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Do I love Beijing?

Creato il 21 giugno 2015 da Theobsidianmirror
Do I love Beijing?Si parla raramente della Repubblica Popolare Cinese su questo blog, lo avevate notato? Spesso ci siamo avventurati ad esplorare culture asiatiche di tutti i tipi, in primo luogo Giappone e Corea, ma in quattro anni non ci siamo mai fermati nel paese che forse più di ogni altro rappresenta il continente a cui appartiene. Lo facciamo oggi sull'onda di un'idea della collega blogger Alessandra di Director's Cult, la quale mi ha fatto notare che il mese scorso al Metropolitan di New York è stata presentata l'anteprima di una mostra dal titolo Cina: Through the Looking Glass curata dal regista Wong Kar-Wai. Nella presentazione dell'evento si è voluta sottolineare l'importanza dell'estetica cinese nelle creazioni di moda occidentali. Grazie alla sua arte, dai dipinti alle porcellane sino ai costumi tradizionali, la Cina avrebbe alimentato, secondo il curatore della mostra, la fantasia dei nostri stilisti, da Paul Poiret a Yves Saint Laurent. Aperta fino alla metà del mese di agosto, la mostra presenta oltre 140 esempi di Haute-Couture e di Prêt-à-porter accanto a fulgidi esempi di arte cinese. In questo stesso contesto sono stati inoltre inseriti alcuni spezzoni di vecchi film cinesi che rivelerebbero, sottolineando nuovamente il medesimo concetto, l'enorme importanza che il mezzo cinematografico avrebbe avuto in questo ruolo. Possiamo essere d'accordo o meno con questo assunto, ma l'occasione è ghiotta, per questo blog, per fare una piccola digressione sulla Cina e sulle sue evidenti contraddizioni.
La Cina odierna è nota come uno dei più grandi, se non il più grande, sistema economico mondiale. Credo di non sbagliarmi dicendo che la Cina è allo stesso tempo il maggior esportatore e il maggior importatore di merci del mondo. Basta guardarsi in giro, d'altra parte, per rendersi conto di come il "Made in China" abbia ormai messo radici ovunque attorno a noi. Un fenomeno non affatto casuale che è il risultato di una politica iniziata oltre mezzo secolo fa con il "Grande balzo in avanti", la riforma economica promossa da Mao Tse-tung che, seppur fallendo miseramente sotto il peso di 14 milioni di morti (che sarebbero stati 43 milioni, secondo stime occidentali), tracciò il solco e diede il via ad una serie di riforme economiche, politiche, militari e ideologiche che sarebbero state portate avanti, spesso nel sangue, dai suoi successori.
Ai nostri distratti occhi occidentali le conseguenze politiche delle decisioni prese dai capi di stato cinesi sono riassumibili nelle immagini di piazza Tienamen del 1989, dove la repressione delle proteste portò al massacro di diverse migliaia di persone (anche qui le stime, ovviamente, sono contraddittorie), ma quella è solo la punta dell'iceberg. I conti del progresso economico cinese li sta pagando tutto il mondo, con l'inquinamento atmosferico, con la sovrappopolazione mondiale e la conseguente crisi delle risorse, con l'efferato capitalismo che porta ricchezze ai suoi pochi Rockefeller e miseria ai molti sventurati che lavorano quattordici ore di seguito nei seminterrati per un dollaro di salario giornaliero (in Cina il costo della vita è simile al nostro, ma lo stipendio medio salariale è di soli seimila dollari l'anno).
Do I love Beijing?Un paese che guarda al di fuori dei suoi confini in cerca di nuove risorse, di nuove ricchezze, di nuovi spazi da occupare, ma che allo stesso tempo oscura i siti internet occidentali e impedisce di fatto qualsiasi scambio che non sia merceologico. Città come Pechino e Shanghai, che sono all'avanguardia in termini di ricchezza e industrializzazione, sono di fatto giganteschi mostri da venti milioni di abitanti ciascuna, dove la convivenza pacifica è spesso un'eccezione fortuita, perché non può esserci convivenza pacifica dove c'è fame, ingiustizia e dolore. Di un’intervista pubblicata tempo addietro su un periodico (non ricordo i dettagli, purtroppo) a un importante personaggio dell’economia cinese, mi hanno colpito molto le risposte, velatamente minacciose, date al giornalista: all’affermazione che la Cina, nel suo percorso di crescita, sembra ripercorrere lo stesso cammino dell’Occidente, anche in senso negativo, l’uomo rispose che l’Occidente, proprio per quella che è stata la sua storia, non ha alcun diritto di critica o di veto. Non ricordo le parole esatte, ma il senso era che l’Occidente a suo tempo ha fatto determinate scelte senza valutarne le conseguenze e ora la Cina avrebbe il diritto di fare altrettanto, e se ci saranno tentativi di ostacolarne le azioni la cosa non potrà non avere conseguenze. Quindi, ad esempio, se la crescita economica occidentale ha avuto impatti negativi sull’ambiente anche la Cina ora ha il diritto di inquinare come le pare e piace… il fatto di poter cercare nuove strade e opzioni non è contemplato. Un  discorso molto miope e arrogante che non mi riesce proprio di condividere, sebbene possa capire l’astio che lo ha generato.
Non credo assolutamente in ciò che si cerca di dimostrare nella mostra citata all'inizio di questo post: credo anzi fermamente nel suo contrario, vale a dire nella progressiva scomparsa delle tradizioni cinesi in favore dell'occidentalizzazione. D'altra parte, basta guardare le immagini delle grandi città cinesi per rendersene conto: grattacieli di vetro, persone che corrono indaffarate per le strade, dentro e fuori dalle linee metropolitane, centri commerciali monopolizzati dalle grandi griffe internazionali, e ovunque fast food e pizzerie che, di giorno in giorno, guadagnano terreno a discapito della cucina locale.
Do I love Beijing?Curioso che la mostra Cina: Through the Looking Glass sia stata curata da un regista cinematografico; curioso proprio perché l'occhio documentaristico della macchina da presa raramente può mostrare il contrario della realtà. Paradossalmente fu proprio Wong Kar-Wai a spiegarcelo, addirittura trent'anni fa, con quel suo piccolo capolavoro dal titolo "As Tears Goes By". E allora? Allora il progetto di oggi è quello di cercare di spiegare la Cina con l'occhio critico del cinema cinese contemporaneo, un progetto che si materializza oggi sulle pagine elettroniche di numerosi blog (la lista è in fondo) e al quale Obsidian Mirror cerca di dare un piccolo contributo. Mi è stato chiesto di scegliere un film cinese da recensire. Impresa non da poco perché, per quanto mi sforzi, faccio fatica a pensare alla Cina in questo senso. Voglio dire che è il cinema cinese la vera questione: esiste davvero un cinema cinese? Quali titoli vi vengono in mente? A me pochi. E quei pochi, andando a scavare, non sono altro che produzioni di Honk Kong, di Taiwan, oppure co-produzioni dove la Cina non mi sembra adeguatamente rappresentata e, spesso, appartengono a generi che non sono molto nelle mie corde. Parlo di cinema narrativo, naturalmente, ma d’altra parte se posso dirmi poco esperto di questo su altri fronti, ad esempio sul versante documentaristico, non posso proprio esprimermi.
Ho scelto infine un film di Ying Ning, una regista cinese conosciuta in Italia per aver assistito Bertolucci ai tempi del suo "Ultimo imperatore". Ying Ning ha il gran merito di aver realizzato un'opera che rispecchia forse più di ogni altra cosa le contraddizioni della Cina odierna. Lo stesso titolo che la nostra ha scelto (I Love Beijing) è una voluta contraddizione in termini. Pechino è oggi una città da amare o da odiare?
La risposta possiamo forse trovarla guardando oltre i finestrini dell'automobile di Dezi, un tassista di Pechino, ventenne e immaturo, con un divorzio fresco alle spalle e la costante fissazione per i piaceri proibiti legati alla frequentazione del gentil sesso. In qualità di osservatori imparziali, passeggeri invisibili del taxi di Dezi, siamo testimoni dei sottili cambiamenti in atto nella grande metropoli.
Vediamo transitare sul sedile posteriore personaggi di tutti i tipi: dai soggetti più miserabili, ormai privi di speranza, ai lavoratori, che una speranza da inseguire l'hanno ancora, ai sognatori, che una speranza  credono di averla trovata, fino ai criminali, che la speranza se la costruiscono da soli, e agli arricchiti, ai quali la speranza proprio non serve.
Do I love Beijing?Oltre il finestrino s'intravede una Pechino dalle mille sfaccettature: i grattacieli del centro, con le loro enormi pareti a specchio, fatte apposta per creare del mistero attorno al loro privilegiato mondo, i casermoni di cemento e le piccole realtà di periferia, dove il sovraffollamento raggiunge livelli per noi inimmaginabili e dove si consumano drammi e violenze di ogni tipo. E poi ci sono i bar, le discoteche, i night club con le loro insegne sfavillanti di luci colorate e di promesse impossibili da mantenere. Ma ovunque ci porti il taxi di Dezi vediamo un paesaggio in trasformazione, in costante fermento: mucchi di macerie di vecchi edifici abbattuti giacciono accanto a cantieri edili in procinto di tirare in piedi nuovi mostri abitativi. Sembra che non vi sia un solo centimetro quadrato della città che non si stia evolvendo in qualcos'altro. La gente stessa è in continua evoluzione. Il taxi stesso è in continua evoluzione così come il mestiere del tassista, che un tempo poteva dirsi privilegiato mentre oggi rischia addirittura di scomparire per colpa dello stato tiranno, che estorce diritti sull'altrui proprietà privata, e per colpa delle donne, che ormai "non se ne fanno nulla di uno che non ha una Mercedes".
Nella storia di Dezi, marito fedifrago che assiste alla fine del proprio matrimonio e alla sorte della sua ex moglie con la stessa indifferenza con la quale assiste alla trasformazione della sua città, sentimento e finzione sono così mescolati da non poterli più distinguere: è finzione la ricchezza del tassista, finzione i suoi rapporti familiari, i rapporti con i clienti e con i colleghi, perfino il suo nuovo matrimonio, deciso a tavolino, con una donna che a malapena conosce, immortalato su finti sfondi romantici ed esotici che i due, nella realtà, probabilmente non vedranno mai. Scomparsa una moglie, se ne fa un'altra: è un “consumismo dei sentimenti” che lascia basiti, ma i rapporti umani tutti sono i grandi assenti in questo film, o meglio ci sono ma appaiono molto superficiali, se possibile ancora più fragili di quegli edifici cittadini che vengono abbattuti prima ancora di potersi definire vecchi. È come se ogni tentativo di riflessione risultasse immensamente faticoso (e lo si vede bene nella scena della riunione fra tassisti, nella quale sono poche le voci che si levano a dissentire e dalla quale il nostro Dezi si assenta per telefonare). Come se, fra esempi di umanità che si sfiorano appena, ciò che conta fosse solo il mantenersi in costante movimento.
In una realtà del genere qual è dunque senso della vita? Questo spaccato è davvero la vita del cinese medio (o pechinese, in questo caso)? Non lo so, ma una cosa è certa. Non vedo alcuna speranza nei fotogrammi di "I Love Beijing". Vi vedo solo un'assenza di speranza che, latente e inespressa, la Cina condivide con tutta l'umanità.
Do I love Beijing?Oggi, come dicevo prima, si parla di Cina (anzi, di cinema cinese, pre e post coloniale) in numerosi altri blog. Vi invito naturalmente a visitarli: Storia di fantasmi cinesi (Siu-Tung Ching, 1987) sul Bollalmanacco di Cinema; The Killer (John Woo, 1989) su Director's Cult; Lanterne rosse (Yimou Zhang, 1991) su Scrivenny 2.0; Infernal Affairs (Wai-Keung Lau e Alan Mak, 2002) su Non c’è paragone; La città proibita (Zhang Yimou, 2006) su Recensioni RibelliLife without principle (Johnnie To, 2011) su Solaris; Il tocco del peccato (Zhangke Jia, 2013) su White Russian; Closed Doors Village (Xing Bo, 2014) su Mari's Red Room e Mountains may depart (Zhangke Jia, 2015) su Montecristo

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