Magazine Cultura

“Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie: le maggiori differenze fra il romanzo e il film

Creato il 02 maggio 2015 da Alessiamocci

Se pensate che per poter dissertare su un romanzo basti guardare il film, avete ragione, ma solo in parte. Partendo dal presupposto che il libro sia sempre più bello, eccetto in qualche raro caso, vorrei parlarvi di un classico del giallo, la cui trasposizione cinematografica si è presa davvero molte “licenze”.

Se siete convinti che il romanzo “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie (1890- 1976) sia come lo avete visto in tv, mi spiace deludervi. Resettate tutto, perché così non è.

Non vi è ombra di dubbio che la Christie abbia creato la trama perfetta per mettere in scena un enigma che pare non avere soluzione. Il lettore si smarrisce e non sa più cosa pensare. Dopo averle pensate tutte, ovviamente.

Per creare quell’atmosfera di suspense, in cui dieci persone (ben dieci) si trovano in balia di un pazzo omicida, che a poco a poco le fa cadere tutte sotto i suoi colpi, bisognava evocare un’ambientazione isolata, che le rendesse prigioniere e vulnerabili. Pensare quel pathos in un luogo dal quale ciascuno poteva andarsene in qualunque momento, non sarebbe servito a nulla.

Un po’ come avviene nel film “Lo squalo”, se mi permettete il paragone. Affinché il lettore provasse terrore per la sorte del protagonista, partito su una piccola imbarcazione, insieme ad un cacciatore di squali e ad un biologo, era necessario che Spielberg li portasse “al largo”. Il fatto che mentre lo squalo distruggeva l’imbarcazione, si vedesse la costa dell’isola di Amity, magari con la moglie di Brody che faceva “ciao” dalla finestra, avrebbe invalidato tutto. In sostanza, in alcuni casi, bisogna dare l’idea di essere spacciati.

E la Nigger Island di “Dieci piccoli indiani”, la minuscola isola nel Devon – siamo nel Regno Unito – che vista dall’alto ricorda la sagoma della “testa di un negro”, rappresenta proprio il luogo ideale. Per raggiungerla occorre un battello, che nei giorni di burrasca non può attraccare. E guarda caso, quelli che attendono i protagonisti sono proprio giorni di “acque agitate”.

Facendo appello ad antiche reminiscenze cinematografiche, mi pare addirittura che il setting sia stato trasformato in un luogo arroccato su un monte. Ho il vago ricordo anche della neve e di una teleferica. Ma non lasciatevi ingannare, perché Agatha Christie parla di una casa posta su una scogliera, affacciata direttamente a strapiombo sul mare. La villa presenta una gradinata scavata nella roccia, ed è moderna, sempre in relazione all’epoca. Quindi non è una casa antica, piena di spifferi e stanze segrete, come quella descritta nel film. Anzi, i protagonisti sembrano certi che nessuno possa nascondersi e giungono presto alla conclusione che il signor Owen, il miliardario, padrone di casa, che li aveva invitati a trascorrere una settimana sull’isola come suoi ospiti, in realtà, non esista.

Due sono i colpi di scena che si realizzano quasi subito e spiazzano il lettore. Dopo la cena, un grammofono dal quale fuoriesce una voce stridula, rompe il silenzio ed elenca a bruciapelo i crimini dei commensali. Perché ognuno di loro – tre donne e sette uomini – è accusato di averne commesso uno. E in seguito, quando le persone iniziano a morire e gli indiani di terracotta a sparire dal centrotavola, si fa strada la convinzione che Owen sia uno di loro. Un po’ come nella scena di “Profondo rosso” quando, giusto all’inizio, la medium che sta tenendo una conferenza sul paranormale si rivolge d’improvviso ad una sedia, in terza o quarta fila, e annuncia “L’assassino è…presente!”. Parole che riecheggiano forte e colgono di sorpresa. L’omicida di Dario Argento fugge e si rifugia in bagno; i lettori della Christie incassano il colpo con stoicismo e affilano l’intuito.

L’isolamento cresce, le persone continuano a morire e la barca non arriva per portarli via. Bisogna resistere un’altra notte, ciascuno asserragliato nella propria stanza, con quella filastrocca infantile appesa sopra al camino, che sembra prendersi beffa di loro. Sì, perché le morti avvengono nel modo in cui recita quella poesia puerile, mentre la comitiva si assottiglia sempre di più e tutti sospettano di tutti.

Agatha Christie però fa in modo che non si riesca a dipanare la matassa. Neppure i protagonisti ci riescono. Il fatto che in quest’opera non ci sia un Hercule Poirot o una Miss Marple ad indagare e, col loro intuito, pronti a rimettere ordine, non fa che accrescere l’inquietudine del lettore. I soggetti sono in balia degli eventi e di loro stessi, e sembrano cadere ad uno ad uno, come degli allocchi, nella rete del killer. Appena iniziamo ad affezionarci a qualcuno e a credere in lui, questo muore.

Ed è proprio nella parte finale che avvengono i cambiamenti maggiori del film, rispetto al libro. Fra la bionda Vera, colpevole di avere provocato la morte per annegamento di un bambino, e Lombard, l’avventuroso uomo d’affari al limite della legalità, che gira armato, non avviene nessuna relazione. I due non si innamorano, né si alleano. E non si salvano. Anzi, nel libro Vera uccide Lombard, con la sua stessa pistola, quando pensa siano rimasti solo loro due e quindi, per esclusione, lo crede colpevole. Quando torna in casa, unica superstite, la donna non incontra l’assassino, come nel film. Ma va in camera e, attraverso tutta una messa in scena dell’omicida, che l’ha condotta alla pazzia, si impicca.

Dieci morti. Tutti morti. Ma allora, che cosa è successo a Nigger Island?

Se lo chiede anche il commissario incaricato delle indagini, quando tutto è finito.

Nessuno avrebbe mai saputo la verità, nemmeno il lettore sgomento, se la Christie non si fosse inventata l’espediente del messaggio nella bottiglia. L’omicida, che evidentemente aveva fatto finta di morire, e si è ucciso soltanto quando il suo piano è stato ultimato, ha inviato una spiegazione di quanto realizzato. Sul come abbia reclutato le sue vittime, nel desiderio di fare giustizia di crimini rimasti impuniti; della modalità con cui le abbia attirate a Nigger Island; di come le abbia studiate a lungo e poi uccise. E infine, rivela anche l’enigma sulla sua identità.

Se avete letto questo articolo, vuol dire che avete visto il film. Quindi sapete a chi mi riferisco. Almeno l’assassino, rimane il medesimo. E comunque, se ci pensate, egli ha monopolizzato l’azione, impartendo direttive. Avvezzo a “giudicare”, sulla sua identità ci si poteva anche arrivare, ma facendolo morire quasi subito, la Christie ha ingarbugliato tutto.

La “camera di osservazione” che ci viene proposta, dove ciascun personaggio è analizzato e osservato in un luogo chiuso, preannuncia i tempi non sospetti di un Grande Fratello.

Insomma, “Dieci piccoli indiani” non è solo il giallo perfetto, dove avviene l’omicidio perfetto, ma è anche un precursore dei tempi moderni, dove in molti si sono ispirati a qualche suo espediente.

Sarebbe rimasto un piano perfetto, se Agatha Christie non fosse anche una grande conoscitrice del genere umano. Se non fosse per quella vanità con la quale bisogna sempre fare i conti, e quel desiderio di rivendicare la paternità di imprese grandiose.

 

Written by Cristina Biolcati

 


Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :