cercavo di indovinare la traversa della nuova sede della  scuola di Pole Dance.

Closer to the Edge. Vicino al limite.

Perché, malgrado una sosia di Angela Lansbury (alias Jessica Fletcher)  avesse tentato  inopportunamente e scortesemente  di investirmi con la sua Fiat Panda già ammaccata (forse da un mio predecessore passato a miglior vita… che Dio lo abbia in gloria!), avevo questa sensazione. Questa precisa idea. Tornare nuovamente sul palo avrebbe significato questo.

Sentirsi al limite. Dopo 4 mesi di puro ozio fisico (se escludiamo i 200 metri “casa/fermata del 60″  in tacchi rossi, rigorosamente rossi) e Mai Tai con tanto di ombrellino giallo e canzoncine brasiliane in sottofondo, mi sarei sentita al limite. Perché la Pole Dance è come una consorte d’acciaio: se la trascuri, quella te la fa pagare. Addominale dopo addominale. Salita dopo salita. Baby-roll dopo Baby-roll (il movimento “ad onda” che fa sospirare tanti ben-paganti e mal-pensanti ventenni-trentenni-quarantenni in discoteca… è faticoso, sapete?).

Così ho messo piede nella sala con una vaga diffidenza. Ma lei ha avuto la meglio. Su di me. La Pole Dance ha sempre avuto la meglio.

Immaginate. Parquet di ciliegio nuovo di zecca. Specchi lucidati ad arte. Specchi ovunque. L’odore familiare della magnesite bianchissima. Le tue compagne schierate al tuo fianco, come generali dell’aria. E otto pertiche di 4 metri e mezzo dalla cromatura brillante. E tornare a salire. E poi ancora. Il mondo sottosopra. Il mondo in alto. Il limite del mondo spostato più in alto. Il limite del mondo vicino al limite. Come avrei potuto non innamorarmi daccapo?

Avete presente la sensazione che si prova quando, d’improvviso, in un pomeriggio autunnale di foglie che cadono, vi capita di incontrare, dall’altro lato del marciapiede, proprio quegli occhi affilati? Proprio i tratti di qualcuno per cui vi sareste volentieri dannati l’anima con tanto di notaio (munito di sputacchiera….) a registrare l’atto della vostra personalissima condanna?

Beh, per me è stato così. Come una Musa. Come il tizio con cui avete ballato una volta sola nel corso irregolare di un’esistenza e che per questo è  e resterà insostituibile. Non altrimenti rimpiazzabile nella scatola di latta ammaccata dei ricordi. Come la squinternata che vi ha preso e lacerato il cuore in un tritacarte e che, esattamente per questo cortocircuito della ragione, non sarà mai lontanamente paragonabile a tutte le altre. Come l’aggettivo “Bella”.

Bella da inchiodarvi sul sanpietrino su cui stavate camminando. Bella da richiamare all’ordine il vostro sangue. Bella da separarvi da voi stessi. Da rendervi dei totali estranei. Estranei a coloro che vi conoscono. Estranei perfino a voi stessi. Bella che tutto il resto è un incidente di percorso. Un accidentale disporsi degli eventi.

Perché per me Madama Pole Dance è questo.

Una Dea. Ed è cosa risaputa, quando dèi e uomini intrecciano i loro cammini, i secondi fanno sempre una brutta fine.

Così, mentre cerco di mettere insieme questo articolo, sono dolorante. Ovunque. Gambe. Braccia. Collo. Spalle. (Che tu sia dannato nei secoli a venire, Shoulder Mount!).  E, probabilmente, oggi ho la stessa agilità  della Signora in Giallo che giocava  a “metti sotto il pedone” (spero che una pole dancer valga 100 punti almeno, italica Jessica!).

Ma ne è valsa la pena.

Per il tizio con cui si balla una volta sola.

Per la pazza squinternata.

Per Nostra Signora Pole Dance.

Essere vicini al limite.

Ne vale la pena.

Keep calm and pole dance!

[In copertina: Valeria Parsi, campionessa italiana di Pure Pole  2010, mentre esegue un perfetto "Shoulder Mount"]


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