È da parecchio che non parlo di editoria e scrittura. Tutto sommato va bene così. Però in queste ultime settimane ho letto diversi articoli molto lucidi e critici riguardo la situazione italiana. Articoli che preoccupano per i contenuti, ma rinfrancano nello spirito. Rinfrancano perché è bello vedere che altri, come noi, notano il problema e non hanno paura a parlarne.
Da tempo io ho tratto le mie conclusioni. Salvo i ben noti casi che cito spesso (Gargoyle, XII Edizioni, Salani, Piemme, alcune piccole realtà: nessun timore nel fare nomi e cognomi), l'editoria italiana sarebbe da riformare dalle fondamenta. Vale a dire: fa schifo.
Mi piace poterlo dire essendo slegato da qualsiasi contratto editoriale, e senza avere particolari velleità di pubblicazione (oramai mi considero l'editore di me stesso, e non è poi così male).
Questo decalogo, scritto qualche tempo fa e rivisto in questi giorni, propone i punti a cui, secondo il mio umilissimo parere, gli editori dovrebbero dare risposte sincere. Esso coinvolge in parte anche diversi scrittori non scevri da pesanti conflitti d'interesse.
Ovviamente credo che nessun editore replicherà, ma sarò comunque ben contento di leggere le vostre aggiunte o i vostri commenti in materia.
Il decalogo
- Perché all'estero gli scrittori vengono pagati e da noi spesso devono pagare di tasca propria per essere pubblicati? Oppure, nel migliore dei casi, perché si devono accontentare della gloria?
- Perché, tranne rari casi, non esiste più un concetto di casa editrice fortemente specializzata in uno o due generi? Gli editori dovrebbero essere fini artigiani, non grezzi grossisti.
- Perché voi editori non fate scouting sul Web? Vi siete resi conto che, da dieci anni a questa parte, la Rete è la miglior palestra di scrittura esistente?
- Possibile che non capiate che, in un mondo in cui tutto va veloce, occorre abbattere i tempi di valutazione di un manoscritto? Se in Inghilterra bastano due mesi per dare una risposta definitiva, come mai da noi occorre aspettare anche due anni (se una risposta ci sarà mai)?
- Come mai nelle case editrici lavorano spesso degli editor completamente incompetenti in materia, e con palesi conflitti d'interesse? Non sarebbe ora di svecchiare i ranghi di questa professione?
- Non pensate che il disamore degli italiani per la lettura sia anche dovuta alla penuria di varietà/qualità offerta? Vi accorgete che sempre più potenziali lettori calcano altre strade (ebook, Web, libri in lingua originale, autoproduzioni)?
- Non credete che proporre al grande pubblico alcuni esordienti solo perché "amici di" sia il modo migliore per bruciarne una pur minima scintilla di talento? E di conseguenza: pensate davvero che i lettori non siano in grado di distinguere una schifezza da un lavoro decente?
- Non ritenete economicamente vantaggioso adottare una strategia di vendita simile al print on demand? Poche copie da distribuire sul territorio e altre, a richiesta, da comprare online. Tanto sappiamo tutti quante migliaia di copie invendute vanno al macero, con l'attuale sistema. Quanti soldi verrebbero risparmiati?
- Avete intenzione di sfruttare in positivo la progressiva e costante diffusione degli ebook, oppure sarà solo un'altra occasione per speculare? Siete sicuri di aver compreso ciò che presuppone quest'evoluzione della letteratura?
- Trovate davvero utili le recensioni-marchette tra colleghi scrittori? Non sarebbe più utile e giusta una stimolante concorrenza, al posto del solo circolino intereditoriale tra amici?
